Romeo & Giulietta – Nati sotto contraria stella
Da William Shakespeare. Drammaturgia e regia di Leo Muscato. Con Ruggero Dondi, Salvatore Landolina, Ernesto Mahieux, Paolo Bessegato, Marco Gobetti, Giordano Mancioppi, Alessandro Grazian. Scene e costumi di Maria Carla Ricotti. Disegno luci di Alessandro Verazzi. Musiche originali di Dario Buccino.
Un Romeo e Giulietta “massacrato”. E’ così che la compagnia diretta da Leo Muscato si presenta al pubblico: parafrasando Giorgio Strehler, che voleva “raccontare” questa tragedia, decide di “massacrarla”, di renderla, apparentemente, altro da sé. In realtà è un modo di mettere le mani avanti col pubblico, per avvertirlo che si troverà di fronte a qualcosa di inconsueto, ma che ha in realtà la presunzione (in larga parte fondata) di proporre uno Shakespeare più vero, più originale, più elisabettiano, rispetto a quanto impostoci dalla tradizione ottocentesca.
Nel seicento i teatri erano ancora baccanali, dove si mangiava, si beveva, si commentavano ad alta voce le scene e le interpretazioni… E spesso, quando lo spettacolo non era gradito, volava sul palco qualsiasi cosa fosse a portata di mano (la tradizione del pomodoro nasce dal fatto che lo spettatore tende a separarsi dalle cose meno preziose).
E, se consideriamo che i testi shakespeariani sono stati spesso redatti a seguito delle rappresentazioni, da parte di attori, di impresari, e raramente scritti nero su bianco dall’autore in persona (che si limitava di solito a compilare solo un canovaccio), è lecito ammettere una certa libertà nell’interpretazione della memorabile tragedia di Romeo e Giulietta.
Naturalmente, in pieno stile elisabettiano, gli attori in scena sono tutti quanti uomini; benché Giulietta non sia rappresentata da un ragazzetto imberbe dai lineamenti dolci, ma al contrario, da un signore canuto dal volto spigoloso.
Sul palcoscenico ne succedono di tutti i colori, gli attori giocano, scherzano, ballano, evidentemente si divertono e divertono. Si ride sul concetto del teatro, parodiando l’idea stessa dello sperimentalismo. Si ride per i bravi attori di una compagnia di “comici trasformisti specialisti nel teatro di ricerca e in comparsate”. In particolare Dondi-Giulietta spicca per intensità, Landolina è spiritoso nell’interpretare il Romeo più volubile e meno cavalleresco che si ricordi, Mahieux inchioda con la sua gelida recitazione sotto le righe, che in un contesto grottesco risulta paradossalmente ancora più grottesca.
A dire il vero la prima parte di questa comica tragedia, appare un po’ debole, troppo poco ligia al testo shakespeariano, costruita su una comicità troppo semplice, che pecca di piaggeria verso quella parte del pubblico dal palato meno fine. Progressivamente l’aderenza al testo si intensifica, e con essa cresce la tensione drammatica, mentre la comicità diviene più sottile, più originale. Splendido è il passaggio del duello comicissimo tra Tebaldo e Mercuzio, in cui lo scontro avviene mentre gli attori sono ai lati opposti del palcoscenico. E quando Mercuzio muore, si limita ad allontanarsi dietro le quinte, mentre Romeo appoggia il suo cappello sul bordo del palco, in silenzio. Una scena talmente essenziale che il dramma si percepisce in modo quasi fisico.
Il comico e il tragico vanno volentieri a braccetto, si fondono, si alternano, e ampliano il valore narrativo e la capacità esplorativa del racconto: l’uno sdrammatizza, permettendo di distinguere tra le passioni reali e la gonfia retorica, mentre l’altro investiga, scrutando crudelmente sotto la maschera del pagliaccio.
Anche le musiche funzionano. Grazian, il musicante, è bravissimo, e incanta il pubblico con la sua chitarra acustica, che amplifica la forza di alcune scene drammatiche. Ma anche con pezzi che irridono: formidabile la scelta di accompagnare Giulietta che beve il finto veleno di Frate Lorenzo con “Il tempo se ne va” di Celentano.
La scenografia è molto povera, “novecentesca”, fatta di bidoni, corde, scalei, di assi, di palloncini; i costumi semplici, ma ricchi di invenzioni spiritose. Ruggero Dondi (che ha omaggiato il pubblico con un fuori-scena in cui ha recitato un brillantissimo pôt pourri) ha spiegato a DEApress le ragioni della scenografia minimalista: “Oggi – ha detto l’attore – siamo come dopo la bomba atomica. Non c’è rimasto più niente. Niente. C’è rimasto solo il teatro, con soltanto i testi e le interpretazioni… Che è in fondo quello che conta”.
Al Teatro Cantiere Florida, in replica, anche questa sera, venerdì 2 febbraio, alle 21:00.
Giulio Gori - DEA
Da William Shakespeare. Drammaturgia e regia di Leo Muscato. Con Ruggero Dondi, Salvatore Landolina, Ernesto Mahieux, Paolo Bessegato, Marco Gobetti, Giordano Mancioppi, Alessandro Grazian. Scene e costumi di Maria Carla Ricotti. Disegno luci di Alessandro Verazzi. Musiche originali di Dario Buccino.
Un Romeo e Giulietta “massacrato”. E’ così che la compagnia diretta da Leo Muscato si presenta al pubblico: parafrasando Giorgio Strehler, che voleva “raccontare” questa tragedia, decide di “massacrarla”, di renderla, apparentemente, altro da sé. In realtà è un modo di mettere le mani avanti col pubblico, per avvertirlo che si troverà di fronte a qualcosa di inconsueto, ma che ha in realtà la presunzione (in larga parte fondata) di proporre uno Shakespeare più vero, più originale, più elisabettiano, rispetto a quanto impostoci dalla tradizione ottocentesca.
Nel seicento i teatri erano ancora baccanali, dove si mangiava, si beveva, si commentavano ad alta voce le scene e le interpretazioni… E spesso, quando lo spettacolo non era gradito, volava sul palco qualsiasi cosa fosse a portata di mano (la tradizione del pomodoro nasce dal fatto che lo spettatore tende a separarsi dalle cose meno preziose).
E, se consideriamo che i testi shakespeariani sono stati spesso redatti a seguito delle rappresentazioni, da parte di attori, di impresari, e raramente scritti nero su bianco dall’autore in persona (che si limitava di solito a compilare solo un canovaccio), è lecito ammettere una certa libertà nell’interpretazione della memorabile tragedia di Romeo e Giulietta.
Naturalmente, in pieno stile elisabettiano, gli attori in scena sono tutti quanti uomini; benché Giulietta non sia rappresentata da un ragazzetto imberbe dai lineamenti dolci, ma al contrario, da un signore canuto dal volto spigoloso.
Sul palcoscenico ne succedono di tutti i colori, gli attori giocano, scherzano, ballano, evidentemente si divertono e divertono. Si ride sul concetto del teatro, parodiando l’idea stessa dello sperimentalismo. Si ride per i bravi attori di una compagnia di “comici trasformisti specialisti nel teatro di ricerca e in comparsate”. In particolare Dondi-Giulietta spicca per intensità, Landolina è spiritoso nell’interpretare il Romeo più volubile e meno cavalleresco che si ricordi, Mahieux inchioda con la sua gelida recitazione sotto le righe, che in un contesto grottesco risulta paradossalmente ancora più grottesca.
A dire il vero la prima parte di questa comica tragedia, appare un po’ debole, troppo poco ligia al testo shakespeariano, costruita su una comicità troppo semplice, che pecca di piaggeria verso quella parte del pubblico dal palato meno fine. Progressivamente l’aderenza al testo si intensifica, e con essa cresce la tensione drammatica, mentre la comicità diviene più sottile, più originale. Splendido è il passaggio del duello comicissimo tra Tebaldo e Mercuzio, in cui lo scontro avviene mentre gli attori sono ai lati opposti del palcoscenico. E quando Mercuzio muore, si limita ad allontanarsi dietro le quinte, mentre Romeo appoggia il suo cappello sul bordo del palco, in silenzio. Una scena talmente essenziale che il dramma si percepisce in modo quasi fisico.
Il comico e il tragico vanno volentieri a braccetto, si fondono, si alternano, e ampliano il valore narrativo e la capacità esplorativa del racconto: l’uno sdrammatizza, permettendo di distinguere tra le passioni reali e la gonfia retorica, mentre l’altro investiga, scrutando crudelmente sotto la maschera del pagliaccio.
Anche le musiche funzionano. Grazian, il musicante, è bravissimo, e incanta il pubblico con la sua chitarra acustica, che amplifica la forza di alcune scene drammatiche. Ma anche con pezzi che irridono: formidabile la scelta di accompagnare Giulietta che beve il finto veleno di Frate Lorenzo con “Il tempo se ne va” di Celentano.
La scenografia è molto povera, “novecentesca”, fatta di bidoni, corde, scalei, di assi, di palloncini; i costumi semplici, ma ricchi di invenzioni spiritose. Ruggero Dondi (che ha omaggiato il pubblico con un fuori-scena in cui ha recitato un brillantissimo pôt pourri) ha spiegato a DEApress le ragioni della scenografia minimalista: “Oggi – ha detto l’attore – siamo come dopo la bomba atomica. Non c’è rimasto più niente. Niente. C’è rimasto solo il teatro, con soltanto i testi e le interpretazioni… Che è in fondo quello che conta”.
Al Teatro Cantiere Florida, in replica, anche questa sera, venerdì 2 febbraio, alle 21:00.
Giulio Gori - DEA
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