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Redazionale: Spinoza

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Seguendo le notizie che giungono ogni giorno, e avendo quel minimo di empatia necessario, è facile lasciarsi prendere da un senso di impotenza e di depressione di fronte agli accadimenti del mondo. Soprattutto gli ultimi anni sono stati intensi: a partire dalla pandemia di covid del 2020, si è verificata l'accelerazione improvvisa di un processo che, a dire il vero, era già in corso da tempo: un vero e proprio passaggio di epoca, dall'unipolarismo statunitense al multipolarismo, che, a parte per qualche minimo progresso, si configura come una serie quasi ininterrotta di crisi, guerre e tragedie di fronte alle quali è difficile rimanere impassibili. Non solo: questo processo comporta anche una profonda messa in discussione delle nostre certezze e dei nostri schemi interpretativi, a cui molte volte non siamo preparati. Il mondo globalizzato è da un lato così complesso che è impossibile per chiunque abbracciare con lo sguardo tutte le sue dinamiche, e dall'altro si muove molto più velocemente della nostra capacità di comprenderlo. 

Stavo pensando a questo venerdì scorso, staccando un attimo da una rassegna stampa che si muoveva di tragedia in tragedia, dai morti sul lavoro di via Mariti agli sfollati di Rafah, passando per fatti e fatterelli, ingiustizie e discorsi sempre più polarizzati e al limite del delirante. Ed è in quel momento, preso da quel cupo senso di impotenza, che mi è tornato in mente Spinoza. 
Secondo il filosofo olandese tutte le passioni e i sentimenti umani si possono collocare in uno "spettro" che ha i suoi estremi nella gioia e nella tristezza, e queste ultime non devono essere considerate come puri fatti sentimentali, ma piuttosto come "potenze" che ci permettono di agire nel mondo. Alla gioia corrisponderebbe dunque la massima possibilità di agire, mentre alla tristezza l'impotenza totale. Si tratta di una visione molto significativa, perché è improntata alla costruzione di un'etica che trova il suo perno nelle azioni e nelle possibilità e nelle interazioni reali, e non in una morale che molto spesso è distante, indifferente alle condizioni reali e ancorata ad idee ed ideologie costruite a priori. Secondo Spinoza, dunque, per essere "buoni" bisogna essere gioiosi e in grado di condividere la propria gioia, o in altri termini essere attivi, creativi, e così facendo stimolare attività e creatività nel nostro prossimo. 

Arduo compito, nel mondo in ci troviamo: anche i momenti di gioia sono come intaccati dalla consapevolezza di forze su cui non possiamo agire direttamente. Ad esempio, il calore di questi giorni quasi primaverili è intaccato dalla consapevolezza che esso è grosso modo innaturale e determinato dal cambiamento climatico; oppure la pace garantita da questa parte del mondo è intaccata dalla consapevolezza del fatto che essa poggia su guerre e ingiustizie perpretate ogni giorno ai nostri confini. 
Ma sobbarcarsi questo compito può essere il primo passo per capire cosa fare. Cercando di comprendere le limitazioni che ci sono imposte è possibile sondare la nostra capacità di agire, di essere gioiosi e di condividere gioia, e magari anche superare quei limiti stessi, creando relazioni che superino anche il limite dei nostri schemi mentali e ideologici, aprendoci dunque a un mondo comune a cui diverse persone e soggettività possono partecipare. 
E in tutto questo rimarrà sempre la consapevolezza di un'impotenza di fondo. Ma è solo creando comunità che possiamo eroderla, prenderci uno spazio di azione sempre più ampio, invece di rimanere soli ed isolati, in preda alle "passioni tristi" che questo mondo ci fa subire ogni giorno. Unirci, non per ideologia, non per dovere, non per prepararci a lottare. Ma in nome della gioia, dell'azione, della vita. 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 19 Febbraio 2024 12:57 )  

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