Jules&Jacob
due cuori nell’Anarchia

Pino Casamassima
Jules Bonnot e Alexander Marius Jacob, entrambi francesi, entrambi anarchici, entrambi vissuti a cavallo di un Novecento che registrava le prime rapine in auto e le gesta di “un ladro gentiluomo”.
“La casa è circondata, arrenditi, non hai scampo! O vuoi morire come il tuo amico?” L’amico è Joseph Dubois. È a terra, senza vita. Le munizioni sono agli sgoccioli, pochi colpi ancora, poi più niente. Arrendersi? Mai! Un pezzo di carta, per due righe, le ultime, nonostante 35 anni siano pochi per salutare il mondo. Non si contano gli uomini in divisa là fuori. Eppure non si decidono a stanarlo. Sono terrorizzati dalla sua mira. Oltre che con le macchine, che guida come un ossesso, lui è bravo anche con le pistole. Una volta aveva urlato a un poliziotto che gli avrebbe fatto saltare il cappello, e così era stato. Lui non è un malvivente qualsiasi. Lui è Jules Bonnot. “Ci vogliono rinforzi!” urla il capitano della gendarmeria. Arriva la Guardia repubblicana. E anche una cinepresa, un marchingegno incredibile. Sono in due a muoverlo, quel cassone di legno. Serve per filmare l’impresa,
per documentare la cattura dell’anarchico più pericoloso di Francia. Ancora pochi minuti prima di capitolare. Un pezzo di carta, un pezzo di carta per pochi pensieri, poi basta. Sparerà gli ultimi colpi e tutto sarà finito. Un pezzo di carta e un lapis. “Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, e scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso, nessun rimorso”. Il mio nome non è Arsenio Lupin Nessun rimorso nemmeno per Alexandre-Marius Jacob. Finirà sui cartoni animati, nei film e nei telefilm col nome di Arsenio Lupin, “il ladro gentiluomo”. Ma lui era un anarchico, non un ladro. Sottraeva ai ricchi e ridistribuiva ai poveri, che manco Robin Hood. Una vita di eccessi, di travestimenti, di inseguimenti e di beffe alla polizia e ai ricconi dell’epoca. Quella bella. La belle époque. Una volta, nella villa di un conte, trovò solo gioielli falsi: “Tornerò da lei quando avrà il gusto di tenere in casa gioielli veri, non chincaglieria”, scrisse in un biglietto infilato nella cassaforte lasciata aperta. Anche lui consegnò a un pezzo di carta i suoi ultimi pensieri. “Ho vissuto un’esistenza piena di avventure e sventure e mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque voglio andarmene senza disperazione,
il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberlef o a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.
PS: qui ci sono due litri di vino rosé. Brindate alla vostra salute”.
PS: qui ci sono due litri di vino rosé. Brindate alla vostra salute”.
Due storie parallele
Quelle di Jules Bonnot e Alexander Marius Jacob sono due storie parallele sia per i tempi in cui si sono svolte, sia per la loro comune appartenenza all’Anarchia, sia per la capacità di mettere in scacco un’intera nazione, anche in questo caso, la stessa: la Francia. Fra i due, solo tre anni di differenza, ma Bonnot non arriverà a compiere i 36 anni, mentre Jacob saluterà il mondo a 75. Non s’incontrarono mai. Lo fanno qui, per la prima e unica volta
possibile. La prima storia, quella di Bonnot, è la più violenta, perché più violenta era stata l’interpretazione che dell’anarchismo aveva quel ragazzo nato a Pont-de-Roide, in Francia, il 14 ottobre 1876. Suo padre era un operaio rozzo e analfabeta. La sua infanzia era stata segnata dalla scomparsa della madre, avvenuta quando lui aveva solo cinque anni. Qualche anno dopo, suo fratello maggiore si era suicidato per una delusione d’amore.
A 13 anni, dopo una breve e turbolenta carriera scolastica con molti litigi con i compagni, e punizioni da parte degli insegnanti ed educatori, Jules aveva fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro come operaio della Peugeot. In fabbrica era entrato in contatto con alcuni operai anarchici, che gli avevano prestato dei libri che lui aveva divorato. Proudhon e Fourier avevano modellato le sue idee sulla condizione di classe, e lui, poi, alle parole aveva fatto
A 13 anni, dopo una breve e turbolenta carriera scolastica con molti litigi con i compagni, e punizioni da parte degli insegnanti ed educatori, Jules aveva fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro come operaio della Peugeot. In fabbrica era entrato in contatto con alcuni operai anarchici, che gli avevano prestato dei libri che lui aveva divorato. Proudhon e Fourier avevano modellato le sue idee sulla condizione di classe, e lui, poi, alle parole aveva fatto
corrispondere le azioni contro il nemico: il padronato. Entrato più volte in contrasto con i caporeparto, era stato licenziato e segnalato come “sovversivo” alla polizia. La prima carcerazione arrivò nel 1897, dopo una aggressione a un poliziotto.
Il mio nome è Jules Bonnot
L’arrivo di Sophie Burdot rappresentò per Jules Bonnot una sorta di pausa in una vita senza respiro. Con Sophie, Jules conobbe il calore della famiglia: quella che gli era sempre mancata. Con lei progettò una vita, con una promessa reciproca pronunciata il 14 agosto 1901, quando Jules e Sophie si unirono in matrimonio. Jules andò a lavorare al deposito ferroviario della frontiera franco-svizzera, poi si presentò l’occasione di un posto migliore,
come garagista, a Ginevra: quel che ci voleva dopo la nascita della loro bambina, Emilie.
Più soldi e più tempo libero, oltre a non tornare sempre a casa con la pelle e i vestiti sporchi di grasso nero. Quella dei Bonnot sembrava un’esistenza come quella di qualsiasi famiglia borghese francese, con padre, madre e figlioletta che alla domenica passeggiavano nei giardini pubblici di Ginevra, ma da lì a poco il destino, nella sua versione più maligna, allungherà gli artigli su quelle esistenze, spegnendo la piccola vita della figlioletta. La morte di Emilie gettò nello sconforto Jules e nella depressione sua moglie. Jules, che stava ormai sempre di più fuori casa dopo il lavoro, riallacciò i rapporti con i compagni anarchici, finché arrivò il licenziamento e il foglio di espulsione dalla Svizzera. Dopo aver girovagato nella Francia del Sud, la coppia trovò infine una sistemazione a Lione, dove Jules venne assunto come meccanico. Quella per i motori, per le macchine capaci di sfrecciare anche fino a cento all’ora, come quelle da corsa, era una vera e propria fascinazione per Jules, che si fece apprezzare per la sua “dedizione al lavoro”, come diceva di lui il padrone dell’officina, ma la sua non era dedizione, era passione: un’altra cosa. Su quei sogni luccicanti di metallo, Jules le mani ce le avrebbe messe gratis. Poco alla volta i giorni sembravano lasciarsi dietro il grigio della tristezza – anche se una figlia non la si scorda mai – e alla fine arrivarono anche i colori: li portò Justin-Louis, che arrivò in casa Bonnot il 23 febbraio 1904. Ma la felicità sarà un frutto che per Jules non maturerà mai. La sua mano, per quanto possa protendersi, non riuscirà mai a sfiorarla, nemmeno nella sua forma minore di serenità.
Più soldi e più tempo libero, oltre a non tornare sempre a casa con la pelle e i vestiti sporchi di grasso nero. Quella dei Bonnot sembrava un’esistenza come quella di qualsiasi famiglia borghese francese, con padre, madre e figlioletta che alla domenica passeggiavano nei giardini pubblici di Ginevra, ma da lì a poco il destino, nella sua versione più maligna, allungherà gli artigli su quelle esistenze, spegnendo la piccola vita della figlioletta. La morte di Emilie gettò nello sconforto Jules e nella depressione sua moglie. Jules, che stava ormai sempre di più fuori casa dopo il lavoro, riallacciò i rapporti con i compagni anarchici, finché arrivò il licenziamento e il foglio di espulsione dalla Svizzera. Dopo aver girovagato nella Francia del Sud, la coppia trovò infine una sistemazione a Lione, dove Jules venne assunto come meccanico. Quella per i motori, per le macchine capaci di sfrecciare anche fino a cento all’ora, come quelle da corsa, era una vera e propria fascinazione per Jules, che si fece apprezzare per la sua “dedizione al lavoro”, come diceva di lui il padrone dell’officina, ma la sua non era dedizione, era passione: un’altra cosa. Su quei sogni luccicanti di metallo, Jules le mani ce le avrebbe messe gratis. Poco alla volta i giorni sembravano lasciarsi dietro il grigio della tristezza – anche se una figlia non la si scorda mai – e alla fine arrivarono anche i colori: li portò Justin-Louis, che arrivò in casa Bonnot il 23 febbraio 1904. Ma la felicità sarà un frutto che per Jules non maturerà mai. La sua mano, per quanto possa protendersi, non riuscirà mai a sfiorarla, nemmeno nella sua forma minore di serenità.
Una fiamma mai spenta
I guai tornarono a bussare nuovamente alla porta dei Bonnot con il trasferimento a Lione di un gendarme di Ginevra, che portò con sé una lista di “sovversivi” su cui campeggiava il nome di Jules. Quando la polizia si presentò sul suo luogo di lavoro per controllarlo, scattò l’ennesimo licenziamento. Ricominciarono così le peregrinazioni. Alla fine Jules riuscì a farsi assumere come meccanico in una officina di Saint-Etienne, dopo aver dimostrato la sua bravura con le macchine. In attesa di trovare una sistemazione, la famiglia Bonnot fu ospitata in casa Besson, leader di un sindacato cittadino conosciuto da Jules sul posto di lavoro. Il diavolo ci mise però la coda, usando il sentimento: Sophie s’innamorò infatti di Besson. I due fuggirono in Svizzera, portando con loro il piccoloJustin-Louis. Perso anche il posto di lavoro per un alterco con il proprietario dovuto alla sua accresciuta irascibilità per quel che gli era successo, Jules era disperato: si sentiva ormai un uomo solo, senza lavoro, senza prospettive. Ricominciò così a frequentare i
circoli anarchici, e la fiamma mai spenta della giustizia proletaria si riaccese, fino a convincerlo che sì, che era ora che il capitale restituisse con gli interessi quel che aveva rubato agli operai. Era tempo di mettere a segno la prima rapina ai danni non di una banca qualsiasi, ma di uno sportello del Crédit Lyonnais, la più importante. Il giorno del colpo, tutto girò per il verso giusto. Come quei motori che l’avevano riassorbito col loro fascino:poco dopo quella rapina, Bonnot riuscì infatti a diventare autista di un grande imprenditore, che aveva notato il suo talento con le macchine. Ma il destino non l’aveva perso di vista: casualmente, il suo datore di lavoro scoprì alcuni volantini anarchici nel baule della macchina. E lo licenziò in tronco.
L’autista di Sir Conan Doyle
Nel 1910 di un’epoca ancora in fasce per le automobili, per un autista trovare lavoro era la cosa più facile del mondo. Meglio ancora se questo lavoro lo si andava a cercare in quell’Inghilterra che oltre a essere la nazione più industrializzata e ricca d’Europa, era anche lontana da quella Francia e quella Svizzera dove il nome di Bonnot era ormai sinonimo di anarchismo: una malattia mortale, come dimostravano gli attentati e i regicidi che si verificavano nel vecchio continente. In Italia, re Umberto era stato ucciso da un anarchico venuto apposta dall’America per sparargli tre colpi di pistola, questa volta tutti centrati, non come quelli precedenti (vedi box). A Londra, il talento di Jules al volante gli consentì di diventare l’autista di sir Arthur Conan Doyle, il padre di Shelock Holmes. Ma proprio nella capitale britannica, dove Bonnot credeva di aver ormai trovato una sua definitiva sistemazione e quella serenità che di fatto aveva conosciuto solo per brevi periodi, viveva l’uomo che determinò la svolta decisiva nella sua vita: un italiano,
Giuseppe Sorrentino, ma nel suo ambiente conosciuto come “Platano”. Il suo ambiente, era quello anarchico. Dopo essersi conosciuti, i due avevano stretto un’amicizia che si era cementificata fino al punto di immaginare un percorso comune a livello politico: licenziatosi da Conan Doyle, Bonnot mise quindi a segno con Platano una serie di rapine in auto. Prima in Inghilterra, poi in Francia, dove si trasferirono poco dopo, i due
perfezionarono le rapine in auto: lasciatala con il motore acceso, entravano in banca, la rapinavano, e poi saltavano in macchina che, nelle mani di Bonnot, si dileguava in un baleno. Una tecnica che sarà adottata da qualsiasi banda da quel momento in poi. Ma l’iniziale armonia fra Jules e Platano era destinata ad incrinarsi, fino a rompersi del tutto per i sempre più frequenti contrasti di natura politica: se l’anarchico italiano intendeva servirsi delle rapine solo per un tornaconto personale, Bonnot vedeva in esse un mezzo di riscatto sociale di stampo stirneriano. Il 25 novembre 1911, durante una fuga da Lione a Parigi, durante l’ennesimo scontro, dalla pistola di Bonnot partì un colpo che uccise Platano. Ora Jules era ricercato anche per l’omicidio di Giuseppe Sorrentino.
La banda
A Parigi, Bonnot trovò rifugio presso gli anarchici che gravitano attorno alla libreria L’Idée libre, in totale contrasto con il gruppo che faceva capo a Victor Serge e al suo giornale, L’Anarchie. Con un gruppo di questi anarchici, Bonnot sviluppò l’idea di mettere in piedi una vera e propria banda organizzata. Nasceva così quella che sui giornali francesi fu indicata come La Banda Bonnot. Se le loro rapine erano descritte come azioni criminali, per Bonnot e i suoi compagni erano invece espropri ai danni del capitale per finanziare la causa anarchica. Con i soldi di quei colpi, la banda sosteneva i fogli clandestini della controinformazione, le famiglie che avevano congiunti in galera, militanti senza reddito, oltre a dimostrare al proletariato che il sistema capitalistico era attaccabile in ciò che aveva di più sacro: il denaro. Poco alla volta, la banda aumentò il consenso presso i gruppi anarchici e i simpatizzanti, che crearono attorno ad essa una vera e propria cortina di protezione e complicità. Bonnot, del resto, dispensava tutto quello che la banda rapina: lui e i suoi compagni trattenevano solo quel che bastava. Ma arrivarono anche i primi morti: il primo fu il portavalori di una banca, poi un notaio e quindi due impiegati di banca. Inoltre, c’erano stati anche dei feriti. In breve tempo, la Banda Bonnot diventò il pericolo pubblico numero uno su tutto il territorio francese. La caccia ai suoi componenti diventò quindi sempre più serrata.
Che sia anarchico anche Proust?
La campagna contro gli anarchici divenne un’ossessione per le autorità francesi e la polizia assumendo contorni inquietanti: persino Marcel Proust venne scambiato per un anarchico, fermato e rilasciato con tante scuse e molto imbarazzo. Tutto precipitò il 25 marzo 1912. Quel giorno, la banda assaltò la filiale della Société Générale di Parigi, ma la polizia piombò sulla banca in un tempo brevissimo. Si scatenò così un conflitto a fuoco che alla fine lasciò per terra due impiegati. Puntando un fucile contro la folla fuori dalla banca, la banda riuscì a fuggire, ma il tempo era ormai scaduto. Uno dopo l’altro, tutti i componenti della banda finirono nella rete della polizia. Il 15 maggio, due di essi, Octave Garnier e René Valet, furono uccisi in un conflitto a fuoco. Solo Bonnot riesciva ancora a sfuggire come un’anguilla. Ma c’è sempre chi è pronto a tradire. La casa di un anarchico dove aveva trovato rifugio venne infatti assaltata dalla polizia. Bonnot fu però più svelto di tutti, e dopo aver sparato in fronte al commissario che comandava il drappello, riuscì a fuggire,
seppur con due pallottole in corpo: una in una gamba e l’altra in una spalla. Stremato e febbricitante, riuscì ad attraversare i campi, sfuggendo alle ricerche imponenti, e raggiungendo infine la casa di un suo grande amico: il meccanico anarchico Joseph Dubois. Ma nessuna dimora era ormai sicura per lui. Infatti, la polizia arrivò anche lì. Il suo amico venne colpito subito. Mentre Jules era assediato da tutte le forze di polizia disponibili in quel distretto, un altro anarchico, più giovane di lui di tre anni, tentava nell’inferno della Guyana, l’ennesima evasione. Si chiamava Alexander Marius Jacob, ma
la letteratura lo immortalerà con il personaggio di Arsène Lupin.
Riprendersi le ricchezze
Alexandre Marius Jacob era nato nella campagna di Marsiglia il 29 settembre 1879 da una famiglia di condizioni modeste ma non poverissime, anche se, come molti suoi coetanei, anche lui fu costretto a lasciare presto l’infanzia per entrare nel mondo del lavoro. Suo padre era un marinaio spesso assente per lunghi periodi, ma quando restava a casa gli raccontava storie che alla fine gli contagiarono la passione per l’avventura. Al ritorno da uno dei suoi viaggio gli portò in regalo due romanzi di Jules Verne, che il giovane Alexandre divorò letteralmente, cercando poi altri racconti dello stesso genere. Ma oltre che per l’avventura, suo padre gli trasmise la passione per il mare: due amori che lui coniuga una notte, quando s’imbarca, a soli undici anni, su un bastimento, il Thibet. La vita a bordo come mozzo risultò subito durissima per un bambino di quell’età che doveva guardarsi anche dalle attenzioni sessuali dei marinai. Alla sveglia delle quattro del mattino, seguiva il lavaggio del ponte e di tutto quel che si trovava sopra, per poi scendere nella stiva per vedere se serviva una mano. Due anni dopo, passò su un’altra nave, la Sidney, che navigava per l’Australia. Lì, nella terra dei canguri, imparò l’inglese. E iniziò a rubare. Arrivò quindi il turno di una baleniera: di fatto, un vascello pirata che depredava i mercantili, lasciandosi dietro qualche morto. Ma in una di queste incursioni, la finta baleniera fu intercettata dalla marina francese e i pirati furono tutti impiccati. Alexandre ebbe salva la vita per la sua giovanissima età e perché riuscì a farsi credere quando disse di essersi appena imbarcato come mozzo e di non sapere nulla di quelle attività criminali.
Rientrato a Marsiglia, trovò un altro lavoro al porto, e alla sera, stremato, si addormentava al lume di una candela, sull’ultimo libro che stava leggendo. D’un fiato, i Miserabili, il capolavoro di Victor Hugo. Ma ad affascinarlo furono gli scritti di Proudhon, Bakunin, Kropotkin. Quando scoprì L’Agitateur, il foglio anarchico marsigliese, rimase colpito dalla possibilità di compiere delle azioni rivoluzionarie, e cominciò così a frequentare i circoli anarchici. Entrato anche lui nel mirino della polizia, fu arrestato con la falsa accusa di detenzione di esplosivo, schedato come pericoloso sovversivo, e sbattuto in cella per sei mesi. Riconquistata la libertà, sostenuto nel frattempo da alcuni compagni anarchici, si mise alla ricerca di un lavoro, trovandolo alla fine in una tipografia. Alexandre non dette mai nessun problema, ma un giorno arrivò un gendarme che, riconosciutolo, confidò al proprietario i suoi trascorsi, provocando il suo licenziamento. È questo l’episodio che segna l’inizio della personale guerra di Alexandre contro la società borghese e i tutori dell’ordine che ne proteggono gli interessi. A quel licenziamento ne seguirono altri, tutti per la stessa ragione. A vent’anni, Jacob aveva terra bruciata attorno a sé a livello lavorativo: ovunque andasse, veniva raggiunto dalla sua fama di anarchico pericoloso. Nel frattempo, la sua fede politica lo portava a vedere nella società borghese il nemico da colpire nella sua essenza: il capitale. L’anarchismo, per lui, significava togliere al capitale le ricchezze indebitamente accumulate sulle spalle dei proletari. I lavoratori della notte Nei circoli anarchici frequentati strinse contatti più stretti con alcuni compagni con cui alla fine costituì una vera e propria banda, Les Travailleurs de la nuit (I lavoratori della notte, con innegabile ironia), che fra il 1900 e il 1903 mise a segno ben centocinquanta azioni fra cui diverse rapine. L’ironia fu una componente molto presente in Alexandre, che lasciò spesso nei luoghi dei suoi colpi, bigliettini con frasi di scherno. La sua parabola si compì per una delazione di un infiltrato della polizia. Arrestato, fingendosi attaccato da una crisi
epilettica, riuscì a farsi trasferire nell’infermeria della prigione, da dove evase con l’aiuto di un infermiere anarchico. Da questo momento in avanti, Jacob diventò l’emblema dell’anarchismo non violento, che puntava a colpire il capitale, non i capitalisti. I colpi si susseguirono, creando inquietudine nelle forze di polizia che non riuscivano a beccarlo e imbarazzo al ministro dell’Interno sempre più bersagliato dalle lamentele della società parigina che contava: quella che, di fatto, lui e la sua polizia avrebbero dovuto proteggere. Le forze messe in campo si moltiplicarono, così come si moltiplicano gli infiltrati per catturare il cosiddetto “ladro gentiluomo”, come lo definiva la stampa da quando, dopo essere penetrato nella casa di un letterato, accortosi che quell’uomo facoltoso traeva i suoi guadagli dalla letteratura, gli aveva lasciato un biglietto con tante scuse per essersi introdotto furtivamente nella sua abitazione. Gli uomini d’ingegno e soprattutto i letterati che contribuivano a fare crescere la popolazione sotto l’aspetto culturale, per Alexandre non andavano assolutamente toccati: un imperativo categorico trasmesso anche a tutti gli uomini della banda. Finalmente, il 21 aprile 1903, dopo un rocambolesco inseguimento in strada e in treno, fu catturato appena salito su una carrozza. Contro di lui furono riempite 161 pagine di accuse.
Rubare ai ladri
Con la cattura di Alexandre, si poteva dare corso al processo contro tutta la banda anarchica. Per precauzione, il Palazzo di giustizia di Parigi fu presidiato dal 30° Reggimento Cavalleria, mentre entrata e uscita dei cellulari veniva salutata dalla tanta gente accorsa con urla quali “Vive Jacob!”, “Vive les Travaillerurs de la nuit”. Quando il presidente della Corte chiese ad Alexandre Marius Jacob cosa ne avesse fatto di tutto quel denaro trafugato, visto che, come risultava dai rapporti di polizia, viveva più che modestamente (contrariamente a quell’Arsène Lupin letterario ispirato alla sua figura), lui rispose con la solita ironia: “L’ho sperperato tutto restituendolo alla povera gente dopo averlo sottratto ai veri ladri”. Il 22 marzo 1904, alla fine del processo, venne condannato ai lavori forzati a vita. Dopo un nuovo tentativo di evasione, venne mandato nella Guyana, dove iniziò una personale guerra contro il direttore del bagno penale da cui nessuno usciva vivo. Lui resistette ventitré anni, di cui nove in segregazione con i ceppi alle caviglie. Durante tutto questo tempo, tentò di evadere diciassette volte. Fu infine liberato nel 1928, dopo una campagna stampa in suo favore che aveva mobilitato tutte le intelligenze più vive della Francia. Una volta libero, si dedicò alle sue memorie, che terminò di scrivere nel 1950, pubblicate poi col titolo di Un anarchiste de la Belle Époque dall’editore Seuil di Parigi. Un sabato di agosto del 1954, quarantadue anni dopo quel giorno in cui Jules Bonnot aveva esploso i suoi ultimi colpi, prima di essere crivellato da decine di proiettili urlando «Venite a prendermi!», Alexander Marius Jacob si congedò dagli ospiti della festa che aveva organizzato, invitandoli a continuare in sua assenza. Raggiunto il suo studio, aveva accarezzato per l’ultima volta il suo amato cane: Negro, un cocker di 19 anni, ormai cieco e sordo, e gli aveva iniettato una dose mortale di morfina. Come a sé stesso subito dopo.
BOX 1
Horst Fantazzini
Come Bonnot e Jacob
Le gesta di Jules Bonnot influenzarono parecchio Horst Fantazzini, il più stravagante e solitario degli anarchici italiani. Dopo aver letto la biografia dell’anarchico francese, Horst ne rimase letteralmente folgorato, anche se l’abbrivio alla ribellione anarchica, l’aveva ricevuto in famiglia: suo padre Alfonso era stato infatti un anarchico molto attivo. Conosciuto come Libero, era sempre latitante per sfuggire al regime fascista. Libero aveva infatti organizzato una banda armata anarchica che foraggiava con rapine in banca. Scappato in Germania, s’era unito a Bertha Heinz, da cui, dopo la primogenita Pauline,aveva avuto un figlio maschio, cui aveva dato il nome di Horst. Nato il 4 marzo 1939, ad Altenkessel, il bambino era cresciuto praticamente senza padre – come sua sorella maggiore – fino alla fine della guerra. Nel 1945 Libero riuscì finalmente a iniziare una vita normale, portando la sua famiglia a Bologna, la sua città d’origine. Ma la pianta dell’anarchia germogliò anche in Horst, che dopo una breve carriera da ciclista iniziò la sua personale guerra alla società borghese compiendo una serie di rapine, prima a Bologna – scappando sempre in bicicletta –, poi altrove, e anche all’estero. Le sue azioni, che venivano sempre descritte dai giornali come compiute da un rapinatore “dai modi gentili”, gli fecero assumere l’appellativo di “ladro gentiluomo”, come il suo mito Alessandro Marius Jacon. Arrestato più volte in Francia e in Italia, fu protagonista di diverse evasioni. Accumulate condanne fino al 2019, ottenne alcuni permessi anche grazie al successo del film “Ormai è fatta” (tratto dal suo libro omonimo), in cui Stefano Accorsi interpretarlo lui e Francesco Guccini suo padre. Durante uno di questi permessi, il 19 dicembre 2001, compì una rapina in banca, allontanandosi per il centro di Bologna in bicicletta. Morirà nell’infermeria del carcere pochi giorni dopo, la vigilia di Natale, per un aneurisma aortico addominale.
BOX 2
Gli anarchici italiani contro il re e il duce
Prima che ci riuscisse Gaetano Bresci, furono diversi gli anarchici che attentarono alla vita di Umberto I. Il primo fu Alberico Altieri il 16 novembre 1878, a Foggia. Fu arrestato prima che arrivasse alla carrozza. L’indomani, a Napoli, Giovanni Passanante riuscì a ferire a una gamba il re con un coltello. L’anarchico fu prima condannato a morte, poi al carcere a vita in una cella da cui non poteva mai uscire: perse il senno fra i suoi stessi escrementi. Dopo dieci anni fu trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove, cieco e malato, morì a 60 anni. Per vent’anni non si ebbe notizia di altri attentati, poi, il 22 aprile 1897, ci provò con un coltello Pietro Acciarito, a Roma. Arrestato, subirà la sorte di Passanante, compresa la perdita della ragione. Si cercarono complici che non c’erano: alla fine fu arrestato Romeo Frezzi, che morì fra le mani degli aguzzini che lo “interrogavano”. L’episodio provocò alcuni tumulti popolari sedati con la forza. Tumulti che a Milano si trasformarono nella “protesta dello stomaco”, per la tassa sul macinato. La folla fu cannoneggiata: oltre cento morti e cinquecento feriti. Ma ciò che indignò oltremodo fu la premiazione pubblica del generale Bava Beccaris, fautore dell’eccidio, la cui eco arrivò fino in America, da dove partì Gaetano Bresci con l’intento di punire il re. Lo ucciderà a Monza, il 29 luglio 1900, con tre colpi di pistola. Arrestato, Bresci morirà dieci mesi dopo, «per suicidio». «Per un pestaggio mortale» denuncerà Sandro Pertini. Anarchici furono anche diversi attentatori di Mussolini. Gino Lucetti ci provò l’11 settembre 1926 a Roma. Condannato a 30 anni, sarà liberato dagli americani nel 1943, ma durante un bombardamento si rifugerà sotto un motoveliero che, colpito, lo trascinerà in fondo al mare. Il quindicenne Anteo Zamboni attentò al duce il 31 ottobre 1931 a Bologna: fu linciato dalla folla. Angelo Pellegrino Sbardellotto, che compì l’attentato il 17 giugno 1932 a Roma, fu fucilato. L’anno prima, Michele Schirru, dopo essere arrivato appositamente da New York, sarà arrestato prima di compiere l’attentato e fucilato: la sua vicenda ispirerà “Film d’amore e d'anarchia di Lina Wentmuller.
A LUGLIO USCIRà IL LIBRO "ANARCHICI, DIARCOS" RUSCONI.



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