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In Cisgiordania prosegue la colonizzazione israeliana

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Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i dati relativi all'ampliamento degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati della Cisgiordania. I'israeliano Central Bureau of Statistics ha reso noto che, nel 2016, l'incremento delle costruzioni da parte dei coloni è stato del 40% rispetto all'anno precedente: 2.630 sono le nuove unità abitative edificate nel 2016, una cifra che segna un nuovo record dal 2001.

Prosegue, quindi, senza sosta la politica di espansione coloniale da parte del governo ultranazionalista guidato da Netanyahu. Una politica finalizzata evidentemente ad annettere grosse fette di territorio cisgiordano, per lasciare ai palestinesi uno Stato territorialmente ridotto e dipendente dal gigante Israeliano.

Dal 2009, anno di insediamento del premier Netanyahu, oltre 14 mila nuove case per i coloni sono state costruite in Cisgiordania, alle quali si deve aggiungere una sanatoria per gli insediamenti illegali ed il recente annuncio della creazione di una nuova colonia.

Nonostante Israele abbia continuato ad allargare gli insediamenti già esistenti, l'iniziativa di costruire una colonia completamente nuova non veniva presa da 25 anni. Una decisione dagli effetti così dirompenti è sicuramente connessa dal mutamento della situazione internazionale dopo l'elezione alla presidenza Usa di Donald Trump, dichiaratosi sempre un ferreo alleato di Israele.

Una congiuntura politica favorevole che, insieme alle ambiguità delle condanne Europee ed alla conclamata impotenza delle Nazioni Unite, deve essere suonata a Netanyahu come un via libera su tutta linea.

La conferma era già arrivata per bocca del consigliere di Trump Jason Greenblatt, proprio all'indomani dell'elezione del tycoon alla Casa Bianca. A Novembre Greenblatt ha dichiarato che «Trump non vede nelle colonie ebraiche un ostacolo alla pace».

Mentre Obama aveva timidamente cercato di ostacolare la colonizzazione dei Territori Occupati - ritenendola un ostacolo alla soluzione "due popoli, due stati" - Greenblatt, invece, ha ribadito che la nuova Amministrazione Usa non imporrà una soluzione di pace al conflitto israelo-palestinese e, soprattutto, confermerà la promessa di trasferire l'ambasciata statunitense a Gerusalemme. In questo modo gli Usa riconoscerebbero l'intera città, inclusa la zona palestinese occupata nel 1967, come capitale dello Stato ebraico.

Inutile dire che un cosi forte avallo internazionale del colonialismo Israeliano rischia di provocare una nuova escalation di tensione nella regione, anche qualora le promesse americane vengano mantenute solo in parte.

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