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Teatro: Boris Godunov

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Boris Godunov
di Alex Olle e David Plana (con contaminazioni dal "Boris Godunov" di
Puškin)
Con la Fura dels Baus

Teatro Puccini (presso Saschall) - Firenze


Nel teatro Dubrovka di Mosca, il 23 ottobre 2002, un gruppo di 40 persone armate interruppe la rappresentazione della commedia musicale Nord-Ost, sequestrando gli 850 spettatori, per reclamare la liberazione della Cecenia dall’occupazione russa. Dopo due giorni, le forze speciali russe riuscirono ad entrare nel teatro sterminando i sequestratori e almeno 129 ostaggi.
La Fura dels Baus ripropone una lettura di quegli eventi, decontestualizzandoli geograficamente e sostituendo Nord-Ost con il Boris Godunov.
Ma il pubblico della Fura rimane orfano di un sequestro che non avviene. Abbandonato e spiazzato, in mezzo allo sporadico scoppio di qualche fulminante, tra qualche feticcio di bomba piazzata tra i sedili, lo spettatore si guarda attorno perplesso e ridacchiante: “Dov’è la Fura?” Dove sono le dinamiche consolidate della compagnia spagnola in cui il pubblico diviene protagonista della rappresentazione? Dov’è finito il dialogo, l’interazione, tra palco e platea? E’ tutto scomparso, la Fura sta facendo altro. Ma per chi non se ne fosse accorto, sta facendo teatro.
Il Boris Godunov inizialmente interrotto si ripresenta a più riprese sulla scena, raccontando la storia atavica di una lotta tra vermi per la conquista del potere. Boris Godunov è la nudità in scena, è la storia dell’uomo raccontata senza veline, è la sociologia politica privata di sofismi e spalancata agli sguardi, è l’autopsia di una ferita purulenta. Pur nel rigore tipicamente russo della tragedia di Puškin, non per caso a lungo censurata dalle autorità zariste prima e sovietiche poi, si racconta di una parabola di potere raccontata con gli occhi di chi ha assistito inerme al massacro di vite e coscienze, a tradimenti, a odi e dispotismi; raccontata da chi l’ha subita. E i sequestratori, nudi, in quanto ridotti a svelarsi di fronte a un pubblico, non sono Boris Godunov, ma ne sono anch’essi le vittime: la Fura dipana un travaglio interiore, attraverso le anime diverse di questo gruppo, e non nasconde una vena di solidarietà verso chi combatte, anche con la violenza, contro la cecità del potere. Del resto, la scelta dei sequestratori di sacrificare una di loro, pur di salvare la vita dei sequestrati, disintegra le barriere tra gli uni e gli altri e contemporaneamente innalza uno spartiacque etico definitivo tra ribelli e potere centrale, tra veri oppressi e veri oppressori, tra gli internati e gli aguzzini di Primo Levi, che, ne “I sommersi e i salvati”, dopo aver delineato un’ampia e sfumata zona grigia, ripropose come necessaria e infine inevitabile la divisione etica tra carnefici e vittime.

Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 24 Febbraio 2009 19:43 )  

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