Otello

Sebastiano Lo Monaco
Sicilia Teatro presenta 'Otello' di William Shakespeare, nella traduzione di Masolino D'Amico. Con Sebastiano Lo Monaco, Maria Rosaria Carli, Massimiliano Vado, Alkis Zanis e con Marta Richeldi. Scene di Piero Guicciardini, supervisione ai costumi di Maurizio Millenotti, luci di Gigi Ascione. Regia di Roberto Guicciardini.
Il Moro di Venezia è il dramma della gelosia, o meglio dell’impazzimento di un uomo saggio e coraggioso. E’ la storia del punto debole, che svela la nostra fragilità. E’ il racconto della fragilità umana, svelta a cambiar d’umore, facile al sospetto, aperta al pregiudizio. E se il forte e misurato Otello non può sfuggire alle proprie miserie, chi altri sarà certo di potersi salvare?
Sebastiano Lo Monaco è attore dal grande istrionismo: non ama la misura, non la sobrietà, preferisce l’enfasi e il virtuosismo; è ben lontano quindi dalla ieraticità scultorea di Orson Welles, che interpretò per il cinema (1951) l’Otello che più ha influenzato l’immaginario collettivo. E’ un taglio interpretativo spiazzante quello di Lo Monaco, ma straordinariamente propizio. Questo Moro di Venezia è volubile e sinuoso, più di quanto non si possa attendere, ma capace di inventare figure, immagini e idee nuove. Lo strazio, il dissidio, la follia sono rappresentati con rara violenza; i movimenti del corpo e del volto sostengono un linguaggio che continuamente varia registro, nel rappresentare, alternandoli, momenti di lucidità e momenti di demenza; perché nella sua debolezza assume una complessità finora ignota al personaggio. Straordinaria è la scena in cui Iago in piedi stimola la gelosia di un Otello seduto per terra sotto di lui, mentre questi si muove come se fosse una marionetta sostenuta dai fili del burattinaio... L’invincibile Otello, in balia di un uomo apparentemente più debole, l’eroico Otello ridotto all’umiliazione da un sentimento così futile come la gelosia. Schiavo al punto tale che si abbandona inerte dopo un malore, come se il burattinaio avesse improvvisamente mollato i fili.
Anche la figura di Desdemona, interpretata da Marta Richeldi, è originale e riuscita. Lungi dall’essere una giovane compita e schiva, qui appare come una donna nel pieno del suo splendore vitale, con un conturbante atteggiamento di apertura verso gli altri, uomini compresi. Come Anne nel Dies Irae di Dreyer (1943), lei è colpevole in quanto appare colpevole, è strega perché, pur non essendolo, ha la colpa di non fare niente per non sembrarlo. E come Anne si arrende dopo il tradimento di Martin, anche Desdemona rifiuta di giurare sulla propria innocenza, sconvolta dalla violenza fino ad allora sconosciuta nel suo Moro.
In questo ‘Otello’ brillano tutti gli interpreti principali, dal sinuoso Massimiliano Vado (Iago), al posato Mirko Rizzotto (Cassio), e soprattutto all’appassionata Maria Rosaria Carli (Emilia).
La scenografia agile, scarna e accattivante al tempo stesso, si basa sulle luci, su immagini proiettate sui fondali, ed è capace di prestarsi a movimenti corali, di cambiare rapidamente profilo per assecondare i numerosi cambi di scena, di inventare metafore suggestive. Come il letto di morte di Desdemona coperto da un enorme lenzuolo bianco, che emerge dal pavimento come a rappresentare il lugubre tumulo di un sepolcro.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 25 novembre 2007
Giulio Gori - DEA
Il Moro di Venezia è il dramma della gelosia, o meglio dell’impazzimento di un uomo saggio e coraggioso. E’ la storia del punto debole, che svela la nostra fragilità. E’ il racconto della fragilità umana, svelta a cambiar d’umore, facile al sospetto, aperta al pregiudizio. E se il forte e misurato Otello non può sfuggire alle proprie miserie, chi altri sarà certo di potersi salvare?
Sebastiano Lo Monaco è attore dal grande istrionismo: non ama la misura, non la sobrietà, preferisce l’enfasi e il virtuosismo; è ben lontano quindi dalla ieraticità scultorea di Orson Welles, che interpretò per il cinema (1951) l’Otello che più ha influenzato l’immaginario collettivo. E’ un taglio interpretativo spiazzante quello di Lo Monaco, ma straordinariamente propizio. Questo Moro di Venezia è volubile e sinuoso, più di quanto non si possa attendere, ma capace di inventare figure, immagini e idee nuove. Lo strazio, il dissidio, la follia sono rappresentati con rara violenza; i movimenti del corpo e del volto sostengono un linguaggio che continuamente varia registro, nel rappresentare, alternandoli, momenti di lucidità e momenti di demenza; perché nella sua debolezza assume una complessità finora ignota al personaggio. Straordinaria è la scena in cui Iago in piedi stimola la gelosia di un Otello seduto per terra sotto di lui, mentre questi si muove come se fosse una marionetta sostenuta dai fili del burattinaio... L’invincibile Otello, in balia di un uomo apparentemente più debole, l’eroico Otello ridotto all’umiliazione da un sentimento così futile come la gelosia. Schiavo al punto tale che si abbandona inerte dopo un malore, come se il burattinaio avesse improvvisamente mollato i fili.
Anche la figura di Desdemona, interpretata da Marta Richeldi, è originale e riuscita. Lungi dall’essere una giovane compita e schiva, qui appare come una donna nel pieno del suo splendore vitale, con un conturbante atteggiamento di apertura verso gli altri, uomini compresi. Come Anne nel Dies Irae di Dreyer (1943), lei è colpevole in quanto appare colpevole, è strega perché, pur non essendolo, ha la colpa di non fare niente per non sembrarlo. E come Anne si arrende dopo il tradimento di Martin, anche Desdemona rifiuta di giurare sulla propria innocenza, sconvolta dalla violenza fino ad allora sconosciuta nel suo Moro.
In questo ‘Otello’ brillano tutti gli interpreti principali, dal sinuoso Massimiliano Vado (Iago), al posato Mirko Rizzotto (Cassio), e soprattutto all’appassionata Maria Rosaria Carli (Emilia).
La scenografia agile, scarna e accattivante al tempo stesso, si basa sulle luci, su immagini proiettate sui fondali, ed è capace di prestarsi a movimenti corali, di cambiare rapidamente profilo per assecondare i numerosi cambi di scena, di inventare metafore suggestive. Come il letto di morte di Desdemona coperto da un enorme lenzuolo bianco, che emerge dal pavimento come a rappresentare il lugubre tumulo di un sepolcro.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 25 novembre 2007
Giulio Gori - DEA
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