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L'educazione di una lodoletta: Una casa di bambola, alla Pergola

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La drammaturgia di Ibsen, attraverso le note di Una casa di bambola, fa da cerniera nel palinsesto del teatro della Pergola, tra le pungenti serate di Febbraio e i primi cinguettii di Marzo; dal 26 Febbraio al 6 Marzo, Filippo Timi e Marina Rocco (con la partecipazione di Mariella Valentini) vanno in scena guidati dalla regia di Andréè Ruth Shammah. Lo spettacolo raccoglie elogi e critiche da parte del pubblico numeroso in sala, marmaglia attenta rapita dal carismatico Timi, atterrato già la stagione precedente in questa architettura fiorentina per C'era una volta una bambina (e dico c'era perchè ora non c'è più), in cui portava alla ribalta, attraverso la sublime interpretazione di una moglie americana degli anni '50, i personaggi femminili succubi della subdola civiltà occidentale patriarcale che facciamo fatica a scrollarci di dosso. I vari commenti sullo spettacolo della Shammah sottolineano il femminismo dell'opera di Ibsen attraverso il personaggio di Nora, “uccellino spendaccione”, “lodoletta” che abbandona marito e figli per inseguire un anelito di libertà positiva, di auto-determinazione, di soddisfazione che nemmeno la promozione del marito nella gerarchia professionale di una banca può regalarle. In realtà, Ibsen stesso aveva smentito, nella sua esclusività di genere, le quote rosa dall'interpretazione della sua rappresentazione. Alberto Spaini, nell'introduzione a una raccolta drammaturgica di Ibsen edito da Gherardo Casini Editore, scrive: “Comunque che Nora non sia una battaglia per il femminismo, lo dimostra il fatto che oggi il femminismo ha completamente vinto, ma il dramma di Nora, dopo settant'anni – è sempre vivo e palpitante e perfettamente intesa dal pubblico”.

Le quasi tre ore di spettacolo si declinano tra il rosa delle pareti che nel profumo di cannella dell'atmosfera natalizia diventa stucchevole e le scadenze trimestriali di un impiegato che ricatta Dora, tra la serenità che si dispone attraverso ghirlande e sorrisi troppo spontanei per esser veri e il mondo degli affari che nel XIX secolo si consolida in maniera imperativa in Europa. Nora infrange continuamente la legge del marito, mangiucchiando dolciumi nonostante la promessa pronunciata di astenersi per non rovinarsi la smagliante dentatura, ma soprattutto preoccupandosi delle finanze familiari in un periodo particolarmente pesante per il groppone malato del marito. Non è solo la donna che nel consumismo natalizio indossa “deliziosi guanti” e vi trova la sua dimensione di spensierata casalinga, ma colei che prende coscienza della “gabbria d'oro in cui si trova, dove non sboccia la primavera”, attraverso viuzze che le faranno percorrere la traiettoria palco/platea all'incontrario rispetto alle battute iniziali della rappresentazione.

Nora, personaggio che nella potenzialità dei segnali che emana poteva esser meglio sviluppato, si rifiuta di salvare i resti di luce, le apparenze del suo matrimonio; nella resa dei conti che segue l'espressione delle verità non-dette del matrimonio di Nora, quella “cosa meravigliosa” non accade. Il marito di Nora non cede alla sincerità della moglie, la condanna per aver mentito; Torvald è un personaggio che non intraprende quel percorso di formazione a cui ammicca il personaggio di Nora. Filippo Timi destreggia - con eleganza, ironia e talentuoso appeal sul pubblico – i tre ruoli maschili del marito, dell'impiegato in banca, dell'amico di famiglia segretamente innamorato di Nora e lascia intravedere “il quarto, il più disperato” che li accomuna, colui che vive nella solitudine dell'apparenza e dell'incomunicabilità, in quello squarcio di mondo che non fa entrare in casa un'ombra abbigliata al femminile che, in vari intermezzi, fa capolino all'altezza della scena ritmata lentamente dai tasti di un pianoforte.

La coscienza è un punto che di numinoso non ha nulla, se abbagliato dall' “opinione diffusa che vivere sia necessario”, se la ragionevolezza che circoscrive i desideri degli attori in scena è sempre più eteronoma e non contribuisce a formare un coraggioso svincolarsi da comandi socialmente pre-impostati.

Anche se non sottolineato abbastanza in scena nelle sue implicazioni, mi piace pensare che la contestazione dell'autorià da parte del femminile non si realizzi in realtà attraverso un'opposizione al maschile burbero col portafogli pieno di soldi, che un'altra, orizzontale società di pari, non abbia bisogno di urlarsi in faccia una cesura artificiale tra uomo e donna. La trama inscenata, se approfondita, potrebbe condurre piuttosto a questo argine, che non sottolinea la diversità, ma l'esigenza tutta umana, a prescindere dalla sessualità, di legarsi in maniera libera agli altri, come “naufraghi attaccati a un relitto che si tendono la mano”.

E se quel focolare costruito non fosse sufficiente per far “scomparire i ricordi”? I ricordi non possono essere cancellati, ma solo condivisi e rielaborati, e la famiglia non è lo scoglio necessario, l'approdo sufficiente, per come l'immaginario comune ce la tramanda: un salotto lindo e pinto di non complessità. Solo la convivenza di educazione e ricreazione può aprirci a un'ulteriore frammento di storia, esemplificato dai riccioli d'oro e il sorriso di una bambina che adagia le sue mani in maniera magistrale tra le corde di un'arpa.

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