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Anna Jencek: cantando le lliriche di Shakespeare

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Anna Jencek
“Jencek canta Shakespeare”

JENCEK COVER

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Anna Jencek offre al pubblico un gioiello raro e commovente con “Jencek canta Shakespeare”, un’opera che trascende i confini tra musica, poesia e filosofia. Nel centenario di Arturo Schwarz e l’ottantesimo compleanno di Herbert Pagani, l’artista milanese celebra non solo la memoria di due grandi figure che hanno arricchito la sua vita, ma anche l’inesauribile vitalità dei sonetti di Shakespeare.
In questo lavoro, i versi tradotti da Giuseppe Ungaretti e Sara Virgillito si trasformano in qualcosa di più di semplici parole: diventano pura essenza sonora che molto indagano anche l’aspetto visionario, allegorico, favolistico approdando ad un risultato dalla forte potenza visionaria. A dire il vero per lunghi tratti c’è della fanciullezza che sembra caratterizzare gli obiettivi della Jencek. Musica snella ed essenziale, quasi ascetica, ma con una potenza ancestrale ed evocativa che risuona come un’eco lontana e insieme vicinissima. L’arpa, le chitarre e le percussioni si intrecciano con voci e, soprattuto spazi e silenzi, dando corpo a una polifonia che sa di eterno, come in fondo sono eterne le poesie Shakespeare. I sonetti, cantati con uno stile che richiama il rigore del barocco e la libertà dell'elettronica contemporanea, assumono nuove sfumature, alcune difficili da digerire forse perché avrei preferito un’elettronica decisamente più sfacciata e arrogante in luogo di soluzioni che ho trovato forse troppo accademiche e didascaliche. Ad ogni modo l’incanto resta e svela il vero nucleo del tutto: l’amore come tensione verso l’assoluto. La Dama bruna e il Giovane biondo non sono solo figure, ma archetipi vivi, universali. Qui, la parola non è soltanto detta, ma incarnata, in una danza tra intelletto e cuore.

Jencek non celebra solo Shakespeare, ma il potere trasformatore della poesia stessa, rendendo omaggio a chi l’ha tradotta e a chi l’ha vissuta con lei. Il risultato è un disco che non solo si ascolta, ma si vive, come un’intima confessione che, nel suo raffinato minimalismo, apre porte infinite al mistero.
Il disco, nella sua versione fisica, si arreda di una scrittura a calce o prefazione dello stesso Arturo Schwarz.

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