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Concetto giapponese di morte e suicidio

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 Aokigahara.jpg

 

 

Nella moderna società si dimentica costantemente il significato della morte; un individuo senza vita è come un fantasma che prima o poi verrà dimenticato. Riflettendo, solo la morte resta immutata e regola le nostre vite, oggi come in passato.

I giapponesi sono da sempre un popolo pienamente conscio della morte in agguato nella vita quotidiana, per questo il concetto di morte è limpido e franco, ben diverso dall’immagine spaventosa che abbiamo noi occidentali, a partire dalla morte individuata nel medioevo come uno scheletro munito di falce, la quale non è mai stata presa in considerazione nell’immaginario nipponico.

L’immagine che i giapponesi hanno della morte è diversa anche da quella presente nella cultura messicana, dove i monumenti dedicati a questo tema sono pensati e realizzati ricoperti di vegetazione. L’arte giapponese ci presenta un’immagine della morte caratterizzata da sorgenti di acqua limpida e da ruscelli che inondano il mondo ed ha il chiaro splendore del cielo sereno fra le nuvole.

La forma giapponese modernizzata della morte coincide con l’immagine dello squadrone dei Kamikaze, cioè con la più tragica forma di attacco usata durante la seconda guerra mondiale. Lo Hagakure all’epoca era considerato il manuale che avrebbe rafforzato lo spirito combattivo dei giovani che partivano per la guerra.

Gli squadroni suicidi, oggigiorno, sono considerati il più barbaro sistema di offesa, e i giovani giapponesi che morirono da kamikaze, dopo la guerra, furono disonorati. Tuttavia, lo spirito di quei giovani che, per la propria patria, si votavano alla morte, è il più vicino fra tutti all’ ideale di azione e di morte teorizzato in Hagakure, rivela Mishima nella sua opera.

Andando però a scavare più a fondo nella vita di questi giovani kamikaze scopriremmo che anche loro avevano dentro l’ animo paure ed insicurezze. C’è chi dice che i kamikaze, nonostante fossero volontari, sarebbero in realtà stati costretti ad obbedire agli ordini dei più alti comandi militari.

Quel che l’autore di Hagakure intende per “morte” è la deliberata scelta di morire; e, per quanto costrittiva e vincolante sia una situazione, scegliendo di morire, -sempre seguendo l’opinione dello scrittore giapponese- un uomo compie un atto di volontà.

Lo stesso Schopenauer portò avanti la tesi secondo la quale lo scegliere di morire è un atto di volontà, è la “volontà di vivere” che spinge l’uomo a scegliere questa via. Tale visione è però una concezione idealizzata della morte, e Jôchô, autore dello Hagakure, non nasconde che raramente la morte si prospetta in una forma pura e non complicata, che essa non è necessariamente un atto di volontà.

È dunque la morte di cui Jôchô fa riferimento, una morte per libera scelta? Se un uomo non è perfettamente libero di scegliere la morte, non può neanche esservi completamente costretto. Nel caso della pena capitale, forma estrema di morte obbligatoria, se il condannato oppone spiritualmente resistenza alla morte, questa cessa di essere semplicemente obbligatoria.

Il suicidio, a volte, può far sembrare la morte un atto di volontà, l’espressione suprema del libero arbitrio, ma il destino, sul quale nessuno ha il controllo, svolge un ruolo determinante. In fondo, noi non possiamo scegliere la morte, l’uomo non è in possesso del criterio per scegliere di morire. Il fatto che siamo vivi può significare che siamo già stati scelti per qualche scopo, e, se la vita non è una cosa che abbiamo scelto da noi per noi stessi, allora può darsi che non siamo, alla fine, liberi di morire.

Che cosa significa per un essere vivente affrontare la morte?

Alcuni partono dal presupposto che morire senza aver portato a termine la propria missione, è morire invano e che compiere la propria missione significa morire virtuosamente per una giusta causa, così ci dice Mishima. Lo Hagakure, invece sostiene che, in punto di morte, non si è in grado di valutare la validità della causa. “Noi tutti preferiremmo vivere ed è quindi naturale, in una tale situazione, che uno trovi qualche scusa per seguitare a vivere.” Per questo testo è meglio morire piuttosto che vivere da codardi avendo fallito la proprio missione.

La forma “positiva” tradizionale di suicidio giapponese, detta harakiri, non è un segno di sconfitta come lo sarebbe in Occidente, bensì la suprema espressione della libera volontà, con l’unico scopo di preservare il proprio onore.

Hagakure sostiene, inoltre, che persino una morte spietata, una futile morte che non conduce ad alcun cambiamento, ha la sua dignità, in quanto morte di un essere umano. Se diamo un alto valore alla dignità della vita, come non possiamo pregiare anche la dignità della morte? Nessuna morte, quindi, può essere considerata inutile.

Mi domando, come è possibile spiegare, in ultima analisi, le radici di questa concezione della morte e del suicidio, così diversa dalla nostra?

Il cristianesimo, in Occidente, fin dai primi sviluppi, ha sempre condannato il suicidio e tutte le sue derivazioni; in Giappone invece sia lo shintoismo che il buddhismo considerano il suicidio e la morte solamente una forma di passaggio da un’esistenza all’altra.

Già intorno all’anno 1000, nel paese del sol levante, il codice del guerriero, del samurai, prevedeva il suicidio come modo per uscire a testa alta da un disonore che altrimenti avrebbe colpito lui e la sua famiglia.

La tradizione del suicidio, visto come atto onorevole, perdura anche durante tutto il secondo conflitto mondiale, quando i kamikaze divennero parte degli attacchi giapponesi. Oggigiorno, in Giappone, e in altri parti del mondo, il suicidio è considerato una delle peggiori difficoltà che un paese può avere. I problemi individuati come cause maggiori che porterebbero i giapponesi ad effettuare la pratica del suicidio sono: la disoccupazione avvenuta dopo la recessione economica degli anni novanta, la depressione e problemi sociali di varia natura.

Il Giappone è il Paese appartenente al "primo mondo" con il più alto tasso annuo di suicidi, e nel 2006 era stimato al 9º posto assoluto nel mondo. Nel 2011 il numero dei suicidi ha superato per il 14º anno consecutivo la soglia dei 30 000. Tra i luoghi più frequentati per i suicidi è stata indicata la foresta Aokigahara, ai piedi del monte Fuji, la quale registra una media di 30 morti suicide l'anno, e 78 solo nel 2007. Questa foresta ha ispirato la direzione di molte pellicole, fra le quali “La foresta dei sogni” del 2015 con l’attore Matthew McConaughey.

Al di là delle più disparate filosofie e teorie sul concetto di morte e di suicidio, è utile ricordare che, in ogni caso, è la vita il dono più bello ed importante che un uomo possa avere l’onore di affrontare. La morte, anche se considerata atto di volontà, non è in nessun caso il modo migliore di affrontare le proprie problematiche.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2019 18:06 )  

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