
Oggi il grande Massimo Troisi avrebbe compiuto 57 anni. Era nato infatti il 19 febbraio 1953 a San Giorgio a Cremano, vicino Napoli. La sua figura e la sua recitazione erano sempre segnate da una spontaneità espressiva quasi ingenua. Impegnato negli studi per ottenere il diploma di geometra, appena quindicenne Massimo comincia a interessarsi al teatro e già l'anno dopo inizia a recitare con il suo grande amico Lello Arena (che lo accompagnerà anche nei suoi viaggi a Houston per curare la sua malattia, una disfunzione congenita alla valvola mitralica), Enzo Decaro, Valeria Pezza e Nico Mucci in un gruppo teatrale chiamato "I Saraceni", che nel 1977 diventerà "La Smorfia", un trio (Troisi, Arena, Decaro) che spopola prima in teatro e poi in televisione: l’Italia ha così l'opportunità di ammirare i loro divertentissimi sketch, come ad esempio San Gennaro. Troisi diventa ben presto il nuovo interprete della tradizione partenopea. Con la sua gestualità e mimica facciale e col suo linguaggio farfugliante e afasico, a tratti quasi incomprensibile - che ricorda certi monologhi interminabili di Eduardo De Filippo - esprime un'ironica critica nei confronti dei vecchi stilemi napoletani e dei luoghi comuni della società.
Allo scioglimento del gruppo Troisi decide di iniziare la carriera cinematografica come attore-regista-autore in Ricomincio da tre, grande successo di pubblico.
Sempre in triplice veste interpreta Scusate il ritardo, poi è al fianco di Roberto Benigni in Non ci resta che piangere. Resteranno indimenticabili le esilaranti gags dell’inedito duo toscano-napoletano alle prese con il mondo rinascimentale.
Dopo 3 film da protagonista con Ettore Scola, all'inizio del 1994 Troisi apprende che deve sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, ma decide di non rimandare le riprese del suo nuovo film. E’ Il postino, girato a Procida e Salina, diretto da Michael Radford, liberamente tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, che tratta dell'amicizia tra un umile portalettere e Pablo Neruda (Philippe Noiret) durante l'esilio del poeta in Italia. Troisi riesce a terminare il film con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura. E’ un successo che va oltre i confini dell’Italia, ma è anche una gioia che purtroppo l'attore napoletano non ha potuto assaporare, perché muore stroncato dalla sua malattia dodici ore dopo l'ultimo ciak. Il suo grande amico Lello Arena dirà « È come se fosse morta una parte di me. » E sono proprio gli amici e conoscenti, nel citarlo più e più volte, a mettere sempre in luce l'intelligenza, l'esclusività di un personaggio, che pur nella sua indolenza, nel suo modo di esprimere la napoletanità, è rimasto naturalmente umano.
La spiccata attenzione verso la realtà non gli hanno mai fatto perdere la modestia. In una intervista di Gigi Marzullo alla domanda "Come si fa a rimanere semplici dopo avere avuto tanto successo?", Troisi risponde "Ci si nasce. Il successo è solo una cassa amplificatrice. Se eri imbecille prima di avere successo diventi imbecillissimo, se eri umano diventi umanissimo. Il successo è la lente d'ingrandimento per capire com'eri prima".
Con coraggio e con ironia ha affrontato la malattia, con cui ha dovuto combattere fin da bambino, e la morte. E oggi come si fa a non sorridere malinconicamente alla battuta del predicatore in Non ci resta che piangere: "Ricordati che devi morire" e soprattutto alla risposta "Mo' me lo segno...".
Caro Massimo, oggi non ci resta che ricordarti, insieme alle tue grandi prove di attore comico e drammatico, e di uomo dedito alla sua più grande passione fino all’ultimo.