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I Momix al Teatro Verdi: il dono dell'alchimia

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Un interminabile coro di applausi: così si conclude la prima dei Momix al Teatro Verdi di Firenze, Martedì 11 Febbraio. Come se l'energia del pubblico pretendesse di prolungare lo spettacolo “Alchemy” , firmato Moses Pendleton. Il nuovo lavoro del fondatore della compagnia era già stato presentato in prima mondiale il cinque Febbraio del 2013 al Teatro Alighieri di Ravenna. Un tripudio di danza, luci e musiche; un vortice di espressione, colori e odori. Un'emozione lunga novanta minuti, che tenta l'impossibile: la rappresentazione della vita in tutta la sua pienezza. La comunicazione dell'essenza della natura in tutta la sua complessità. Un inno alla vita e al suo essere divenire, in un reticolo di improbabili combinazioni elementari. Ballerini-illusionisti che sembrano materializzarsi dal nulla, che si fondono l'un con l'altro in un effetto che è solo collettivo. Specchi opportunamente disposti alla moltiplicazione della vita, dei profili. Non è il Don Chisciotte del balletto russo, fatto di prime donne e contorni stonati. Nel caotico vorticare della vita, del movimento, il tutto si rivela nella sua bellezza, in tutta la sua travolgente armonia. Un equilibrio fatto di impurità, di colori mescolati, di sembianze scambiate e rispecchiate nel gioco, eroico e irriverente, di riconoscersi e rapportarsi. Di essere per metà umani e per metà bestie, un cinquanta e cinquanta che ci costituisce e ci culla nel segreto equilibrio alchemico, naturale, di acqua aria terra e fuoco.

La rappresentazione diventa visione, il reale surreale, coreografando la sospensione dell'intero, stupito, pubblico in sala, proprio come quei ballerini che (retti da invisibili funi) parevano danzare a due passi da terra, tra il divino e la natura. Incarnati, radicalmente, come in un rito bacchico, eppure ispirati da un riscatto metafisico; lo svolazzare dei capelli e la posa, l'instinto e la perfezione. Uno spettacolo divertente, drammatico, variegato, fatto di una tecnica che non è senza l'arte, e viceversa. L'esponenziale padronanza del corpo non si porta dietro il peso della tecnica, che pare immortale eppure tragicamente intrappolato nelle sue forme, nei suoi perimetri; è una danzatrice in un quadrato di colonne rette nei vertici da altri ballerini. Come immersi in un respiro di panteistici sospiri, le scenografie cambiano continuamente e rispondono al ritmo dettato dalla musica, un pentagramma che mischia Oreobambo a Escala fino a Ennio Morricone. Arguzia tecnica e intelligente sensibilità, per una sensuale messa in scena del miracolo della vita. Qualsiasi tentativo di descrivere e catturare in parole uno spettacolo come quello dei Momix viene rapito dal precipizio dell'ineffabile, dell'inesprimibile, dove solo l'emozione può supplire a tale incapacità. E la resa è tutta, divinamente, umana. Le parole restano a terra, e la danza contemporanea diventa surrogato di comunicazione, eccedenza di espressione. Solo il genio, l'arte riescono a restituirci questa relazione, donandoci quel senso di umanità che è solo nella primitiva regola della spontaneità imparata da Madre Natura.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 10:15 )  

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