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Edgar Morin al Festival dei Popoli

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Si è svolta sabato 12 novembre, alle ore 15:00 presso l’Institut Français di Firenze, la presentazione di Chronique d’un film, progetto sviluppato dai tre artisti Ayreen Anastas, François Bucher e René Gabri, e basato sul documentario di Edgar Morin e Jean Rouch, Chronique d’un été (1961). L’evento, che apre il 52o Festival dei Popoli, ha visto la partecipazione diretta di Morin (tra gli storici fondatori del Festival), che oltre a presentare il video al pubblico italiano, ne ha poi ampliamente discusso nella tavola rotonda organizzata domenica 13 (ore 11:00) presso il Caffè Letterario delle Murate.

Tullio Seppilli ed Edgar Morin - foto di Ilaria Costanzo

Tullio Seppilli ha accompagnato il grande sociologo francese nella rievocazione degli anni in cui vide la luce questo documentario, ancor oggi tappa fondamentale nel percorso della più recente  scienza antropologica. Chronique d’un été fu opera innovativa non solo nella scelta del tema – con quella semplicissima domanda: «com’è la tua vita?», che diviene stimolo per un approccio più puramente emotivo all’“oggetto di analisi”, l’essere umano; perché la Chronique fu un documentario pionieristico anche nelle scelte registiche, con l’utilizzo della camera a mano, della presa diretta sui visi dei parlanti, rievocati da Morin come vere “geografie del volto umano”. Nel ricordare quel lungo lavoro di documentazione, svoltosi attraverso un contatto umano e diretto con le persone intervistate, Morin ha tratto occasione per criticare le scelte registiche originalmente adottate, che nei tagli del montaggio (guidati dalle tempistiche dello “spettacolo” cinematografico) comprimeva i climax emotivi delle singole testimonianze entro estemporanei sbalzi d’umore, all’apparenza “isterici”. Da qui la necessità colta da Anastas, Bucher e Gabri, di recuperare il materiale “grezzo”, per riportarlo a quell’immediatezza che solo l’imperfezione della presa diretta poteva restituire, allungando i tempi del documentario oltre la soglia (ben poco cinematografica) delle sei ore.

Ma è solo così, rinunciando alla “forma-spettacolo”, che il documentario può pienamente svolgere la propria funzione primaria: quella di indagare la verità, piuttosto che presentarcene una; quella di descrivere una realtà vissuta, piuttosto che le sovrastrutture che la determinano – e pienamente condivisibili risultano così le critiche rivolte da Seppilli alla forma-documentario attuale, che invece di ricercare nelle esperienze dei singoli l’impatto di eventi come la crisi economica, si concentra sull’evoluzione statistica dello Spread Btp-Bund, dei tassi occupazionali e degli indicatori economici, ponendosi entro una distanza sempre più innaturale e disumanizzante.

La “nuova documentaristica” proposta da Morin (e l’aggettivo parrebbe quasi ironico, dato che se ne festeggiano oggi i cinquant’anni) guarda quindi alla soggettività del documentarista come ad una risorsa fondamentale, laddove l’antropologia, per risultare veramente “scientifica”, dev’essere in primo luogo una ricerca condivisa. Solo scegliendo un’impostazione “co-costruzionista” (come si autodefinisce il sociologo francese), l’indagine del reale potrà co-costruire un futuro veramente abitabile per l’uomo.

Per DEApress, Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Novembre 2011 20:23 )  

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