Storia della Rivista D.E.A.
1. Le origini
Prima di iniziare il racconto della storia ventennale di questa rivista, sarà forse opportuno scendere di altri due anni nel passato, per analizzare quello che fu il suo primo ‘abbozzo’, la sua prima traccia creativa.
Nel giugno del 1988 usciva infatti il primo numero della rivista “Boomerang”, periodico mensile a cura del Centro Socio Culturale D.E.A., ma già dopo breve tempo si perdevano le tracce di questo tentativo, rimasto ancora allo stato embrionale. Eppure i presupposti erano dei più positivi, e la vitalità di questa rivista era attestata da alcune dichiarazioni programmatiche che accendevano le prime pagine: «le parole non sono vento» (p. 2), «la parola può essere anche un’arma per quanti vogliono lottare» (p. 3). Un’impostazione quindi all’insegna dell’azione e dell’intervento nella società. E questo era anche testimoniato dalla stessa forma in cui la rivista si presentava agli occhi del lettore, con un rapido accostarsi e sovrapporsi dei più diversi articoli e proposte, in uno spazio presto saturato da quelle parole-azione. E anche la rapidità necessaria, la fretta di concludere per entrare in scena, erano testimoniate dall’impaginazione, che non lesinava imperfezioni ed errori di battitura. Ma il tutto si legava, a dare un effetto d’insieme di grande vitalità.
I primi articoli della rivista “Boomerang” erano tutti dedicati alle forme di espressione (arte, poesia, fotografia), e il proposito di pagina 3 («vogliamo fare di questo giornale un mercato delle idee») era confermato dal vero e proprio collage di proposte offerto al lettore nella pagina seguente: Corsi di acquarello; Mostre di murales, artigianato, fotografie; Proiezioni di diapositive; esposizioni di dipinti… E, a pagina 5, la “E” di espressione trovava forse il suo momento culminante in tre brevi brani, due prose e una poesia, dalla bellezza e dal valore che sfiorano l’universalità.
E così si poteva leggere la musica straziante delle parole di Ebi, poeta iraniano che, nella sua poesia dal titolo “Halabja”, bruciava le immagini della sua città devastata da un bombardamento chimico nell’aprile di quell’anno: «Che cos’è Halabja? era una città / e oggi un cimitero grande come una città. / Che strane tombe, figlio stretto alle braccia della madre / e sposo affacciato alla finestra / in cerca della sua sposa / compiono il loro viaggio verso la putrefazione» (p. 5). E, accanto a queste terribili note, si stagliava breve ma non trascurabile la prosa «…e Dio creò la creta» di Mirella Tonellotto (colombiana), che, sotto le spoglie di un insieme di consigli per gli artisti della ceramica, si rivelava ben presto un invito alla riflessione da rivolgere a tutti, in particolare a quella folle umanità appena dipinta dal poeta iraniano: «Noi non dobbiamo credere che possiamo fare con la creta tutto quello che vogliamo, al contrario, dobbiamo sottometterci alla sua variabilità, alla sua debolezza ed anche alla sua forza […]. Quando la creta vene lavorata poco non dà risultato e lavorarla troppo neppure, impazzisce. Dobbiamo sapere ascoltare i suoi silenzi». Due autori tanto diversi (assieme alla prosa «Il vecchio» di Gioia Bassi), ma uniti nella lontananza delle loro radici, e nell’universalità del loro messaggio.
Forse “Boomerang” perdeva la propria incisività proprio quando si faceva più ordinata e di ampio respiro. Il lungo articolo «Attualità di Cagliostro» (p. 6), per esempio, pur nella propria raffinatezza e attenta analiticità storica, segnava un intoppo in quell’incedere tutto all’insegna dell’azione e della contemporaneità che aveva caratterizzato le prime pagine. Ma già, subito dopo, le inchieste sui dimenticati «Teatri fiorentini» (p. 7) riaprivano lo sguardo sull’attualità, come anche l’articolo sul problema dei «Rifiuti e il riciclaggio» (p. 8 – argomento purtroppo attualissimo anche al giorno d’oggi). Sempre nell’ambito dell’ambientalismo, si distingueva il densissimo resoconto del Convegno «Ambiente rifiutato» (p. 9), la cui messa a stampa evidenziava le imperfezioni del ritaglio fotocopiato – non ad abbruttire il risultato finale, ma semmai rendendo ancor più evidente l’impeto e il bisogno immediato di ‘far sapere’.
«Uno sguardo attraverso il mondo» (p. 10) apriva infine due finestre di potente attualità, purtroppo ancor oggi ‘calde’ come lo erano più di vent’anni fa. Gaza e la Giordania vi erano descritte con attenta precisione scientifica, non priva però di intenti polemici, per sensibilizzare l’opinione pubblica del periodo su queste complesse realtà, mescolando la curiosità e volitività del viaggiatore con un’attenta e disincantata analisi politica e sociale (non da meno erano poi i reportage sull’Australia di p. 11, e su «Asia – Africa – America Latina» di p. 12).
Un anno e mezzo più tardi, il 4 febbraio 1990, veniva stampato il primo numero della rivista “D.E.A.” Ma già, sfogliando le sue pagine, si può comprendere come l’aria che si andava respirando fosse molto diversa: meno convulsa, dagli spazi più larghi, come si coglie anche dall’impaginazione più ariosa, dalla schematica suddivisione in tre sezioni (quanti sono i punti di riferimento dell’associazione D.E.A.), che sostituisce quel – a tratti sovraccarico – accumularsi l’uno sull’altro degli articoli di “Boomerang”.
Ma l’intento fondamentale di azione e intervento sul tessuto sociale non veniva meno, solo risultava più ristretto e mirato, sia negli obiettivi, sia nell’ambito geografico. Così, nella sezione «D come didattica» l’attenzione si focalizzava sui problemi della scuola, e in particolare l’Università, dopo il disegno di legge Vassalli-Jervolino (con una piccola raccolta di foto scattate durante l’occupazione della Facoltà di Lettere, nel gennaio del ’90, a p. 3). Ma anche nella sezione «A come ambiente», si raccontava la «Storia di un fiume nascosto» (p. 6), andando ad appuntare l’obiettivo della critica ambientale su una realtà dallo spiccato particolarismo: «un fiume “senza pace” obbligato dall’uomo a seguire la sua volontà» (ibidem), il Mugnone, fiume dalla storia indubbiamente ‘nobile’, ma troppo spesso dimenticato e abbandonato a un degrado inaccettabile. Può far riflettere, al proposito, che proprio oggi l’interesse per questo «fiume nascosto» si sia risvegliato nelle istituzioni fiorentine, ma non per il suo valore intrinseco, quanto invece a causa di necessità assolutamente ‘esterne’ alla sua natura profonda: i lavori ferroviari per la ‘alta velocità’, se da un lato hanno finalmente portato a un’opera di bonifica degli argini di questo fiume, lo hanno però ancor più ‘ingabbiato’ e diretto secondo una volontà imposta, ignorando quell’appello lanciato ormai vent’anni fa da Silvana Grippi, a «rivalutare questo fiume degno di avere una sua identità nel rispetto della sua natura e dell’ambiente circostante» (ibidem).
Ma la nascita della rivista “D.E.A.” non comportò una definitiva chiusura degli interessi del Centro Socio Culturale in un ambito ristretto e, di conseguenza, soffocato dalla propria stessa ‘settarietà’. Spiccavano infatti, nelle pagine finali, due interessanti articoli che improvvisamente spalancavano l’ambito di azione di questo nuovo progetto: una trascrizione della «Risoluzione sui diritti dell’uomo in Tibet» (p. 7) con conseguente invito all’apertura di un dibattito su un problema di forte attualità nel 1990; e un extra-vagante articolo di divulgazione tecnica, «Che cos’è l’autismo?» (p. 8), in cui si affrontava una problematica che indubbiamente travalica i confini della semplice realtà fiorentina.
La quarta di copertina, poi, interamente dedicata all’associazione per l’educazione alla comunicazione visiva «minima photographica», confermava l’interesse costante della D.E.A. per le forme di espressione artistica e le attività di didattica; ma allo stesso tempo si distingueva dall’impostazione di “Boomerang”, sostituendo all’abbondanza di proposte un semplice e unico consiglio, ma fatto con la sicurezza di chi ormai sa bene di cosa e con chi sta parlando.
L’unico punto debole di questo primo numero, resta forse la lettera «E» di ‘espressione’: nelle due pagine dedicategli, infatti, da una parte si proponeva un articolo sulla «pittura impressionista» (p. 4), forse troppo didascalico e ‘scolastico’ nell’impostazione; dall’altra poi veniva ripetuta identica la pagina di «Racconti e poesie» che già figurava sulla rivista “Boomerang” (p. 5). Ma questa carenza, fortunatamente, è relativa al solo primo numero della rivista: già nel N. 2, uscito nell’ottobre dello stesso anno, la sezione relativa all’espressione artistica sarà assai più ricca e stimolante.
Ma per ascoltare questa storia, vi invitiamo al prossimo appuntamento.
Simone Rebora| Share |
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