Ormai tre mesi fa nello stato dello Shan nel nord-est del Paese c’è stata una grande offensiva di vari gruppi ribelli uniti che si sono scontrati con l’esercito birmano.
Il generale Mya Tun Oo, capo maggiore delle forze armate, ha solo ora ammesso lo scontro e le 160 morti che questo ha provocato. Da fine novembre, dice il generale, scontri con gruppi di varie etnie (Kachin, Shan, Wa) hanno ucciso 74 soldati, 15 poliziotti, 13 miliziani governativi, 13 civili e almeno 45 ribelli.
Da fine febbraio è stata messa in programma l’apertura di nuovi negoziati, che si apre però con molte incognite in quello che sembra un processo di pace molto complicato tra numerose etnie e religioni diverse e tanti scontri.
Nel Rakhine è in corso dall’ottobre scorso una violenta repressione contro i rohingya islamici che vivono una condizione di apartheid. Dall’esercito birmano sono state uccise negli ultimi mesi più di mille persone di etnia rohingya e almeno 70.000 sono quelle fuggite in Bangladesh.
Nonostante la vittoria della Lega nazionale per la democrazia nel novembre 2015 la Birmania è evidentemente ancora un “campo minato” e la prospettiva di riconciliazione sembra se non illusoria quantomeno ancora distante.
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