VESTIRE GLI IGNUDI
di Luigi Pirandello
regia Walter Manfrè
scene Andrea Taddei
costumi Silvia Polidori
musiche Stefano Marcucci
produz. Compagnia delle Indie Occidentali
con Luigi Diberti, Vanessa Gravina, Luca Biagini, Marco Marelli
Teatro della Pergola
In questa versione inquieta e spoglia del testo pirandelliano, i vivi e i morti condividono lo stesso ring, lo stesso spazio ora connotato da una rarefazione "gothic" ora trasudante ringhiosità belluine e bramosie fortemente sessuate di stampo quasi espressionista.
Spazio composto da una disadorna sezione di interno borghese, grigia o marroncina a seconda delle ore del giorno, una grande finestra con infissi apparentemente metallici e scuri (da fabbrica dismessa), dietro la quale a momenti avvampano tonalità ambrate, oniriche, e due neglette porzioni di fondale ai lati del proscenio (viste dalla parte posteriore), dove sostano pozze di luce calda e immobile prodotta da faretti abbandonati.
Una lama impietosa di suono, nota unica che all'infinito insegue se stessa lungo una linea orizzontale, accompagna i silenzi e i movimenti dei personaggi, e l'ingresso di inermi fantasmi attraverso la porta del salotto.
La natura ectoplasmatica, cangiante, millantatrice, multipla, transeunte, dell'identità accomuna tutti i protagonisti di questa superba spoksonaten, convenuti a dibattere intorno all'episodio della morte della figlia bambina del console Grotti e alle vicende gravitanti intorno a questo nucleo drammatico.
C'è chi agisce in "sogno", come il tenente di vascello Laspiga, inseguendo (momentanee) visioni esotiche di mare e di libertà assoluta, suggerite dalla luce azzurra di Smirne e dal languore dei sensi che questa induce, per poi tornare a vestire abiti borghesi allo scopo di concludere un vantaggioso matrimonio, pur conservando il rammarico di non aver aver vissuto fino in fondo il proprio eroismo immaginario. O chi si compiace di "intuire" i meccanismi che si celano dietro le azioni umane, come lo scrittore Ludovico Nota, senza curarsi granché delle sofferenze ("vissute nella carne") che le circostanze analizzate causano ai singoli esseri, e ostenta, inoltre, "nobili" intenzioni, accerchianti e seduttive, nei confronti della giovane, sventurata Ersilia Drei.
La stessa buona disposizione dell'animo manifesta inizialmente, a Smirne, il console Grotti. Ma l'(auto)inganno va in pezzi davanti allo sguardo incredulo di Ersilia, perché la finzione per vivere ha bisogno di una costante conferma esterna capace di renderla reale; così le pulsioni ferine, predatorie, violente, del console si fanno strada coinvolgendo la governante in una cieca frenesia erotica.
C'è, infine, Ersilia, dolente creatura più consapevole degli altri del vuoto umano ("appesa all'armadio la divisa malandata di servizio, non sono più niente"). Quel Nulla dentro il quale ognuno si dibatte e annaspa, cercando di costruire sempre nuove identità posticce, destinate franare una dopo l'altra. Abiti, per la vita, come quelli, cuciti da altri (compreso il giornalista Alfredo Cantavalle, e l'affittacamere Signora Onoria), in cui Ersilia tenta di calarsi per poter fingere di "essere qualcosa" e che ogni volta le vengono strappati dalla torma di cani feroci che la bracca. Persino l'ultimo, quello per la morte, le viene negato. "Questa morta non si è potuta vestire", così, nuda per l'eternità, si ricongiunge sorridendo, nell'atonalità raggelante dei suoni, alla bambina fantasma.
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