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No Borders - "Mediterraneo. Quale pace?"

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 Una giornata di studio e riflessioni - Dicembre 2016

 Patrocinio Università degli Studi Firenze

 Un esempio che resiste: No Borders -  Geraldina Colotti 

 Forum/Convegno - Mostra video e fotografia  "Mediterraneo. Quale pace?

  Verso e attraverso: le sponde uniscono ciò che il mare unisce e separa" 

 A cura di: Associazione D.E.A. onlus -  Centro Studi - Archivio DEApress

 SDIAF(Sistema Documentario Integrato dell'Area Fiorentina)

 Presso: Accademia Toscana di Scienze e Lettere "la Colombaria" 

 

 A metà giugno del 2015, la frontiera tra Ventimiglia e Mentone balza agli onori della cronaca quando un gruppo di migranti decide di accamparsi sugli scogli dei Balzi Rossi. Un inedito gesto di resistenza compiuto al grido di No Border, Basta confini. Un gesto che segna su più piani un'importante discontinuità: migranti non più vittime, ma soggetti attivi.“Resistere dagli scogli contro ogni frontiera”, recita infatti un grande striscione. 

Oltre ai giornalisti, alla polizia e a qualche allarmato e vociante politico xenofobo, arrivano così a Ventimiglia anche diversi artisti e intellettuali, sollecitati dal messaggio utopico di un mondo senza confini. Da una magmatica, generosa e fluttuante solidarietà internazionale nasce un improvvisato presidio: dapprima sugli scogli, dove sorgono tende messe su con sacchi di iuta e teli. Poi, ai primi di luglio, viene occupata la piccola pineta sotto il ponte di San Ludovico, a circa 200 metri dal confine. Le auto ammaccate degli attivisti rallentano il percorso di quelle di lusso, che si dirigono verso il ristorante dei Balzi Rossi, dove una cena costa almeno 300 euro. In pochissimo tempo, compare un campeggio autogestito che prefigura un altro modo di trattare la “questione migranti”: non con filo spinato e respingimenti, retorica e repressione, ma a partire dal diritto alla libera circolazione delle persone, non solo delle merci. Per un mondo senza sfruttati, né confini.

La maggioranza dei migranti non intende restare in Italia, dove le prospettive sono tutt'altro che allettanti, ma continuare il viaggio verso altri luoghi d'Europa, raggiungere amici e famigliari che già ce l'hanno fatta a passare frontiere e selezioni per entrare ufficialmente nell'esercito industriale di riserva di questa Europa neocoloniale. Sono sudanesi, eritrei, siriani, curdi... Molti tentano di affidarsi ai passeurs, che gironzolano nelle zone di passaggio come avvoltoi sulle prede. I costi sono salati e i rischi alti. Il principale obiettivo è dunque quello di accompagnare i migranti in transito: mettendo loro a disposizione strumenti pratici e anche politici per decidere del proprio destino. Mettendo in comune il pane e le idee. Cum-panis, colui con cui si spezza il pane. Non è forse questo il senso più antico della parola compagno? Condividere per organizzare dal basso un'alternativa diversa ai disastri provocati dalla globalizzazione capitalista.

Il campo improvvisato prefigura un mondo futuribile in cui si discute e si decide insieme, si condividono storie, percorsi, cibo, sonno e turni di guardia. Funziona a partire da due assemblee distinte, quella dei migranti e quella dei solidali, come si definiscono gli internazionalisti. Il rischio dello sgombero è quotidiano. La grande stampa si diletta a costruire scandali e persino un presunto stupro. Le autorità locali, capitanate dal sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano – il più giovane sindaco d'Italia, del Pd -, dopo un primo momento di disorientamento, pongono problemi di decoro e di legalità. Viene emessa un'ordinanza che vieta di distribuire cibo per strada. Chi continua a farlo, viene multato.

Chiunque entri nel campo si rende conto che esistono buone condizioni igieniche, in poche ore sono state costruite docce, ci si è allacciati alle condutture dell'acqua sotto i pini adiacenti a un locale dismesso della Pro Loco che serve da laboratorio medico e da sala stampa. Ogni settimana, vengono al campeggio i Medecins du monde. Centri sociali e associazioni di Ventimiglia, di Imperia e dell'entroterra hanno messo a profitto l'esperienza in fatto di energia alternativa, il sole non manca sulla Costa Azzurra. Nel presidio, funziona un forno ecologico con le ruote, che ha anche un antecedente “storico”: è lo stesso che era stato portato alle manifestazioni contro il G8 di Genova, nel 2001. Si organizzano anche corsi di lingua e di arte-terapia. Sui pannelli intorno, ci sono i disegni dei migranti, che raccontano le loro storie e le peripezie del viaggio. Si proiettano film e documentari. Che cosa significa “accogliere”? Perché lasciare un paese dove si potrebbe lottare per cambiare le cose? E di quali complicità si nutre questa Italia neocoloniale, impoverita ma subalterna alle logiche del grande capitale internazionale?  Sotto le grandi arcate del Ponte San Ludovico, c'è “la bolla di Ventimiglia”, secondo la definizione dei solidali. Un “non luogo” di rifugio e di denuncia per le centinaia di migranti che cercano di passare la frontiera. Fuori dalla regole feroci e contorte che determinano l'esclusione.

A Ventimiglia, il viaggio dei migranti si trasforma spesso in un «ping pong umano» tra le due polizie di confine, dettato dal Trattato di Chambery (che regola i respingimenti tra Italia e Francia dal 1997) e da quello di Dublino (del 2003), che vieta di presentare domanda d’asilo in più di uno stato. Nessuno vuole certificare il passaggio di un migrante per evitare di doverselo tenere sul proprio territorio.

Chi viene preso, anche dopo aver passato il confine francese, è così riportato indietro alla frontiera alta di San Luigi, messo nei container che servono da prigione temporanea, in attesa di verificare se – da uno scontrino o da un biglietto del treno – si possa trovare una traccia di provenienza dall’Italia per rispedirlo a Ventimiglia. E lì la partita ricomincia…

Qualche elemento di contesto per chi non conosce il territorio. Per andare in Francia da Ventimiglia, le frontiere sono due: quella bassa, che costeggia il mare passa dal Ponte San Ludovico. L'altra è quella alta, di San Luigi, a una cinquantina di metri in verticale. Lì la Gendarmerie francese controlla autobus e treni e le stazioni in prossimità della frontiera, come Mentone, Nizza o Marsiglia. I migranti non in regola con i documenti vengono riportati a Ponte San Luigi, nei container in territorio italiano controllati dalla polizia. Attivisti e associazioni hanno denunciato anche molti episodi di razzismo anche nei confronti di persone in regola con i documenti.

Per diversi mesi, i migranti respinti sono stati portati in un centro di raccolta allestito nei pressi della stazione di Ventimiglia, e gestito dalla Croce rossa, con un orario di rientro fissato per le 18. Poi, dopo lo sgombero del campeggio ai Balzi Rossi, sono stati trasferiti in un campo messo su dalla Croce Rossa lungo il fiume Roja, fuori dalla città. Le donne e i bambini, invece, continuano a essere ospitati nella chiesa delle Gianchette, dove si alternano gruppi di volontari di varie associazioni, principalmente la Caritas.

Quel primo presidio è stato sgomberato dalla polizia a fine settembre del 2015. L'esistenza del campeggio autogestito era da mesi al centro della cronaca. Diverse manifestazioni avevano ricongiunto gli internazionalisti e i migranti da un lato all'altro della frontiera, a volte repressi con durezza. Una si era svolta davanti al centro di raccolta della stazione, raggiunta da un folto gruppo di migranti che si trovava all'interno, al grido di “libertà e dignità senza frontiere”. Altre manifestazioni si erano svolte nei pressi dei container alla frontiera: per denunciare la detenzione arbitraria dei migranti, costretti per ore in quelle scatole bollenti sotto il sole. Il presidio No Border ha funzionato anche come osservatorio, fornendo quotidianamente notizie ai media. Lo sgombero è arrivato al termine di una lunga battaglia politica e mediatica che ha evidenziato l'atteggiamento di tutti gli attori in campo e il fallimento delle politiche migratorie dettate dall'Europa della Troika e recepite da un sistema di potere che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero.

In quei giorni, è entrata in campo anche la chiesa di papa Bergoglio, che aveva dato ai vescovi l'indicazione di “aprire le parrocchie all'accoglienza”. E sul conto corrente offerto dall’associazione Popoli in Arte, di San Remo, è arrivata allora una significativa e cospicua donazione: da parte del vescovo Antonio Suetta, che ha deciso di sostenere con 2.000 euro il presidio autogestito. I solidali hanno ricevuto anche l'appoggio dei portuali di Imperia, colpiti dalla chiusura della fabbrica di pasta Agnesi, che forniva loro il lavoro attraverso l'arrivo del grano, e di molte realtà territoriali e nazionali. I migranti hanno anche ricevuto la solidarietà dei pescatori di Ventimiglia, che spesso hanno donato il pesce per il campeggio autogestito. Tuttavia, è naufragata l'idea di sostenere un centro di transito autogestito. Al contrario, ai solidali sono arrivati molti fogli di via e decreti di “pericolosità sociale”. A due attivisti francesi, che hanno accompagnato al confine alcune famiglie migranti, è stata addebitata l'accusa di traffico di persone, nonostante abbiano rivendicato il gesto con ben altre motivazioni.

Nel 2016, migranti e solidali hanno provato diverse volte a organizzare nuovi presidi, sempre sgomberati. Ma la resistenza, l'accompagnamento e il monitoraggio non sono mai venuti meno. Questo è l'ultimo articolo che ho scritto per il manifesto, dando conto dei due principali centri di raccolta dei migranti e dell'ultimo campeggio No Border, conclusosi con una festa durata tutta la notte.

“Per entrare al campo di accoglienza temporaneo Parco Roja ci vuole l'accredito della Prefettura. Fuori, staziona un furgone di polizia. Dentro, c'è una postazione fissa dei carabinieri. A chi vuole entrare, viene dato un tesserino con nome e foto, ma non si prendono impronte. Funziona dal 9 luglio su disposizione della Prefettura, è gestito dalla Croce Rossa con il supporto di Caritas e di Articolo 21, un arco di associazioni. "Una struttura concepita per accogliere 360 persone su 60 moduli abitativi ognuno con 6 posti - spiega Valter Muscatello, responsabile del campo - ma poi il numero è salito a 600 e stiamo provvedendo, anche se i flussi si stanno normalizzando". Nei container c'è aria condizionata, il campo è pulito, ci sono le docce, l'infermeria e uno spazio per la preghiera. Alcuni giovanissimi palleggiano, altri giocano a carte.

Problemi con il cibo e botte dai poliziotti? Muscatello nega. "Siamo professionisti dell'accoglienza. Per la gestione del campo ci avvaliamo di alcuni saggi, che ci spiegano le esigenze del gruppo". I Solidali? "A ognuno i suoi ideali. I giornali creano allarmi e speculazioni, come per la morte del poliziotto: è stato un infarto, lo abbiamo soccorso noi. Un incidente sul lavoro, purtroppo, nient'altro". E ora la questura di Genova ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti del sostituto commissario di polizia Franco Scibilia, che durante un servizio a Ventimiglia aveva urlato insulti ai migranti sulla scogliera dei Balzi Rossi ed era stato filmato da un giornalista.

"La gran parte degli ospiti non vuole rimanere, abbiamo poche richieste di asilo e 4 richieste di rimpatrio - dice Muscatello - per chi vuole ritrovare le famiglie il nostro personale dà l'accesso a un cellulare per 3 minuti". Dal 10 agosto, dopo il "piano di decompressione" del capo della polizia Franco Gabrielli, sono oltre 500 i migranti trasferiti negli hotspot e nei Cie del Sud. Vengono rastrellati per strada e fatti salire sui pullman per Genova.

Alla chiesa dei Gianchetti, dopo il cimitero, c'è odore di minestra. Anche qui si entra con il tesserino, ma senza polizia. Ci sono soprattutto donne e bambini. Ci accoglie Francesca, della Diaconia valdese, che fa parte di Articolo 21. Ha una formazione giuridica e fornisce consulenze legali. "Andiamo alla stazione - spiega - intercettiamo i migranti, forniamo informazioni prima che vengano presi dalla polizia, li accompagniamo in macchina. La cosiddetta decompressione è una vera e propria deportazione: anche dei migranti che hanno il tesserino e di quelli che hanno avviato la rilocation - eritrei, iracheni e siriani che possono essere accolti in altri paesi. Vanno alla stazione per il wifi e vengono presi. Con l'avvocata Ballerini abbiamo parlato con il commissariato, ma... Fra chiusure e lungaggini, anche programmi buoni sulla carta, sono un fallimento. La convenzione di Dublino è un fallimento".

Secondo i dati dell'Unchcr, nel 2016, gli arrivi via mare in Italia sono stati 167.653. A confronto con l'anno precedente, i numeri sono aumentati: nel 2015, gli arrivi via mare sono stati 153.842. Le principali regioni di provenienza sono Il Corno d'Africa e l'Africa occidentale. Le principali nazionalità sono: Nigeria (21%), Eritrea (12%), seguite dal Sudan, dal Gambia-Costa d'Avorio (7%) e Guinea Conakry-Somalia-Mali-Senegal (5-6%). L'anno scorso, una parte del flusso migratorio è stata costituita da siriani, afghani e iracheni, arrivati anche attraverso la rotta dei Balcani. Il 71% degli arrivi è costituito da uomini, le donne sono il 14%, così come i minori non accompagnati (circa il 14%), mentre i bambini sono il 16%. Le donne – denunciano le associazioni – spesso arrivano già con un numero di telefono da chiamare, per essere avviate alla tratta.

A Ventimiglia, come ogni inverno, i flussi sono rimasti stabili, i luoghi tradizionalmente usati per dormire da chi non vuole farsi identificare, sono deserti. I movimenti solidali continuano il monitoraggio e il sostegno informale ai migranti. Denunciano che i passeurs stanno aumentano, così come il costo del passaggio che pretendono. Che una percentuale di minori non accompagnati è più volte respinta alla frontiera. Che molte volte i poliziotti francesi firmano documenti di espulsione con dati falsi, e in questo modo viene impedita ai minori la richiesta di asilo. Dalla frontiera e nei pullmini diretti al campo della Croce rossa arrivano continuamente persone vittima del ping pong alle frontiere: “ne abbiamo notate quasi 25 nel giro di mezz'ora”, denunciano gli attivisti.

Intanto, uno dei due attivisti francesi accusati di traffico di persone, avrà il processo a gennaio: rischia una condanna fino a cinque anni. E si prepara un maxi processo per una trentina di solidali, che si terrà a giugno, a due anni dalla prima occupazione.

 Che cosa resta dell'esperienza No Border oltre la specificità di un esperimento territoriale? Intanto, alcune domande aperte e inaggirabili sui limiti della globalizzazione capitalista, sul rapporto tra legittimità e legalità, etica e politica, riconoscimento della propria parte di responsabilità nello sfruttamento del lavoro migrante, nelle guerre e nel linguaggio ipocrita che cerca di occultarne la ferocia (guerre umanitarie).

Questioni poste recentemente anche da papa Bergoglio nei suoi incontri mondiali con i movimenti popolari in cui si è discusso del diritto inalienabile ad avere terra, casa e lavoro, e sulle forme di partecipazione politica in grado di scardinare dal basso le dinamiche dei grandi poteri, basate sulla ricerca del profitto e non sull'uguaglianza di tutte e tutti. Questioni che mostrano il ritardo e il disorientamento della sinistra, l'assenza di una sponda organizzata capace di portare a una sintesi favorevole ai settori popolari il rapporto tra potere costituente e potere costituito.

Una diversa indicazione, arriva invece da quei paesi dell'America latina che, come Cuba e il Venezuela, rivendicano i principi del socialismo. E per questo vengono considerati una “minaccia” per il sistema capitalista: la minaccia dell'esempio, evidentemente. Dai movimenti popolari latinoamericani, arriva l'esempio della Carovana delle madri degli scomparsi che, ispirandosi alle Madres de Plaza de Mayo argentine, cercano i migranti scomparsi: alla frontiera con gli Stati uniti come nel Mediterraneo. Nell'ultimo vertice del Movimento dei paesi non allineati, presieduto dal presidente del Venezuela nell'isola di Margarita, uno dei punti in agenda, approvato dai partecipanti, è stato quello della cittadinanza universale e del diritto alla libera circolazione delle persone. In quel vertice internazionale, completamente ignorato dai media nonostante comprendesse la seconda organizzazione mondiale più grande dopo l'Onu, si è parlato di pace: non la pace del sepolcro, ma quella che si coniuga alla giustizia sociale, quella che risolve alla radice i problemi strutturali di un modello di sviluppo che distrugge i popoli e la natura, il modello capitalista. E allora, quale pace?

Dell'esperienza dei No Border  resta, soprattutto, un bell'esempio: che resistere, organizzarsi e condividere è l'unica speranza contro la barbarie, quando non si ha da perdere altro che le proprie catene.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 04 Gennaio 2017 14:54 )  

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