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Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale

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Presentato il rapporto “Finanza e armamenti” di Ires Toscana Boom nell’export di armamenti italiani: + 61% le commesse autorizzate nel 2009 alle aziende. 15,5 miliardi di euro di operazioni relative all’export autorizzate alle banche dal 2000 al 2009.

Fra BNL-BNP Paribas, Capitalia Unicredit e IntesaSanPaolo più del 55% delle operazioni relative all’esportazione di armamenti.

Sabato 29 maggio 2010 - Le esportazioni di armamenti si candidano a diventare i veri driverdella ripresa economica del Bel Paese, con le banche che nel solo 2009 si sono ripartite operazioni di incasso da vendite dell'industria italiana di prodotti per la “sicurezza e difesa” pari a 3,79 miliardi di euro, su un totale di commesse autorizzate alle aziende pari a 4,9 miliardi che, con una crescita del 61% rispetto al 2008, rappresentano il record ventennale dell’export militare.

E questo è solo uno stralcio della sconcertante fotografia sullo stato di “salute” dell'Italia restituita dalla seconda giornata di Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità in corso alla Fortezza da Basso di Firenze, dove questa mattina è stato presentato in anteprima “Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale”, il rapporto dell'Osservatorio sul Commercio di Armi (Os.C.Ar) di Ires Toscana (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), vincitore di un bando finanziato dalla Fondazione culturale Responsabilità Etica.

Un certosino lavoro di monitoraggio e analisi per capire il ruolo delle banche nelle esportazioni di armi, il portafoglio azionario dei principali fondi di investimento e fondi pensione italiani, le varie forme di finanziamento delle imprese a produzione militare con riferimento alle italiane quotate in borsa.

dati 2000-2009 del rapporto evidenziano che nell'ultimo decennio sono state autorizzate agli istituti di credito italiani operazioni relative ad esportazioni di armamenti italiani per un valore di 15,5 miliardi di euro. Più del 55% sono ripartite in maniera abbastanza uniforme fratre gruppi bancari: il gruppo BNL-BNP Paribas che ha assunto operazioni per oltre 3,3 miliardi di euro (cioè il 21,5% del totale); il gruppo Capitalia-Unicredit (oggi UniCredit Group) che - soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma - ne ha assunte per oltre 2,65 miliardi di euro, cioè il 17,2% e, infine, il gruppo IntesaSanpaolo - che considerando anche le operazioni dell'acquisita Carispe - ne ha svolte per più di 2,62 miliardi di euro (16,91%). «Guardando a questi dati – che sono comprensivi delle operazioni svolte dalle singole banche prima che confluissero negli odierni gruppi - va però evidenziato che mentre la BNL e il BNP Paribas (oggi uno stesso gruppo) mostrano negli ultimi anni valori in forte crescita, i gruppi IntesaSanpaolo e Unicredit presentano invece un chiaro ridimensionamento della loro operatività del settore» precisa Giorgio Beretta, collaboratore di Oscar.

 

Il rapporto si addentra anche nella composizione del portafoglio azionario dei principali fondi di investimento italiani, alla ricerca di azioni di aziende a produzione militare e che producono armi indiscriminate o particolarmente micidiali come le mine antipersona. Incrociando i dati sulla componente azionaria di 417 fondi comuni di investimento italiani (puri o misti) con l’elenco delle prime 100 aziende produttrici di armi elaborato dal Sipri (autorevole istituto di ricerca indipendente di Stoccolma), emerge che il 70% di questi contiene azioni di aziende a produzione militare. Se escludiamo Etica Sgr, realtà del sistema Banca Etica pressoché tutti gli istituti di credito detengono azioni di aziende che producono armamenti.

 

Precisando che tale sezione riguarda solo uno spaccato di questa complessa realtà, al primo posto si colloca Unicredit (478 milioni di euro investiti in aziende produttrici di armi), segueMediolanum (207 mln euro) e Intesa san Paolo (189 mln euro). «I fondi più esposti sono quelli tematici con focus geografico o tecnologico» spiega Chiara Bonaiuti coordinatrice della ricerca. «Ad esempio il cliente che abbia acquistato il fondo Pioneer SF US Equità Market Plus, ha investito in 13 delle prime 100 aziende a produzione militare - tra cui Boeing, Lookheed Martin, General Dynamics, Textron, Rayteon, United Technologies -, due delle quali producono armi nucleari e tre munizioni cluster. Altro fondo esposto è l’Eurizon Easy Fund di Equity Industrial». Analizzati dal rapporto anche gli impegni dei fondi pensione in titoli militari: «Si tratta di investimenti marginali rispetto a quelli dei grandi fondi pensione americani, ma sempre significativi da un punto di vista qualitativo» afferma Franco Bortolotti, coordinatore scientifico di Ires Toscana. Sul fronte “policies e trasparenza” delle banche sull'export di armi, il panorama è complesso poiché include variabili sia relative alla comunicazione, che ai contenuti della policy, che al grado di coerenza tra policy e pratica che alla trasparenza e rendicontazione. «Tra i più rigorosi nella formulazione delle policies e nel rispetto delle stesse Etica Sgr e Monte dei Paschi di Siena. Trasparenza e reporting restano l’aspetto fondamentale, come condizione per una valutazione delle policies ma anche per offrire strumenti di scelta consapevole e responsabile del risparmiatore e per mantenere le forme di tracciabilità su materiali delicati quali gli armamenti in un mercato sempre più globale», chiosano gli autori della ricerca.

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