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Intervista sulla Libia a Paolo Solimeno.

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7 marzo 2016, Firenze.

Per analizzare i processi sociali della questione libica, bisogna partire da lontano e cosi durante questi accadimenti è importante vedere come la storia affronta il processo economico, politico e religioso fin dalla seconda guerra mondiale.

La geografia libica non si può scindere dalla sua pozione centrale nel nord africa che si affaccia sul Mar Mediterraneo intorno al Golfo della Sirte e dei suoi rapporti con le coste italiane. Quarto paese dell’Africa per superfice, ha visto nelle sue terre, fin dalle origini, presenze egizie, greche, romane, bizantine, arabe e ottomane, nonché zona di conquista piratesca. Anche l’Italia ha fatto capolino in questa terra nei vari trascorsi storici e poi a partire dai primi del novecento, con la colonizzazione, facendone terreno di conquista fino alla liberazione e successiva autonomia.

Nel 1911 Giolitti, allora Presidente del Consiglio, dichiarò guerra all’impero ottomano per ottenere il controllo della territorialità. Negli anni venti, con Mussolini, vennero inasprite le politiche di espropri che consistevano in un vero e proprio trasferimento di terre di cui non vi fosse una proprietà dimostrabile. Nel 1939 il 13% della popolazione era costituita da italiani che furono poi espulsi negli anni successivi.

Nel 1951, dopo la sconfitta dell'Italia ad opera degli alleati nella II guerra mondiale, la Libia dichiarò l’indipendenza: una monarchia ereditaria e costituzionale. Nel 1953 entra a far parte della Lega Araba e nel 1955 dell’ONU. Poco dopo vengono scoperti i primi giacimenti (petrolio e altro). La limitata sovranità politica ebbe l’effetto di far approvare nel 1955 una legge che concedeva l’uso dei giacimenti alle compagnie petrolifere mondiali, riservando al governo soltanto il 50% degli introiti.

Nel 1969 il paese, dopo un colpo di stato militare, fu ribattezzato Repubblica araba di Libia e il colonnello Muhammar Gheddafi, avviò un programma di nazionalizzazione delle grandi imprese e dei possedimenti italiani. La piena sovranità politica permise di attuare una serie di miglioramenti (ospedali, industrie, infrastrutture, strade). Instaurò proficue relazioni con i capi clan, cercando di costruire un equilibrio. In politica estera, la Libia appoggiò i movimenti di liberazione nazionale. Le deboli organizzazioni libiche e gli intellettuali marxisti subirono una forte repressione.

Negli anni ottanta la Libia di Gheddafi fu configurata come “stato canaglia ” , sostenitore di gruppi terroristici, emarginata, di conseguenza, dalla NATO, subì l’embargo per molti anni (1998).

Nel 2011 scoppiano sommosse a seguito di tensioni tra il governo di Gheddafi e il Consiglio Nazionale Libico. Viene, quindi, attivato un intervento militare internazionale con “lo scopo di tutelare la popolazione civile libica”. All’intervento presero parte stati appartenenti alla NATO, tra cui Usa, Francia, Regno Unito, Canada e infine l’Italia. In realtà questo intervento, si concretizzò con un vero e proprio bombardamento militare e causò la dispersione di un’unità nazionale. Questo andò a scardinare l’equilibrio abbattendo il potere, senza però, avere una prospettiva futura e creando un vero e proprio disastro. Nel marzo del 2011 molti stati, a partire dalla Francia hanno riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione come UNICO rappresentante del popolo libico. A ottobre la Libia si poteva quasi considerare libera dal regime di Gheddafi che pochi giorni dopo venne catturato e ucciso. Purtroppo dopo questo, il territorio divenne “ostaggio di varie milizie locali” e i governi istauratosi, dopo, cercarono di imporsi, ma fallirono.

Per saperne di più ho intervistato l’avv. Paolo Solimeno sulla questione della Libia dato che ha approfondito la questione attraverso la sua tesi di laurea. Nel ricordare il suo lavoro egli si sofferma sul primo aspetto che lo interessò nel 1992, quando studiò la colonizzazione della Libia: il dualismo liberale che applica in patria, nella "metropoli", diritti e democrazia avanzati, per quel tempo, invece nei territori occupati si applica la legge del più forte, la depredazione, la violenza. Anche se nella colonizzazione della Libia le popolazioni non ribelli, quelle della costa e delle città principali in cui gli italiani avevano relazioni commerciali già da decenni, non subirono il trattamento che invece toccò alle tribù dell'entroterra. Solimeno si sofferma anche sul confronto tra il diritto italiano in contrapposizione a quello islamico valutando alcuni aspetti giuridici dell'ordinamento delle proprietà private e pubbliche che furono usati dal colonizzatore per acquisire terre.

Interessante è capire quali siano stati i processi politici e sociali che hanno portato alla situazione attuale con una particolare attenzione al colonialismo. Come avvicinarsi politicamente a questa realtà, la posizione del nostro governo, intervento militare o approccio diplomatico ? La presenza italiana in Libia fu contrastata dalle popolazioni che subirono gli attacchi più feroci nel 1930-32, quando il fascismo decise di battere la resistenza con ogni mezzo, fino ad un vero sterminio di massa anche con campi di concentramento; infine vinse il colonizzatore, ma si creò un sentimento di ostilità contro gli italiani intorno alle confraternite religiose. L'effetto di un nuovo attacco oggi, con inevitabili vittime civili e intromissioni nelle scelte politiche, rischia - sostiene Solimeno - di coalizzare la popolazione a favore di signori della guerra o, peggio, a favore dello Stato islamico.

Renzi di fronte a questa situazione, secondo l’opinione dell’avvocato, apparentemente tira “il freno a mano”, per ora si dice contrario a un intervento armato. Gli americani chiedono costantemente agli italiani di guidare l’intervento. Solimeno ha citato un articolo di qualche giorno fa pubblicato da Negri sul “Sole 24 ore”, nel quale si enuncia che se l’Italia entrasse nel conflitto secondo una prima bozza di spartizione fra gli alleati della Nato gli toccherebbe la Tripolitania. Inoltre con una modifica alla legge sul rifinanziamento delle missioni di fine 2015 viene dato pieni poteri al governo di decidere per le missioni di intelligence senza le garanzie del procedimento ordinario (che vede la presenza del parlamento) ….E’ una coincidenza? Sembra proprio che la novità sia voluta in vista di una evoluzione rapida della situazione Libica. Solimeno dice: “ No all’intervento militare senza una prospettiva futura: bisogna trovare degli interlocutori, come i governi locali, e favorire la costituzione di una forza armata libica riconosciuta da più fazioni possibile”.

Questa realtà, cari lettori, può sembrare lontana da noi, dalla nostra quotidianità ma è più vicina di quanto pensiamo. Non possiamo e non dobbiamo, in nome dei diritti umani che ci uniscono, non dare la giusta attenzione e solidarietà. Se verrà una guerra sarà un enorme sconfitta per tutti.

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