Il 7 Febbraio, il teatro della Pergola di Firenze chiude il sipario sulla trilogia di Eschilo, l'Orestea. Dopo l'Agamennone, Coefore e Eumenidi esibiscono lo scioglimento di un intreccio grondo del sangue argivo, attraverso l'argine fornito dall'istituzione della Giustizia da parte di Atena, “dea del confronto, della parola, della persuasione”: dalla vendetta, dalla risoluzione delle controversie private e familiari, attraverso un percorso tortuoso di confronti e scontri, al dibattimento, alla dialettica delle prove, delle rispettive contraddizioni, all'attribuzione delle responsabilità individuali attraverso l'esposizione di motivazioni e circostanze.
Il passaggio da un tipo di giustizia armeggiato dal libero arbitrio del signore di turno o del privato cittadino che costringe all'espiazione dell'offesa subìta attraverso la vendetta a un tipo di giustizia che si compie tramite un procedimento dialogico di accertamento delle colpe è un percorso in salita esemplificato per esempio dall'inclinazione del palco, dalla direzione scoscesa che indirizza l'ingresso nella reggia, sventurato “coagulo che non si scioglie”. Molti dei personaggi in scena recitano scalzi, a stretto contatto con la base di sabbia nera intonata ai colori cupi che avvolgono la rappresentazione, come a voler sottolineare il legame del singolo con la dimensione apotropaica, ancestrale che influenza la morale corrente, un piano ricurvo plasmato da nuovi e vecchi dei, da trasandati stracci color carbone e eleganti armature numinose, da Atena Apollo e le Erinni, dalla proiezione divina delle passioni umane. La trama si dimena nel furore di Oreste accentuato dalla furia delle Erinni che in plies e sulle mezze punte, attraverso una danza lenta, scomposta di passi elastici e figure circolari non sincronizzate, nello stile disordinato e non allineato di una danza dionisiaca, perimetrano il matricida assillando la sua colpa di angusti e claustrofobici spazi: “sul mio cuore il dolore è pronto a danzare, la furia a cantare”.
L'arrangiamento tecnico-scenografico moderno dello spettacolo, per la regia di Luca De Fusco, tradisce il progetto originario greco, puro della tragedia solo per restituirlo in tutta la sua complessità pedagogica, la sua intensità agli occhi disattenti del nostro secolo: nel momento in cui un'Atena abbigliata a guerriera principesca, con vestito di ferro, elmetto in capo e zigomi ben in vista, dà il via con un effetto sonoro di amplificazione della voce alle votazioni che decideranno l'assolvimento o meno di Oreste - che vendica la “morte senza onore” del padre Agamennone per mano di Clitemnestra e dell'amante Egisto- la panoramica del teatro viene proiettata sul palco a mò di giuria. La dea che con autorevolezza, con una reiterata, imponente proiezione della sua figura sulle porte di Argo, detta un giuramento di giustizia secondo coscienza, è fonte di legittimità per le decisioni di un'assemblea immune dalla piaga della corruzione, fonte di autorità per quei migliori cittadini, quell'aristocrazia meritocratica che dovrà fungere “da baluardo per il Paese”, incutere rispetto (attraverso la necessaria ma non sufficiente paura per la pena) nel popolo dell'Attica. La macabra atmosfera che la tirannide di Egisto aveva contribuito ad allestire si schiarisce nella comparsa di Atena, scandita dal suono regolare di un tamburo (“la violenza che c'è nella mente dell'uomo, chi potrà dirla a parole?”). L'escamotage tecnico la dice lunga sulla filosofia del teatro greco, luogo adibito alla formazione del cittadino, al lustro della polis attraverso un costruttivo e vivace agonismo artistico, in cui confluivano patrimonio ellenico e pertinenze socio-politiche contemporanee controverse, input di riflessione per il singolo (“è giusto ripagare i malvagi del loro stesso male?”).
In una civiltà, una polis, che investiva sulla cultura (retribuendo anche le giornate lavorative non svolte partecipando alla rappresentazione) al fine di assicurarsi una cittadinanza consapevole attraverso una partecipazione che era ancora anelito di libertà per l'individuo, la giustizia funzionava per la regolazione sociale, in quanto il suo esercizio trovava ispirazione in ideali e orizzonti culturali condivisi, dibattuti e accettati; in quanto la credenza circa l'influenza sulle vite individuali di un giudizio assembleare veniva compresa quale garanzia da un potere arbitrario e immagine politica di alcuni diritti individuali che in Grecia, nonostante tutti i limiti del caso, fanno la loro eminente comparsa. Il canto corale delle Erinni - dalla capigliatura acconciata a ventaglio con ciocche di capelli a mò di serpenti- ribattezzate da Atena come Eumenidi incammina lo spettatore sulla scìa dei titoli di coda della rappresentazione.
Un Paese che si esauriva al di qua delle colonne d'Ercole, che emarginava il barbaro ma che ospitava lo straniero con lo stesso riguardo riservato a un dio, che nonostante i margini spazio-temporali slabbrati continua a sussurarci parole di libertà e giustizia. Un Paese oggi costretto a vendere al miglior offerente le sue opere d'arte, a raccattonare investitori per quella penisola che fu crocevia di genti e modelli socio-culturali-politici che continuiamo a portarci dietro, in sordina, con la speranza che da questo gene democratico ad oggi recessivo possa permettere ancora alla sua specie, alla sua civiltà di risplendere della luce degli albori.
Che i classici possano sempre rifiorire in antologie che ci ricordano come occhio per occhio rende il mondo cieco, l'uomo schiavo e il cittadino distratto (“non ci sono patti che tengano quando le ragioni non sono giuste”).
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