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Pakistan e diritti negati

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Il Pakistan è un paese immenso, il secondo paese musulmano dopo l'Indonesia, dove vivono  177 milioni di persone, il 60% con meno di due dollari al giorno. Tantissimi i problemi a partire dalla diffusione del lavoro minorile.
Instabile è la frontiera occidentale dove la popolazione deve far fronte da un lato all'estremismo dei Talebani, dall'altro ai droni usati senza troppi riguardi dagli Stati Uniti. In questi anni la guerra al confine ha ampliato notevolmente il numero dei rifugiati.
Le violazioni dei diritti colpiscono altri settori della società pakistana, le donne, gli omosessuali e le minoranze religiose come gli ahmadiyya, gli sciiti e i cristiani.  Le leggi sulla blasfemia prevedono la pena di morte per oltraggio a Maometto.
Il Pakistan possiede ufficialmente armi nucleari.  La tensione con l'India, per il Kashmir ma non solo, risale alla nascita stessa del paese. Nacque come stato dei musulmani dell'India e numerosi sono i gruppi etnici presenti. Ci sono punjabi, sindhi e bengalesi come in India, pashtun come in Afghanistan, beluci come in Iran.
Le catastrofi naturali hanno diverse volte segnato il paese. Il governo è debole, accuse di corruzione indeboliscono il Presidente Zardari,  vedovo della Bhutto ed esponente del Partito Popolare come il Primo Ministro Gilani. La democrazia pakistana è messa a repentaglio dal ruolo dell'esercito e dell'ISI, i servizi segreti noti per il doppio gioco durante la guerra al terrorismo.

Da quando il Pakistan è divenuto alleato-chiave nella guerra al terrore guidata dagli  USA all'indomani dell'11 settembre del  2001, centinaia di pakistani, accusati di  terrorismo,  sono stati arbitrariamente catturate  e poi  tenuti in luoghi di detenzione segreta. Alcuni sono stati portati a Guantanamo, i più in luoghi di cui non conosciamo neppure il nome. Luoghi che potrebbero essere ovunque nel mondo,  nello stesso Pakistan, in un'isola sperduta dell'oceano indiano,  in un paese dell'Europa dell'Est.  Alcuni, ricomparsi, sono ora prigionieri degli Usa.  Di centinaia di persone però non si è  saputo più  niente.
I servizi segreti americani hanno spesso collaborato con servizi segreti stranieri, anche di paesi tradizionalmente ostili. Alcuni uighuri, appartenenti alla minoranza musulmana e turcofona della Cina, furono interrogati a Guantanamo dagli stessi cinesi. Un cittadino canadese di origine siriana, arrestato per errore  a New York perchè scambiato per un un'altra persona  fu consegnato dagli Usa  ai servizi siriani che lo trattennero per alcuni mesi sottoponendolo a tortura.  Gli scomparsi potrebbero quindi anche essere prigionieri di altri paesi.  
Per quanto riguarda il Pakistan in molti casi le  persone  scomparse spesso nulla avevano a che fare col terrorismo. Molti uomini furono   “venduti” come “terroristi” in cambio di soldi. Inoltre dopo qualche anno  cominciarono a sparire anche semplici dissidenti, attivisti per i diritti umani, giornalisti, molti esponenti di gruppi autonomisti del Sindh e del Balochistan. I beluci, presenti anche in  Iran e in Afghanistan, chiedono da sempre una maggiore autonomia e ritengono che il governo centrale sfrutti eccessivamente le loro risorse, in particolare il gas naturale.
Tutte queste persone scomparse sono  vittime di sparizione forzata: è negato loro ogni accesso al mondo esterno, agli avvocati, alle famiglie. Sono tenuti al di fuori di ogni protezione legale.   La natura clandestina dell’arresto  rende impossibile sapere quante persone sono questi desaparecidos.

Nel 2007 lo stato di emergenza proclamato dall'allora presidente pakistano , il generale Musharraf, portò alla deposizione dei giudici che stavano indagando su queste sparizioni. Le elezioni del 2008 che portarono alla fine del potere di Musharraf e all'insediamento di un governo eletto democraticamente fecero sperare che la situazione degli scomparsi sarebbe stata risolta. Così non è stato, nonostante il presidente della Corte suprema e gli altri giudici deposti siano tornati ai loro posti   nel 2009. I militari e i servizi pakistani sono molto potenti in Pakistan. I servizi segreti sono i principali responsabili di queste sparizioni.
Le famiglie continuano  a temere per le vite dei propri cari, consapevoli che tortura e maltrattamenti sono  routine nelle carceri pakistane e in genere nelle prigioni segrete di qualsiasi paese. Molti familiari restano in silenzio per paura di ripercussioni. Altri familiari, che spesso sono donne (il 90% degli scomparsi sono uomini)   però si danno da fare in tutti i modi per ottenere qualche risultato. Il New York Times ha recentemente intervistato la moglie di una persona scomparsa nel 2005. Lei è Amina Masood Janjua e ha fondato nel 2006 un'associazione, Defence of human rights, che ha lo scopo   di rintracciare gli scomparsi e che collabora con Amnesty International su questa tematica. L' associazione di Amina  ha registrato più di mille sparizioni e  sostiene che sono circa 400 le persone che sono state ritrovate. Tra queste un uomo che nel 2007 incontrò il marito di Amina  in un centro di detenzione gestito dai servizi. La Masood Janjua  ha detto al New York  Times che si aspettava un cambiamento con l'elezione di Obama e che gli scrisse per congratularsi.  La vittoria dei democratici americani  non ha  però prodotto i cambiamenti che Amina e gli altri  familiari delle vittime si sarebbero aspettati. Si continuano a non avere notizie degli scomparsi e  i droni continuano a colpire civili innocenti in Pakistan.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 14 Febbraio 2012 17:38 )  

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