Flags of our fathers
Un film di Clint Eastwood. Con Ryan Philippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper. Genere: Guerra. Colore, 130 minuti circa. Produzione: USA, 2006.

La bandiera di Iwo-Jima
Dall’omonimo libro di James Bradley.
Durante la seconda guerra mondiale i soldati statunitensi conquistano Iwo-Jima, un’isola giapponese sul Pacifico. Durante la campagna, piantano una bandiera sul monte Suribachi. La foto di quel gesto fa il giro del mondo e diventa il simbolo della riscossa americana. Rinracciati, alcuni dei soldati protagonisti, vengono rimpatriati, perché la loro popolarità può spingere la gente a finanziare la guerra. Un lungo tour promozionale in cui i militari vengono calpestati nei sentimenti, in cui vengono messe a tacere le loro piccole verità su quella foto, in cui si ignora scientemente la loro vergogna ad essere chiamati eroi, quando la maggior parte dei loro compagni è caduta.
Un Clint Eastwood persino più cupo del solito ci racconta una storia di dignità, di vite e di verità oltraggiate da interessi più grandi, che schiacciano senza alcuna umanità tutto ciò che non coincide col proprio interesse. Soldati mandati allo sbaraglio in una missione priva di alcuna copertura; madri cui viene prima data illusione sul destino dei figli, poi messe di fronte alla gelida verità; cittadini che vengono illusi con vittorie che non sono del tutto tali. Un film raccontato attraverso continui flash-back, inseriti negli incubi a occhi aperti dei protagonisti; una struttura complessa che regge il peso di una storia piena di distinzioni, una dettagliata ricostruzione che sulla pellicola diventa asciutta ed essenziale.
Montaggio efficace, capace di stare sulle immagini senza fuggire via, e allo stesso tempo adatto a rendere i ritmi forsennati della battaglia; fotografia cupa e evocativa del clima di dolore che la guerra porta con sé; interpretazioni robuste e credibili, come nella migliore tradizione eastwwodiana.
Il film pecca tuttavia in un’eccessiva semplicità nella struttura concettuale e allegorica, e nella scelta di rimuovere dalla sceneggiatura qualsiasi possibilità di suspence e di colpi di scena: tutto è già scritto, tutto è già avvenuto… Certo, questo contribuisce a creare quell’alone di morte e predestinazione nel destino dei soldati, cui, è evidente, il regista tiene particolarmente; ma non aiuta a dare agilità alla narrazione. Ma il difetto principale del film sta nell’eccesso di retorica che viene spesa nel contestare la retorica di Stato: in altre parole, viene qui riproposta quella celebrazione dei soldati (benché in termini molto meno dogmatici e più realistici) che si contesta ove invece viene fatta da istituzioni e corpo ufficiali.
In ogni caso resta un mistero di come questo film sia potuto fuggir via dai grandi canali distributivi così in fretta. Del resto si tratta del primo lavoro di Eastwood dopo l’oscar per Million dollar baby. Forse troppo rigore etico, forse troppa fredda glacialità nel constatare (e nel contestare) la crudeltà di una guerra. E nello smascherare le bugie della retorica di Stato:
”Io dico ai familiari che sono morti per la patria, ma non ne sono mica sicuro” dice uno dei protagonisti. “Quel giorno furono scattate un sacco di altre foto, ma nessuna che interessasse a qualcuno. Quello che vediamo e facciamo in guerra, la crudeltà, è incredibile. Ma in qualche modo dobbiamo farcene una ragione, e per fare questo occorre che la verità sia resa semplice, e con pochissime parole”.
Giulio Gori - DEApress
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