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Hitler in curva.

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Oggi è domenica. Ancora una volta si giocano le partite del campionato. Il calcio è uno sport divertente e bellissimo. La violenza da stadio è il risvolto brutto della medaglia. Ricordate i fatti di Catania? Costernazione, sdegno, fiere condanne. E’ giusto: fermiamo il campionato. Poi il presidente della Lega dice macché, il calcio è un industria: come si muore a Mirafiori, così si può morire sui campi da gioco. La domenica successiva si è ricominciato: così come prima. E alla televisione ecco di nuovo lo spettacolo: quello che litigava con quell’altro, è rigore, ma non s’è buttato, l’hanno steso, è fuorigioco, nettamente, sì o no. E tutti a urlare, io aborro, io odio, ma taci tu imbecille… Il vero calcio: eccoci al punto culturale della questione. Premesso che il calcio è uno sport divertente e bellissimo sia da praticare che da vedere, che coniuga qualità fisiche e tecnica, la capacità dell’individuo e il senso della squadra, e che come tutti i giochi, rappresenta una magnifica metafora dell’esistenza(si vince e si perde, e bisogna accettarlo). Ma il calcio è oggi un gigantesco strumento di potere( come dimostra il fatto che vi sono coinvolti i massimi rappresentanti del capitalismo italiano), e rappresenta una delle forme con cui poter essere visibili e fare successo. Perciò nel calcio si giocano interessi enormi, sogni proibiti, per realizzare i quali si è disposto a tutto.Quando si coniugano fede(calcistica o altro) e disperazione metropolitana, retorica del gesto e retorica dell’appartenenza, mancanza di prospettive (culturali, di lavoro, di progettuali) e culto del gesto, dell’esibizione, del machismo, bèh credo che il rischio della degenerazione sia purtroppo inevitabile. Dove poi ci sono bande armate, associazioni organizzate proprio per lo scopo, delinquenza comune infiltrata, allora ovviamente la situazione non si riesce più a reggere ed esplode in tutta la sua spaventosa banalità. E questa analisi è confermata dal fatto che oggi le tifoserie calcistiche sono egemonizzate da movimenti , che proprio su quei medesimi brodi di coltura costruiscono la loro identità. Possiamo cambiare? L’unica possibile prospettiva è che la società si impegni concretamente nel recupero complessivo, sociale e culturale, delle categorie più esposte a questo terribile intreccio dalle inevitabili conseguenze anche grazie al delirio verbale del mondo della comunicazione. Dice: “E’ una parola!”. Eh sì, ma ci sono altre strade?

Aurora Alushaj-DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 20 Gennaio 2008 13:59 )  

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