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Vendola a Firenze, via alle Primarie

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E’ triste l’Hard Rock Cafè, la sua insegna rosseggiante lancia bagliori smorti, nel locale deserto la luce troppo soffusa lo fa assomigliare ad una cripta abbandonata. In attesa che arrivi la sera e si scateni la vita notturna.

La movida, adesso, è poche decine di metri più in là, davanti alle vetrine della libreria Edison, ormai a fine corsa. Una folla di parecchie centinaia di persone che riempie i portici e straborda in strada, sotto gli ombrelli per ripararsi da una pioggia fina e fastidiosa; un palco poco più che improvvisato ma sufficiente per chi vi parlerà. Detta così sembrerebbe uno scenario da Speakers’ Corner ma il livello dell’oratore, stasera, è di tutt’altra natura. Avvincente, efficacissimo.

E’ Nichi Vendola, che inaugura la sua campagna per le primarie a Firenze proprio dove un’altra storia, di lavoro stavolta, sembra dover finire. Si concede qualche minuto all’interno di una libreria Edison altrettanto stracolma per confortare i lavoratori in attesa di conoscere il loro futuro e per mandare un saluto telepatico e sornione al Sindaco Renzi che “guarda caso, proprio ieri vi ha convocato”: le cose, per i locali di piazza Repubblica, sembrano aver trovato esito positivo, viste le rassicurazioni ormai ufficialissime sul mantenimento del vincolo d’uso. Per i lavoratori, un lumicino di speranza.

Poi fuori, per il bagno di folla. Esordisce con un saluto ai fiorentini che sbeffeggia Marchionne: “sono fiero di essere in una città così piccola e povera”, riferendosi alla calorosa accoglienza.  Il discorso parte subito, malgrado qualche bizza del microfono che lo infastidisce un poco, con grande verve: una mano tesa al PD, “non possiamo permetterci divisioni e poi decenni di discussioni sul di chi sarebbe la colpa”, ma con una chiara connotazione a sinistra. I temi sono quelli tradizionali, si parte con la centralità del lavoro e dei suoi diritti (altro messaggio a Renzi quando Vendola si dichiara “dalla parte dei lavoratori senza se e senza ma”), attaccando le politiche di destra che sono retrograde e involutive sul tema, per poi passare al vulnus dell’articolo 18 e alla colpevole connivenza del PD riguardo il suo smantellamento, ai diritti civili, alle libertà di scelta sui temi della persona (orientamenti sessuali, testamento biologico, fine vita), alla necessità di deberlusconizzare il Paese che, in questi due decenni, ha subìto una trasformazione persino antropologica tutta centrata sull’egoismo liberista.

La parte centrale e forse più concreta del suo discorso è però quella che riguarda la scuola. Tornando indietro con la memoria al ventennio fascista e alla scuola classista di gentiliana memoria, ha messo in risalto qual è la parola-truffa quando si parla di scuola nei programmi politici attuali: “meritocrazia”, ha detto, “è la parola-truffa che nasconde quella vecchia idea di una scuola a due velocità, una scuola per ricchi e una per poveri, una scuola che vorrebbero diventasse non educatrice ai valori della democrazia e della conoscenza ma un’agenzia formativa per clienti che rispondano al mercato”.

Anche qui il chiaro riferimento è all’agenda renziana che, sempre parole sue, “sembra un decalogo delle giovani marmotte, con argomenti ad effetto scritti da un mago della comunicazione” invece che risultato di una sintesi politica.

Particolare attenzione, in definitiva, ai temi di rilevanza collettiva e alla laicità di uno Stato che sia in grado di affrontare i problemi comuni e non “quelli delle camere da letto, decidendo con chi dobbiamo fare l’amore o come e quando possiamo morire”, riferendosi naturalmente alle varie forme di accanimento terapeutico.

Tanti applausi, qualche ovazione autentica nei migliori passaggi del discorso, quelli in cui è emerso il suo essere davvero un animale politico, una grande lucidità di vedute per un discorso, di circa un’ora, decisamente semplice ma, come detto, molto efficace. Senza tecnicismi, persino troppo facile per uno come lui abituato ai ragionamenti complessi, a cui spesso chi ascolta non è più tanto abituato.

Alla fine, quando la folla comincia a disperdersi, tantissime sono le facce distese, gli occhi sorridenti e c’è già qualcuno che tenta di rilanciare il discorso col vicino di passo. La degna scena finale, però, avviene nei pressi dell’auto che sta portando Vendola verso Arezzo, per il suo appuntamento serale: un’anziana signora, biondissima e sorridente, si avvicina all’auto e gli stampa un bacio deciso sul finestrino bagnato di pioggia. Vendola raccoglie con la mano e saluta, l’auto si allontana quasi senza accelerare.

(Antonio Desideri)

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 13 Novembre 2012 00:32 )  

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