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CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO

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Riceviamo e pubblichiamo dal collettivo Artaud di Pisa:

"CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO
È sempre più evidente come la nostra società improntata su prestazione, competizione, produttività e consumo stia accrescendo diseguaglianze e disagi, tanto più nell’attuale situazione pandemica: cresce la povertà, la mancanza di reddito, la sicurezza di un futuro dignitoso. Crescono le difficoltà soprattutto nelle fasce più deboli e la drastica diminuzione delle relazioni sociali, di cui ogni essere umano necessita, non ha fatto altro che aumentare il malessere generando ulteriore marginalità, fragilità e isolamento. Nell’attuale assetto societario le Istituzioni totali che si “occupano” degli ultimi, degli esclusi, “di quelli che non ci stanno più dentro” vedono accrescere la loro importanza e potenza. Chi viene bollato come criminale o considerato pazzo viene escluso dalla società e rinchiuso. Alcuni soggetti sociali per il semplice fatto di rientrare in categorie (matto, criminale, tossico, delinquente ecc…) o per avere addosso un’etichetta, uno stigma, non sono più ritenuti esseri umani o lo sono di serie B, sono squalificati dalla categoria del “cittadino con diritti” e, cosa grave, questo non suscita indignazione.
Quando la persona non è più considerata tale, ma identificata con un’etichetta, inizia un vero e proprio processo di de-umanizzazione. Numerose sono le storie di coloro che con diagnosi psichiatriche vengono presi con la forza, obbligati a seguire percorsi che non vogliono, costretti e/o ricattati a prendere una terapia farmacologica che non desiderano e che sono sottoposti a lunghi giorni di degenza obbligatoria a volte legati ai letti di contenzione.
Nei luoghi di reclusione e nelle Istituzioni totali l’Istituzione può praticare su questi soggetti ogni tipo di violenza senza suscitare scandalo poiché praticata su persone de-umanizzate. È sempre un contesto culturale, sociale, politico, istituzionale a generare un clima, un ambiente all’interno del quale infierire sul corpo e sullo spirito di un altro essere umano diventa normale. Le privazioni, le torture, le umiliazioni che le persone rinchiuse in carcere e nelle strutture psichiatriche devono subire quotidianamente sono indicibili, non se ne parla e non se ne deve parlare. Indicibile è il fatto che non sia garantita in alcun modo l’incolumità psicofisica delle persone sottoposte a privazione della libertà e che, quando gli esiti non sono letali, le violenze rimangono seppellite dall’omertà istituzionale, anche quando comportano lesioni invalidanti. Le morti spesso vengono archiviate come naturali.(1) Si possono subire torture e arrivare a morire senza che la vicenda affiori mai neanche su un trafiletto di un giornale, se non c’è una rete familiare o amicale abbastanza inserita nel contesto sociale da trovare il modo di farla emergere.
Attraverso l’isolamento, che sradica il detenuto e il paziente psichiatrico, dal suo ambiente di relazionale e di vita, l’Istituzione totale inizia a mettere in atto un processo di trasformazione dell’individuo tale nel produrre un’incapacità nella persona nel fronteggiare banali situazioni quotidiane. Il concetto di sé, viene mantenuto attraverso una serie di strumenti che consentono all’individuo di mantenere un’immagine coerente di se stesso. La deprivazione materiale e relazionale tipica delle Istituzioni totali toglie all’individuo entrambe queste possibilità. In questo modo si indebolisce il rapporto che il singolo ha con il proprio sé. L’ Istituzione totale attacca sistematicamente il sé dell’individuo attraverso una serie di processi standardizzati.(2) L’internato perde ogni ruolo che rivestiva nella società esterna e perde la possibilità di rivestirne di diversi, finendo così per essere ridotto e identificato con un unico ruolo: il detenuto, nel caso del carcere, il malato mentale, in psichiatria. La sua identità viene atrofizzata e l’unico rispecchiamento sociale possibile all’interno delle mura è quello fornito dall’istituzione stessa. Questo impoverimento viene rafforzato al momento dell’entrata in istituto carcerario o in reparto psichiatrico dove il detenuto o il paziente deve depositare i propri oggetti. In questo modo si toglie al singolo la possibilità di caratterizzarsi e di distinguersi dagli altri.
In carcere, già prima della nascita delle REMS (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), sono stati aperti reparti dedicati alle persone psichiatrizzate, adesso si chiamano Articolazioni Tutela Salute Mentale (ATSM). Veri e propri manicomi all’interno delle carceri. Celle buie, materassi marci, gabinetti intasati, persone incapaci di muoversi e parlare perché sedate con dosi massicce di psicofarmaci. La gabbia chimica e quella di cemento si uniscono in questi nuovi reparti. La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico, non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci. Oggi un detenuto su quattro è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.(3) Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che può richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non dovrebbero starci. Nel 2020 c’erano 174 persone rinchiuse in carcere in attesa di venire imprigionate in una REMS. La soluzione non è certo costruirne di nuove né aumentarne la capienza.
Con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-reclusione riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostituendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori e contenitivi. Il manicomio non è una struttura è un criterio. Non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Il problema resta l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali.
Noi crediamo nella necessità di costruire di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto. Uno concreto percorso di superamento delle Istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti: Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

(1) M. Prette, Tortura. Una pratica indicibile, Sensibili alle Foglie,
Roma, 2017
(2) E. Mauri, Perché il carcere? Costruire un immaginario che sappia
farne a meno, Sensibili alle Foglie, Roma, 2021
(3)
https://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/salute-rems/ "

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