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"Due di noi" alla Pergola

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La commedia inglese targata Michael Frayn porta alla Pergola tre storie di matrimoni in crisi, logorati dalla consuetudine e dall’incapacità di comunicare. Tre piccole pièces per due soli attori, con un finale in crescendo, dove i ruoli interpretati in contemporanea divengono addirittura cinque. Le premesse, condite da una buona dose di humour inglese, scambi di coppia e misunderstandings, sembrerebbero assicurare il successo – garantito poi dalla valida coppia di interpreti: Lunetta Savino ed Emilio Solfrizzi, per la prima volta assieme sul palco. Ma per quanto il pubblico apprezzi e rida spesso di gusto, qualcosa sembra mancare a questo Due di noi.

  ® Fabio Lovino

Certo lo script non doveva suscitare attese eccezionali: con discreto stile e molta abilità, la commedia di Frayn gioca in egual modo sugli stereotipi e sul realismo delle situazioni, stimolando spesso una partecipazione immediata e divertita, ma senza mai indagare a fondo la psicologia dei personaggi, esasperandone piuttosto i tic e le pulsioni. L’obiettivo, ovviamente, non è fare teatro di ricerca: bisogna far ridere e ci si riesce, ma, in alcuni casi, una maggiore sottigliezza non avrebbe certo guastato. Perché a ben guardare le potenzialità non erano mancate.

A una prima parte piuttosto sciatta, tutta costruita sulle ripetizioni e la pateticità dei rapporti, fa seguito una seconda forse meno digeribile, in cui Lunetta Savino dà vita a un lungo monologo avvinazzato, ma forse un poco più profondo e a tratti sorprendente. Ma la delusione maggiore deriva proprio dalla terza parte, la più lunga e complessa di tutte, che se da un lato risulta simpatica e godibile, dall’altro non manca di rivelare tutte le pecche del testo. In primo luogo una certa carenza di ritmo, per cui i personaggi si dilungano spesso in battute di scarso contenuto; poi un eccesso nell’uso delle ripetizioni (facili a trasformarsi in veri “tormentoni”); infine una certa prevedibilità delle situazioni (anch’essa però funzionale a un maggior coinvolgimento del pubblico). Quel che ne risulta, è uno spettacolo mediocre, ma che proprio nella mediocrità trova i suoi maggiori punti di forza.

  ® Fabio Lovino

La regia di Leo Muscato, in sé, non è particolarmente degna di nota – e suo unico pregio è forse quello di non far sentire quasi per nulla la sua mano. Perfettamente nella norma anche le scenografie, i costumi e le luci (forse le uniche a spiccare nel complesso, per un uso molto accentuato – ma forse troppo – dei contrasti cromatici). Di buon livello le recitazioni, anche se in larga parte favorite dall’esasperata tipizzazione dei personaggi: Solfrizzi certo più simpatico, la Savino più impegnata, specie nel lungo monologo centrale. Uno spettacolo, insomma, perfettamente nella norma, ottimo per farci passare una serata piacevole o – cosa più importante – per avvicinare al teatro anche un pubblico più aduso a diverse (e più facili) forme di intrattenimento. Ma se ci si vorrà attendere un qualche valore aggiunto, forse si è davvero sbagliato la serata.

al Teatro della Pergola
da martedì 5 a domenica 10 marzo 2013

Per DEApress, Simone Rebora

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