Dirlinger
"Contastorie"

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Due anni di prove e soprattutto di sperimentazione per ricercare e trovare il giusto equilibrio tra passato e futuro, tra l'eletrtonica intelligente di oggi (che qui non ha luogo a procedere) e quel folk di strada che sembra riportarci ai The Band e molto altro di simile. Lui è Dirlinger, ovvero Andrea Sandroni. Lui è in quella terra di mezzo tra Marche e Romagna... ed è nella provincia italiana che mi piace ambientare le liriche di questo esordio dal titolo "Contastorie", fatto di canzoni decisamente molto sociali, questo suono decisamente molto "semplice"... la sintesi e la non esuberanza è forse un tassello di arrivo per ogni tipo di viaggio. E Dirlinger sembra davvero non aver bisogno di intelligenze altre... e con lui, sembra che tutti torni indietro nel tempo. In rete il VIDEO UFFICIALE...
Un esordio oggi: aveva senso attenderlo totalmente digitale? E invece… quanto c’è di suonato?
Più che per ragioni di “ortodossia”, l’affidarsi alla tecnologia è stata per un’esigenza di spazio, di “economia” e anche di abitudine all’ascolto: sarebbe stato bello registrare con un gruppo in presa diretta, alla maniera dei gruppi degli anni Sessanta e Settanta; alla fine ho optato per i modi moderni, pur mantenendo il gusto del suonare, oltre che dello scrivere.
Che sia anche una forma di resistenza e di provocazione al tempo che viviamo?
Direi che sia una forma di resistenza inconsapevole; non riuscirei a fare diversamente. Mi piace trattare le canzoni come in un percorso di artigianato: dalla scrittura fino alla postproduzione. Tra queste cose, ci passa anche l’arrangiamento e il suonare.
Secondo te si deve tornare alle origini di un mondo analogico? Dico anche pensando ai rapporti umani...
Personalmente nella musica lo trovo più “caldo” e affascinante, ma la strumentazione analogica è un mondo che bisogna conoscere, per affidarcisi. Per quanto riguarda i rapporti umani, cambiano i tempi e con essi cambiano i linguaggi e i modi di comunicarli. L’importante è non perdere i legami e l’umanità.
La citazione e l’omaggio: Don McLean. In che modo hai dialogato con questa eredità, cercando un ponte tra il passato e il tuo linguaggio presente?
È un brano che ho a cuore e la cui forma lirica stava bene in mezzo alle mie storie cantate. Mi sono divertito a riarrangiarla e a prendermi delle libertà anche compositive rispetto al brano originale. Fin da piccolo, già da prima che iniziassi a suonare, avevo sviluppato un interesse quasi didascalico nell’andare ad ascoltare le traduzioni italiane di canzoni straniere. Ad un certo punto è stato naturale iniziare a farne, di mie.
Guardando al futuro, dopo questo primo album, come immagini l’evoluzione del tuo “raccontare storie”? Più verso l’intimità o verso un impegno sempre più corale?
Spero di mantenermi bene sul filo, di riuscire a mettere nelle canzoni le mie percezioni ma senza intaccare una visione in cui qualcun altro si possa ritrovare. Spero di fare miei altri linguaggi lirici e musicali per raccontare delle tematiche che ho più a cuore.
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