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Che fine ha fatto Totò Cuffaro?Qualche giorno fa ci è giunta la notizia che Totò Cuffaro, governatore della Sicilia, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Palermo a cinque anni nell’ambito del processo sulle “talpe” alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. La terza sezione penale del tribunale lo ha anche interdetto dai pubblici uffici per tutta la durata della pena. Il Presidente era accusato di favoreggiamento aggravato a cosa nostra e rivelazione di segreto e i pm avevano chiesto una condanna più pesante di quella inflittagli, ma la Corte, sebbene abbia constatato la condotta di favoreggiamento a favore di alcuni imputati già condannati per associazione mafiosa, non ha riconosciuto l’aggravante di aver favorito l’organizzazione criminale. La risposta a caldo dell’imputato, che aveva assistito alla lettura della sentenza dall’aula bunker di Pagliarelli, è stata lapidaria - "Sono confortato, non sono colluso con la mafia e per questo resto presidente della Regione. Da domani torno al lavoro". Cuffaro, su cui resta aperta un’ulteriore indagine per concorso in associazione mafiosa aperta nel maggio scorso dal Gip Fabio Licata, ha anche dichiarato che ricorrerà in appello. Quello che salta agli occhi è come i media del nostro paese abbiano dato veramente poco risalto, a parte nei momenti immediatamente successivi alla lettura della sentenza, ad una vicenda che lascerebbe sgomento chiunque. Il Governatore di una regione in cui la mafia si fa sentire forte, come la Sicilia, accusato di favoreggiamento. E sebbene in Italia esista sempre la presunzione di innocenza fino alla conclusione di tutti i gradi di giudizio, non sarebbe lecito aspettarsi le sue dimissioni? O almeno, non sarebbe lecito aspettarsi che l’Assemblea regionale siciliana provi a rilanciare la sua immagine? Evidentemente no, visto che proprio ieri lo stesso Cuffaro ha incassato la fiducia della suddetta assemblea chiamata a discutere la mozione di sfiducia presentata dal centrosinistra. Ma del resto il Presidente non è abituato ad arrendersi, fin dal suo primo incarico all’Ars all’interno della commissione agricoltura, nei tempi in cui soffiava vigoroso il vento di tangentopoli; e forse poco importa che il Ministro del settore fosse all’epoca Calogero Mannino, che di Cuffaro è stato il mentore, e che proprio in quegli anni Michele Aiello, coimputato nel processo “Talpe”, darà vita al business delle strade interpoderali. E non si arrende neanche nel 1996, quando la Sicilia torna alle urne, viene eletto nelle liste della Cdu e nominato assessore. Chiede l’assessorato alla sanità, dove lavora come dirigente nel settore delle autorizzazioni alle cliniche private e ai laboratori di analisi, ma gli viene affidato quello….all’agricoltura. Non abbandonerà quando alla regione, in quegli anni, il cosiddetto ribaltone porterà alla guida della giunta il diessino Capodicasa. Rimarrà lì, e quando il centrodestra tornerà ai piani alti di Palazzo d’Orleans Cuffaro diventerà nel 2001 il primo Presidente della regione eletto direttamente dal popolo. Ormai non è più il timido trentenne che con un malcelato accento agrigentino si presentava alle porte dei palazzi del potere, ormai è alla guida di un sistema di potere che è stato addirittura definito “cuffarismo”, e che per ora pare non avere fine, neanche con un accusa di favoreggiamento sulle spalle.

Fonte: La Repubblica 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Marzo 2008 22:43 )  

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