Lo spettacolo "La bastarda di Istanbul" messo in scena in questi giorni al Teatro di Rifredi è sicuramente di quelli che rimangono in testa.
Personalmente negli ultimi giorni mi sono ritrovato più volte a riflettere su alcune scene per diversi motivi: inanzitutto per la storia, in grado di trattare argomenti profondi in maniera semplice (ma per nulla semplicistica). Lo spettacolo parla ad esempio di donne, della diaspora armena, dell’identità turca (ponte in bilico tra due continenti) e armena (popolo che esattamente 100 anni fa fu vittima di un massacro e costretto all’esilio da parte dei turchi, che tutt’oggi negano la vicenda o tentano di rimuoverne il ricordo). Due culture, quella turca e quella armena, legate da secoli di Storia comune che si intrecciano anche nelle vicende familiari di questa storia (stavolta con la “s” minuscola). A tale proposito cade a pennello la frase inserita nello spettacolo riguardo ad un aneddoto sull'arca di Noé: "si salvarono insieme e diversi" (che suona quasi come un monito per un paese come la Turchia di oggi, sconvolta da una forte spaccatura tra laici e conservatori ed una guerra civile nella regione kurda). Uno spettacolo che affronta questi e tanti altri temi ma che lo fa con delicatezza, molte volte lasciando
cogliere allo spettatore le informazioni dalle sfumature tra una frase e l’altra. Si pensi alla panoramica sulla figura femminile in Turchia, che si deduce dai diversi caratteri delle donne di famiglia, oppure dalle frasi sul velo, il cui obbligo è stato abolito negli anni ’20 da Ataturk, e sul diritto di voto alle donne (conquistato nel 1926).
Un grande merito del successo dello spettacolo va agli attori, che più azzeccati non si può. Serra Yilmaz è in grado di coinvolgere il pubblico sin dal primo minuto con la sua simpatia. Valentina Chico trasmette una forza e una rabbia che intimoriscono e che sono perfetti per il suo personaggio. Riccardo Naldini sembra aver fatto suo il ruolo che interpreta a meraviglia. La perfetta scelta di Marcella Ermini nel ruolo della madre. Potrei continuare perché tutti gli attori hanno meritato gli applausi del pubblico.
Il terzo motivo per cui lo spettacolo mi è rimasto impresso è che (chi è stato ad Istanbul come me può confermare) per un po' si riesce a fare un tuffo in quella città attraverso i tanti cibi tradizionali menzionati en passant durante la storia, le foto ed i bellissimi video-scenari. In alcuni momenti mi è sembrato di essere davvero tra la giungla di case, i mille odori di spezie ed il richiamo dei muezzin alla preghiera.
Merita di spendere ancora qualche parola sulla scenografia, opera di Giuseppe Ragazzini e composta da collage in movimento proiettati su pannelli mobili. Oltre a rendere possibili effetti visivi straordinari (una camminata per le strade di Istanbul, la spesa tra gli scaffali del supermercato o una telefonata dall’Arizona alla Turchia), in certe parti il video conquista la scena e diventa protagonista, come succede al Café Kundera dove si assiste ad una discussione tra 4 personaggi proiettati sullo sfondo, interagendo ogni tanto con le due giovani attrici Diletta Oculisti ed Elisa Vitiello (vedi foto).
Il risultato è uno spettacolo che coinvolge il pubblico per due ore senza mai annoiare, mantenendo alta l’attenzione fino alla fine e che, una volta concluso, ti lascia ricco di informazioni, interrogativi e pensieri.
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