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Festival dei popoli: Mercado de Futuros

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                                                                   Mercado de futuros

                                Un film di Mercedes Álvarez

Il mercato, una delle prime forme di comunicazione tra i popoli, una comunicazione che si è sviluppata portandoci all’era del globalismo. Il mercato globale che si sviluppa di giorno in giorno camminando sulla merce esistente per crearene di nuova, rinnovandola. Perche è questa la filosofia del vivere ed è diventata questa la filosofia del mercato. Questo rinnovamento, però, va sempre di più verso il virtuale, il meccanico e sta diminuendo le emozioni,  sta calpestando i sogni, portando l'umanità a chiudersi nella propria individualità. Individualità che ogni giorno si assomigliano sempre di più l’una all’ altra. Quale il possibile effetto?  Forse questo mercato, che vende e svalorizza i sogni?

Il regista spagnolo Mercedes Álvarez con il suo film documentario Mercado de Futuros, ha mischiato insieme le realtà del momento, l’uscire da un’ epoca e i primi passi ad un’ altra . Il film che fa parte della selezione del Concorso Lungometraggi, e che si è trasmesso martedì 15 novembre al Cinema Odeon, racconta una storia che coinvolge un po’ tutti nella gerarchia sociale. Álvarez sempre con i piani fissi, con la sua telecamera ha collezionato dialoghi, discorsi, battute, conferenze, imprenditori da quelli più piccoli, nel mercato che si affaccia a una vecchia casa che deve essere demolita, a quelli più grandi che vendono spazi territoriali nel mercato virtuale che si sta sviluppando sempre più velocemente.  Dai predicatori del successo con la loro fame per la gloria, fino ai morti di fame.  La città è la protagonista del film, una città che parla di sè. Una città divisa in due scene, partendo dai piani più alti del bellissimo e nuovissimo edificio, a quello che si vede di fronte all'edificio, dove da lassù sembra un macello, ma anche lì si vende. Si vendono le bambole, si vendono pezzi di oggetti qualsiasi, si vendono libri, si vendono i ricordi che non servono più, si vendono i sogni.

Ed è li che si percepisce ancora nell' aria la traccia dell' essere umano. Ed è li che il regista prende spunto per disegnare l’ironia. Ed è in quel momento che i dialoghi hanno causato una dolce ilarità in sala. Attraverso un vecchio si parla della merce che ormai non ha più un significato, si parla delle cose comuni o si parla semplicemente per parlare e per non sentirsi soli. Infine si discute sulla morte, la separazione definitiva di corpo e anima. E il corpo diventa un peso, una merce inutile che ruba spazio alle nuove cose. Perchè si ritorna sempre al punto d' inizio e la ruota gira sempre sulla stessa linea... fa un cerchio e si chiude. Questo è anche il cammino nel tempo del nostro essere che ha portato il “nuovo” riciclando il “vecchio”.

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Novembre 2011 16:38 )  

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