Andatura claudicante ma frenetica e nervosa, ingabbiata tra le grinfie dei (pre)giudizi della società perbene: è il Sognatore di Dostoevskij, quell'uomo che, attraverso atteggiamenti e posture critiche, costruisce uno spazio esistenziale ulteriore, composto di paradigmi etici che oltrepassano la morale comune, la mediocrità. Tale etica del sottosuolo -come la definisce Camilla Pieri in una raccolta di saggi editi dalla casa editrice Clinamen- in Sogno di un uomo ridicolo si esplica in tutto in tutto il suo potenziale. Lo spettacolo in programmazione al teatro della Pergola di Firenze dal 5 all'8 Maggio è una preziosa perla nel palinsesto di uno dei teatri più rinomati d'Italia. L'empatica interpretazione di Gabriele Lavia riproduce la divinazione di questa ulteriorità, di questa dimensione utopica in cui la convivenza degli uomini è ispirata ai principi dell'amore, della felicità non compromessa dalla gelosia e dall'odio. Lo scrittore romantico russo, come il Romanticismo in generale, rimanda a un contatto col primordiale, rappresentato dalla terra. In Tolstoy tale rimando era rintracciabile nel Levin di Anna Karenina, in quell'introverso innamorato che scriveva trattati di agronomia. Un contatto con quel genuino sfigurato e mascherato dalle patine luccicanti propagandistiche, dalle tecno-pratiche dell'uomo moderno.
Ma non divaghiamo; restiamo concentrati sulla rappresentazione scenica del capolavoro Dostoevskij. Il monologo del protagonista col pubblico in sala emerge a partire dal contrasto con uno sfondo di incommensurabile oscurità, un indefinito da cui emerge la narrazione della vita dell'uomo ridicolo o pazzo, a seconda dei capricci e delle categorizzazioni a cui si appella una società incapace di pensare, incapace di svincolarsi dalle formule scientifiche: “il due per due quattro non è più vita, signori, bensì il principio della morte”, scrive nel 1864 Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo. Quest'individualità si destreggia in scena, barcamenandosi e calpestando un palco ricoperto di terriccio, un manto marrone, un suolo rispetto a cui si proporrà un'etica alternativa, del sottosuolo, una maniera di comportarsi diversa. Avvinghiato in una camicia di forza, col viso ricoperto di polvere, combatte con tutti e con nessuno facendo la spola tra la rabbia e l'amore, l'amor proprio e l'amor di sé, scriverebbe Rousseau. Dall'esperienza della morte, dalla fantasticheria dell'allontanamento dalla vita, una vita vissuta da cui non si può prescindere, si procederà al sogno di un pianeta-terra incontaminato che ispira interrogativi del tipo: possiamo amare solo attraverso la sofferenza? perchè amo gli uomini anche se li odio? perchè non poter odiare gli uomini? Per questo predicatore di verità, orgoglioso, tutto è indifferente a parole; nei fatti, si strugge in un “tormentoso amore”, attitudine propria di ogni essere umano (“potevo soffrire, arrabbiarmi, vergognarmi per le mie azioni”).
Un'utopia sociale e umana è descrivibile a partire dall'esperienza surreale del sogno: l'uomo ridicolo si addormenta davanti allo scrittoio, a una rivoltella che fumeggia l'intento suicida. In questo frammento di iper realtà, la sospensione della realtà gli concede la serenità e l'affetto di uomini collocati nella geografia dell'arcipelago greco, nel cui parto della bellezza del pensiero sbocciò l'embrione della civiltà che si interroga sul principio della vita. Tale beato esperimento politico (nel senso ampio del termine), dove “sembrava che tutto splendesse”, si interrompe però, turbato dalla contaminazione, dalla perversione che lo stesso uomo ridicolo, “meschino, millantatore, bugiardo”, introdusse, cambiando rotta a quell'innamoramento generale, a quel panteismo “civile” di fronte a cui ebbe il dono di rimanere in contemplazione. Da qui, l'apogeo dello spettacolo, l'enumerazione, il chiasma di quella che sarà interpretata come regressione relazionale, in una scala del tempo non orientata verso il progresso occidentale: scoperta la bellezza della menzogna, si assiste alla dissolvenza del contatto con l'universale fino all'elaborazione dell'atomo, alla gelosia, alla sensualità, alla vergogna, alla virtù, all'onore, all'individuazione, alla personalità, alla verità e alla tristezza della scienza, alla fratellanza, alla giustizia dei codici, delle pene di morte e della ghigliottina, alla schiavitù, alle religioni e alle filosofie. Il difetto della scienza è nella pretesa di spiegare la vita a prescindere dall'atto tramite cui viviamo quella vita, una vita incarnata in cui non vale l'assunto per cui la conoscenza della felicità è superiore alla felicità stessa.
“Stanchi uomini” di quella “fatica inutile” che fa perdere le tracce del senso di quella sofferenza. Interrogarsi su quel significato vuol dire aprirsi alla bellezza, individuare le smagliature dell'esperienza sui volti. Il sognatore risulta ridicolo perchè ammette l'inammissibile, è un inguaribile viaggiatore che non esclude nessun percorso. L'imperativo del racconto avvertito da questa specie di Zarathustra, di cui lo spettatore avverte la sofferenza, la fatica fisica del corpo che si dimena in scena, si srotola nella convinzione che l'uomo può essere felice senza smettere di vivere sulla Terra. Cioè: “l'odio non può essere lo stato normale degli uomini”. È contro tale affermazione scontata che l'uomo ridicolo sogna, muore e rivive i suoi ricordi, una pellicola di immagini chiaroscurali evidenziati da improvvisi raggi di luce modulati dalle corde pungenti dei violini.
Contro la superiorità della coscienza della vita rispetto alla vita stessa. Qual è la prospettiva che emerge, il solvente, in questa matassa di asfissiante nichilismo? La morale della favola ci parla della necessità di amare gli altri come noi stessi, il comandamento supremo della carità cristiana; “si rimetterà tutto a posto, basta che tutti lo vogliano”, chiosa Lavia, il sognatore ridicolo dirigendosi verso uno sfondo cupo dagli indefinibili orizzonti.
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