Sahara occidentale/Sahrawi: l’ambiente e l’identità politico-culturale
negata - APPUNTI DI VIAGGIO
I viaggi mi sono serviti per avvicinarmi non solo alle zone geografiche
ma anche e soprattutto agli uomini e alle donne che vi abitano.
L’oggetto di una delle mie prime ricerche utilizzata come tesi è il
territorio denominato “ex Sahara spagnolo” situato all’estremità ovest
dell’Africa Settentrionale tra il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e
l’Oceano Atlantico.
Il mio interesse è iniziato negli anni ’70, poiché dal 1975 il Sahara
Occidentale, l'ex Sahara spagnolo, era argomento di discussione politica
tra i giovani. A causa della morte di Franco la Spagna abbandonò la sua
colonia e il Marocco ebbe buon gioco per considerarlo Sahara
occidental marocain.
Le proteste dei Sahrawi mettevano in discussione lo “stato di fatto” e lo
“stato giuridico”, rendendo interessante la conoscenza di questa
popolazione.
Il mio primo incontro con le genti sahrawi è avvenuto nel febbraio del
1990: grazie all’Associazione “Ban Slout Larbi” di Sesto Fiorentino
sono andata nei campi profughi di Tindouf in Algeria durante la visita di
Joans Manz, rappresentante del Segretario generale dell’ONU Pérez de
Cuéllar. Questa esperienza mi ha permesso di fare una prima verifica
sulla popolazione sahrawi.
Nell’agosto dello stesso anno ho viaggiato nel Sahara Occidentale, dal
Marocco, oltre il confine di Tan Tan, fino a Boujdour.
Nel 1993 sono andata alle Isole Canarie, dove ho trovato consistenti
comunità di profughi sahrawi, riconosciuti come “rifugiati politici” e
pertanto aiutati da organizzazioni umanitarie internazionali.
Nell’estate del 1994 è riaffiorata la mia curiosità di voler approfondire
la conoscenza del territorio occupato e dei suoi abitanti e ho raggiunto
El Argoub spingendomi fino al confine con la Mauritania
Nel 2000 ho organizzato un altro viaggio per ripercorrere e rivedere
quelle città che ho trovato così cambiate, tanto da non riconoscerle più,
quei luoghi ospitali ma da sempre chiusi al turismo perché considerati
“zona sotto controllo” delle forze militari governative del Marocco e nei
quali era, ed è, presente l’ONU, che nel 1991 ha costituito
appositamente la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il
referendum nel Sahara Occidentale), in qualità di “osservatore” per
monitorare sul rispetto della tregua tra RASD (Repubblica Democratica
Araba dei Sahrawi) e Marocco in attesa di un accordo per un possibile
referendum sull’autodeterminazione del popolo sahrawi. In questo
viaggio ho percepito una forte speranza di unificazione tra la
popolazione del Sahara Occidentale e tra i sahrawi profughi che, a
prescindere dall’esito del referendum, avevano intenzione di tornare
nella loro terra.
Nei miei successivi viaggi (2010, 2014 e 2015) le genti mi sono apparse
insoddisfatte, ho notato uno stato d’insofferenza nei giovani e di
passività nelle donne anziane, i bambini erano comunque festosi. La
lingua spagnola non era più unificante e i giovani parlavano anche un
buon inglese.
Questo lavoro di ricerca sul campo e sul popolo sahrawi è stato
l’argomento della mia tesi dal titolo “Sahara Occidentale”, Facoltà di
Lettere e Filosofia, indirizzo geografico, dell’Università di Firenze, e
ancora oggi continua ad essere motivo di approfondimento, in quanto i
miei studi umanistici, e soprattutto il libro di Christian Norberg-Schulz
“Genius Loci. Paesaggio, ambiente e architettura”, mi hanno fatto
capire quanto l’osservazione e lo studio della terra e dei suoi abitanti sia
fondamentale per comprendere lo spirito del luogo e delle persone. E
quindi questa riflessione mi porta ad affermare che
l’autodeterminazione del popolo sahrawi è importante in quanto i
Sahrawi oltre ad essere “sul territorio” sono anche “nel territorio”, al
contrario i coloni sono solamente “sul territorio” ma non ne sono parte
integrante.
AMBIENTE GEOGRAFICO
PAESAGGIO NATURALE
...Una distesa piatta, in parte rocciosa, in parte terrosa, di una terra dura
come il marmo quando la si cuoce, di colore marrone chiaro […] gli
altipiani rocciosi, che salgono piano dalla costa verso l’interno,
raggiungono un’altezza di circa 400 metri […] verso il nord basse
colline spezzano la piattezza del deserto, mentre a sud la pianura del
Tiris è movimentata dai picchi azzurri e aguzzi dei “guelbs” granitici
[…] simili a quelli tipici dell’Adrar mauritano […]. Per la maggior parte
il territorio è piatto, e non è infrequente la visione di laghi, vallate,
colline che altro non sono che miraggi.
Così, nel 1815, il Sahara Occidentale apparve agli occhi dell’esploratore
americano James Riley che, dopo un naufragio, rimase prigioniero di
una tribù locale per alcuni mesi. Nella sua opera, Naufrage du Brigantin
Americain «Le Commerce», il Sahara Occidentale viene definito poco
abitato a causa delle sue caratteristiche fisiche e i guelbs (tradotto
direttamente dall’arabo: insieme di monticelli isolati) vengono descritti
come gli unici rilievi di una regione piatta. Quello raccontato da Riley è
il paesaggio che può vedere ancora oggi il viaggiatore, e che io ho visto
per la prima volta nel 1990: una natura così prorompente, una mare così
violento e nubi che si alternano a un sole cocente.
Il Sahara Occidentale ha una superficie di 266.000 km2 e si estende tra i
meridiani 9°-17° di longitudine ovest e tra i paralleli 21°-27° di
latitudine nord; comprende la porzione nord-ovest del continente
africano e si affaccia sull’Oceano Atlantico confinando a nord con il
Marocco, a nord-est con l’Algeria e a sud-est con la Mauritania.
Questa zona presenta alcuni aspetti tipici del Sahara designati con i
seguenti nomi ad uso locale: hamada (altopiano di roccia nuda e
frantumata), serir o reg (distese di ghiaia e di materiale roccioso
sciolto), edein (pianure sabbiose), erg o areg (ammassi di dune), sebkha
(depressione – antico bacino o area di compluvio delle acque ormai
prosciugate – coperta da crosta salina), chott (acque saline artesiane).
Questi termini, che troveremo più volte nel testo, costituiscono gli
elementi geomorfologici presenti nella percezione ricevuta dagli abitanti
di tutto il territorio.
Oltre alla configurazione del territorio, sono quindi di notevole
importanza i suoi elementi naturali tra cui gli aspetti climatici (la
temperatura, la pressione, l’azione del vento, la pioggia) caratterizzati
dal dominio dell’alta pressione subtropicale che determina un tipo di
tempo assolutamente secco e ventoso, la vegetazione, le risorse idriche e
ovviamente ulteriori fattori morfologici. e la fauna.
Tali elementi, comuni a tutto il deserto sahariano, sono necessari per la
vita in questo ambiente, e dal loro mutare è derivata la trasformazione
del nomadismo, dall’insediamento stabile/instabile alla sedentarietà
urbanizzata.
Lineamenti geomorfologici
Verso levante, rocce antiche, erose, sono associate a grandi tavolati
disseminati di blocchi granitici, verso nord rocce del cretaceo-eocene
occupano larghi spazi e formano la grande Hamada situata ad ovest
della depressione di Tindouf, circondata da rilievi in tavolato (Hesas)
costituenti piccole Hamada o Hameidias.
De La Blanque, L’Afrique Occidentale: Le Sahara
Il substrato del Sahara Occidentale è costituito principalmente da un
penepiano cristallino, uno ‘scudo’ accidentato e articolato in massicci
isolati smantellati dall’erosione, in altipiani, in bacini chiusi e in piani
sedimentari sublitoranei.
Il territorio, nel complesso, è un’estesa regione pianeggiante arida e
monotona, che si eleva impercettibilmente e va dal litorale verso
l’interno fino a 150-200 km e in essa compaiono tre principali elementi
morfologici: la pianura sublitoranea, il penepiano cristallino e i tavolati.
La pianura sublitoranea è costituita generalmente da rocce sedimentarie
geologicamente più recenti, che si estendono verso l’interno per una
profondità di 80-150 km. Si tratta di una meseta calcarea bassa e
denudata, disseminata di depressioni – il cui insieme prende il nome di
Legrar – che ospita una rada vegetazione nelle aree sabbiose, tranne gli
anni di piogge eccezionali che la rendono fertile e in cui vi si coltivano
anche cereali. Nel complesso è una regione con percorsi poco
frequentati, salvo il litorale dove si pratica la pesca.
Questo ripiano costiero prende il nome di Sahel, inteso come costa, e
suole ulteriormente suddividersi in Sahel Labyad (disseminato di dune),
Sahel in senso stretto e Imiricli rintracciabile a ovest dello Khatt
(Chott), Semes rou (a partire dal parallelo 24° di latitudine nord).
Quest’ultimo, costituito da una meseta, è la zona più frequentata.
Il penepiano cristallino è una superficie quasi pianeggiante formata, per
erosione, dalle parti rocciose meno resistenti, causata dal passaggio di
antichi fiumi o cadute di pioggia affiora qua e là tra i cordoni dunari,
risultando così scomposto in parecchie unità; da sud-ovest verso nord-
est si incontrano successivamente Inchiri, Amessaga, Tijirit, Taziazet,
Tiris, il deserto più celebrato nella letteratura nomade, in arabo classico
(o in hassanya, dialetto del popolo sahrawi); Zemmour Lakhadal o
Zemmour Labyad e Ghallamane che, al contrario del Tiris, è ricordato
come il più inospitale dei deserti. In questi territori si inserisce un
insieme di rilievi detti guelb. A sud-ovest dello Zemmour i rilievi, detti
gour (plurale di gara, frammenti di altopiano isolato dall’azione del
tempo) e krab, sono costituiti da frammenti di altipiani isolati e
tradizionalmente assimilati al Tiris, che oltrepassano lo Zemmour
Labyad e coincidono con l’allineamento dei guelb o dei rilievi più ampi,
i Rich-Anajim o Rech-Anaim. Per un approfondimento: J. Dresch,
Pénépianes africaines, in Annales de Géographie, 1947; G. B.
Castiglioni, Geomorfologia, Torino 1989.
L’attuale frontiera del Sahara Occidentale taglia il Tiris in diverse parti e
comprende due aggregati di rilievi importanti: l’Adrar Soutouf a sud-
ovest e, a nord-est del confine, la Kedia d’Idjil – lasciato alla Mauritana
dagli accordi tra Francia e Spagna, da sempre fonte di commercio per i
Sahrawi. Le saline, che hanno falde freatiche semipermanenti, sono
drenate dagli uadi, ma attualmente la produzione di sale è ferma perché
le carovane non vi possono arrivare.
In prossimità della Kedia d’Idjil (indicato dagli storici arabi col nome di
Adrar Nwejjel) si trova la famosa salina di Sebkha d’Idjil, che ha
alimentato buona parte del commercio tra il Sahara e la vicina Africa
nera.
Il Sahara Occidentale, pur essendo una regione desertica, ha scarso
sviluppo di zone sabbiose, salvo l’angolo sud-est dove si trovano le
formazioni di dune dell’Azefal e dell’Akchar. A proposito di questo
deserto sabbioso, occorre sottolineare l’importanza della pur esigua
vegetazione permanente che cresce nelle depressioni interdunali e
costituisce una preziosa riserva di foraggio nelle cattive annate,
specialmente laddove esistono punti d’acqua. Tutti gli itinerari di
nomadismo attraversano queste distese di sabbia, a sud, fino in
Mauritania dove il rilievo più elevato è l’Adrar che oltrepassa gli 800
metri e raccoglie regolarmente le piogge estive dei monsoni tropicali. I
suoi oued ospitano falde freatiche importanti che hanno permesso, nel
corso del tempo, la nascita di oasi con colture cerealicole e palme da
dattero.
L’allevamento del bestiame e lo sfruttamento della salina d’Idjil erano e
sono le attività degli ‘abitanti dell’Adrar’. Diversamente da tutte le altre
precedenti regioni, le oasi dell’Adrar hanno permesso il sorgere di
importanti città, ksour, centri economici, culturali e religiosi di tutto
l’Ovest sahariano: Chinguiti, Wadane, Atar, Tiniguit ecc., fuori dalla
pertinenza di questo lavoro.
I tavolati sono costituiti da due zone distinte e separate da penepiani
cristallini.
A nord vi sono gli altipiani dello Zemmour Lakhadal (lo Zemmour nero
dei geologi), dell’Hamada di Tindouf e dell’El Gada, e a sud quello
dell’Adrar Soutouf.
Lo Zemmour Lakhdal è un altopiano poco esteso e fortemente eroso; è
drenato a ovest e nord dagli oued affluenti del Saguia el-Hamra. Esso
raccoglie con una certa frequenza piogge orografiche di origine
mediterranea, di cui il punto d’acqua più noto è la riserva naturale di
acqua superficiale chiamata Guelta dello Zemmour (o Gelta Zemmour),
e si abbassa verso sud (Tiznig el Kadra e Tiznig el Beida).
La carta del Sahara Occidentale mostra, almeno a prima vista, un
paesaggio estremamente monotono per il prevalere di linee orizzontali e
presenza di ampie superfici penepianate; vi si possono individuare la
fascia costiera, l’hamada, la pianura dello Zemmour e dell’Alta Saguia,
il penepiano del Tiris.
La prima area presa in esame è limitata ad Ovest dall’Oceano atlantico,
a est dalla linea di rilievo, a nord e a sud dalle frontiere con la
Mauritania e il Marocco.
È formata da terre sedimentarie orizzontali con un’altitudine poco
elevata in rapporto al livello del mare. Le coste del Sahara Occidentale
sono generalmente alte e importuate. A nord il tratto di costa a partire da
Tarfaya è alto e frastagliato, salvo una interruzione all’altezza di
Laayoune fino a Laayoune-Port (Forum el oued: Bocca del fiume). In
questa parte iniziano 8 km di deserto in movimento, di dune continue a
forma di barcane o erg che raggiungono il mare, attraversando
addirittura la strada principale. La costa continua pianeggiante fino a
Dakhla, quindi si alza nel Golfo di Cintra arrivando all’estremità
meridionale di La Guera, al confine con la Mauritania, dove si
estendono vaste strisce di sabbia
Nell’ambiente costiero vi sono delle sottozone quali:
- l’Aguerguer, una regione dall’aspetto caotico sotto l’azione del vento
che ha frantumato la roccia creando depressioni di terreno più o meno
salato (come le Sebkha);
- l’Hamada bassa, paesaggio piatto la cui erosione in senso meridiano ha
sviluppato una serie di depressioni ai bordi delle quali si trovano alcune
falesie verticali o krab. In alcune di queste, che presentano una sagoma
circolare, si accumula la rara acqua piovana, dando vita a una stentata
vegetazione;
- El Hadeb, colline di transizione tra il Sahara atlantico e la linea delle
falesie.
La regione nord-est è formata da tavolati allineati in direzione est-ovest
che, declinando dolcemente verso nord, danno luogo a una serie di
piccole insenature incolonnate, solcate da larghi oued secchi, di
profondità molto ridotta, che creano anguste vallate.
All’angolo estremo di nord-est si trova l’Hamada, con scarse pendenze
e bordi frantumati verso il confine a sud, fino a una zona dunosa di
barcane; l’Hamada di Tindouf è una linea di falesie che ricordano quelle
dell’Adrar dai penepiani cristallini, situato interamente in Mauritania e
incrocio obbligato per le rotte carovaniere dall’Africa nera verso il
Maghreb Occidentale, costituendo un’area di approvvigionamento di
prodotti agricoli per tutto il Sahara.
La linea delle falesie, chiamate Krab – termine usato anche per le coste
di ben minor rilievo –, costituisce il displuvio tra le acque della Saguia e
gli oued drenanti l’Hamada verso est. A ovest del rilievo del Seken
l’Hamada prende il nome di El Gada.
L’altopiano dello Zemmour (attualmente diviso dalla frontiera
mauritana) rappresenta un rifugio per le mandrie di montoni e capre,
grazie a falde freatiche con pasture fresche e rare piantagioni di palme
da dattero. All’interno si incontra l’unica catena di una certa
importanza, che circonda la città di Smara e si estende fino al Guelta
Zemmour; il suo rilievo si stempera poi verso sud.
Piccoli gruppi montagnosi separano la parte nord-est, più movimentata e
accidentata, da quella sud, piatta e arida; nelle regioni centrali il rilievo
s’innalza in alcuni punti e a sud-ovest sorge l’Adrar, simile a un
arcipelago di isolotti neri, effetto della “vernice del deserto”, una
pellicola di ossidi di ferro e manganese derivanti dalla precipitazione di
sali, da soluzioni che risalgono in superficie per capillarità e
ossidazione.
Nell’ultima parte del territorio, la regione del Tiris (penepiano
cristallino consumato dall’erosione) si estende su tutta la metà sud-
ovest, mentre nell’angolo sud-est si trovano le formazioni dunose
dell’Azefal e dell’Akchar.
Il Sahara Occidentale, come lo descrive Schramm “...è un deserto
ondulato, di pietra e di sabbia con un gran numero di prominenze dalle
altezze ridotte e con pianure incassate”.
Aspetti climatici
Nel Quaternario il Sahara ha visto un’alternanza di fasi secche e umide,
e nell’ultimo periodo glaciale si è avuto un periodo di piogge a cui è
succeduta una fase di inaridimento progressivo, seguita poi da un
miglioramento limitato all’inizio del Neolitico.
In epoca storica più recente l’aridità del terreno si è aggravata
sensibilmente. Già Erodoto, nel v secolo a.C., descriveva il Sahara come
“un paese senza acqua, senza bestie feroci, senza umidità”.
È necessario, tuttavia, distinguere tra sahara e sahel, “tra deserto e
desertificazione. Il primo è frutto di fenomeni a scala intercontinentale
sottoposti a grandi cicli geoclimatici, l’altro invece avanza o regredisce
per l’effetto cumulativo di microfattori dovuti all’azione stessa
dell’uomo” (P. Laureano, Sahara, Giardino Sconosciuto, Firenze,
Giunti, 1988).
Il sistema morfoclimatico del deserto sahariano deriva, quindi, dalla
scarsità di acqua piovana, scarsità che ha causato irregolari cicli
vegetativi e una insufficiente copertura erbacea a protezione della roccia
ed efficace contro i processi di disgregazione e di erosione.
Per lungo tempo l’aridità del Sahara è stata attribuita alla natura e al
rilievo del suolo; oggi le nuove ricerche individuano come cause
determinanti anche il cambiamento climatico, la ripartizione delle
pressioni atmosferiche e l’azione dei venti.
Secondo alcune teorie i fattori più importanti che influiscono sul clima
sono la latitudine, l’altitudine, la forma e l’andamento costiero, le
correnti marine e, passando all’esame degli elementi climatici, occorre
tener presente la temperatura, la pressione, l’azione del vento, le risorse
idriche ecc.
La temperatura
L’escursione termica tra il giorno e la notte è altissima, con
un’oscillazione molto marcata differente tra l’estate e l’inverno; da nord
a sud aumentano il calore e la siccità, mentre da ovest a est, all’interno
verso la costa, il clima è mite e temperato.
La temperatura può variare a seconda dei periodi; da zona a zona si
passa da quelle più temperate del Nord e del Centro alle più elevate del
Sud, ai confini con la Mauritania (durante il giorno possono superare i
43/45°c, mentre le minime, all’alba, scendono anche al di sotto dei
10/12°c).
La temperatura massima estiva, all’interno, può raggiungere 55/60°c
(l’esploratore Quiroga nel 1886 registrò addirittura 80°c) e poi scendere
a temperature estremamente basse d’inverno, anche a meno di 0°c;
inoltre il periodo in cui si possono avere precipitazioni va da luglio a
ottobre: luglio 13 mm, agosto 104 mm, ottobre 10 mm.
L’escursione termica diurna oscilla dai 30°c ai 50°c, mentre quella
notturna e l’escursione del suolo possono scendere al di sotto di 0°c, con
sbalzi anche di 30°c, e questo crea perturbazioni ricorrenti.
La secchezza dell’aria e la trasparenza dell’atmosfera sono determinanti per
le forti escursioni giornaliere, mentre nella zona costiera, a causa delle
correnti fredde che scendono lungo la costa atlantica verso sud, si ha un
altro tipo di clima (El Sahara: un desierto calido, in Geografia
Universal, Madrid 1974).
La zona costiera è bagnata da acque fredde in estate e presenta una
temperatura di mare di 20°c presso il Rio de Oro e 17°c verso Cap Juby.
L’aria a contatto con queste acque si raffredda e condensa la sua
umidità, formando le nebbie che si disperdono poi rapidamente
nell’entroterra. Le correnti marine sono un elemento importante per
l’influenza suk clima delle regioni costiere, rendendolo più mite o più
aspro a seconda che si tratti di correnti calde o fredde; ad esempio, la
corrente proveniente dalle Canarie e che si muove dal Marocco verso il
Senegal è fredda.
“L’umidità relativa varia in senso inverso alle temperature, diminuendo
nei periodi e nelle regioni calde [...] Le minime che sono state osservate
nei deserti tropicali con vento molto caldo sono: 10-15% nel Sahara.”
(R. Biasutti, Il Paesaggio Terrestre, Torino, Editrice Torinese, 1962).
La barriera dell’Atlante ferma in modo più o meno totale le influenze
mediterranee; i venti, salendone i pendii, subiscono un raffreddamento
che condensa una parte del vapore acqueo e ridiscendendo sul versante
opposto arrivano nel Sahara Occidentale compressi e caldi.
La pressione e le piogge
Passando a trattare della pressione, è opportuno ricordare che ad un
massimo termico corrisponde generalmente un minimo barometrico e
che i venti si muovono dalle aree di alta pressione a quelle di bassa
pressione. Quest’ultima si verifica in luglio-agosto.
D’inverno il Sahara è il centro di una zona di alte pressioni che creano
un anticiclone e i venti che ne derivano hanno provenienza continentale.
Non vi sono quindi possibilità di pioggia, a meno che le alte pressioni
lascino accidentalmente spazio a un regime ciclonico.
Diverse sono le condizioni durante l’estate. A volte le gocce d’acqua
vaporizzate dal calore degli strati inferiori non toccano neanche terra;
invece il monsone del Sud produce delle piogge che però raggiungono
solo il margine inferiore del Sahara, in cui si trovano tracce d’erosione
fluviale recente. Là dove il delta del fiume El-Hamra sfocia
nell’Atlantico, si sviluppa una discreta vegetazione consentendo in tal
modo di costituire una zona di ripopolamento degli uccelli migratori.
Le dune rappresentano il più permeabile di tutti i suoli; dopo la pioggia
la rena rimane bagnata per uno spessore equivalente a 10 o 12 volte la
quantità di pioggia verificata dal pluviometro. Però, tra una
precipitazione e un’altra, l’evaporizzazione è così veloce che solo le
piogge molto copiose possono penetrare profondamente e raggiungere
lo strato freatico (cappa freatica).
Come dicevamo prima, l’aridità del Sahara Occidentale viene in qualche
modo attenuata dalla vicinanza dell’Atlantico e ciò assicura alla regione
una certa quantità di piogge che, tuttavia, non è sufficiente ad alimentare
fiumi e creare letti di deflusso che consentono il convogliamento e
l’accumulo idrico.
Bisogna tener presente, in particolare, che le piogge, sebbene assai rare
in alcune località (ad esempio, all’interno, dove piove ogni 5-6 anni con
precipitazioni torrenziali tali da originare occasionalmente piccoli corsi
d’acqua che poi si essiccano rapidamente), sulla costa sono irregolari,
localizzate e violentissime, determinanti per l’escursione termica che
viene a crearsi. Per cui l’escursione termica stessa verso l’interno del
deserto, dove non piove mai, è molto bassa, mentre verso il litorale è
relativamente temperata per l’influenza dell’Atlantico, soprattutto grazie
agli alisei, venti molto forti e costanti che provengono da nord-est e da
sud-est.
L’azione del vento
Le più recenti ricerche e le moderne rilevazioni via satellite individuano
come grande responsabile un elemento che agisce in scala sull’intero
pianeta, considerato generalmente volubile e innocuo: il vento. Il vento
rappresenta l’aspetto più disagevole del clima: il terribile scirocco e
l’irifi spazzano mucchi di sabbia compatta ricoprendone il suolo di uno
spesso strato.
Come abbiamo già visto, fra le tante teorie sulle cause climatiche si può
dire che il vento costituisce un elemento fondamentale del deserto ed è
anche agente di trasporto, come lo scirocco e l’irifi.
I venti del Nord influiscono come causanti delle alte temperature in
quanto, entrando in contatto con le regioni più calde, si allontanano dal
loro punto di saturazione e non producono piogge. Influisce
sull’intensità o meno dell’efficacia del vento anche l’assenza di
copertura vegetale: ha una distribuzione diretta nella deflazione delle
superfici esposte e indiretta nell’effetto di accumulo di residui organici,
che facilitano la compattazione del suolo. Il vento assume in carico i
frammenti rocciosi più minuti e li trasporta secondo tre modalità: per
rotolamento e strisciamento, per saltazione, per sospensione; da queste
dipendono la velocità e la granulometria del detrito trasportato dal
vento. La peculiarità del Sahara costituisce e spiega la profusione di
conche chiuse che usufruiscono della presenza di condizioni favorevoli
per la conservazione.
Esso lavora le forme delle rocce morbide e scava dei solchi rettilinei e
paralleli trascinando indefiniti materiali movibili, tra cui sabbia e anche
argilla mischiata con il sale.
Senza il vento la maggior parte di quelle depressioni non sarebbero
sopravvissute al “terrapienamento” generalizzato dei periodi umidi;
barcane ed erg sono considerati costruzioni eoliche. La rena si trova in
tutte le regioni del Sahara formando strisce continue nello spazio interno
degli oued, strati stretti sulla superficie del reg, dune a forma di mezza
luna o barcane che si spostano continuamente; le accumulazioni
importanti si formano solo sugli erg. Questi ultimi sono massicci
sabbiosi con dune che occupano, in alcuni casi, estensioni considerevoli
e la cui altezza supera di tre o quattro volte quella delle dune litorali più
elevate. Alcuni erg sono agitati superficialmente e si espandono, come
un mare ondeggiante, nel Sud del Sahara Occidentale (sono assenti nel
centro); alimentati da un lato, indeboliti dall’altro, non sempre
conservano esattamente gli stessi contorni, ma hanno sempre lo stesso
volume e le stesse direzioni.
Il Sahara Occidentale non risulta meno arido di altre zone, dove la
pioggia è più frequente, perché qui c’è più circolazione d’aria, essendo
questa una zona aperta ai venti oceanici, benché sulla costa esista una
corrente fredda che prolunga il riflusso delle acque profonde del Sud
marocchino. L’aria che arriva al continente africano si riscalda e non
produce pioggia, per lo sbarramento dei venti provenienti in senso
contrario.
Nell’arco della giornata la temperatura è variabile a causa della
nuvolosità accentuata e dei venti; la pioggia improvvisa penetra nel
sottosuolo attraverso le permeabilissime arenarie quarzose, diffuse in
quasi tutta la regione: una quantità cospicua di acqua rimane in
superficie. Quella che evapora è in parte destinata a ritornare al suolo
sotto forma di rugiada. Si tratta di una nebulosità, constatata anche dalla
mia personale esperienza, che dura fino alle ore 10 circa della mattina e
ricompare a tratti durante il resto del giorno.
Le risorse idriche
Le condizioni idrografiche del Sahara Occidentale sono, nelle linee
generali, quelle di un territorio a clima arido, come lo è nel complesso
tutto il Sahara. Da alcuni studi sembrerebbe che il Sahara Occidentale
fosse desertico da tempi più recenti del Sahara Centrale che, a sua volta,
è diventato Sahel in epoca ancora più vicina. Il deserto risulta più totale
a est che a ovest, ma non è dimostrato che la sua sterilità sia più antica.
L’estrema povertà di precipitazioni non consente lo sviluppo di corsi
d’acqua permanenti e anche l’estensione e la portata delle falde
acquifere sotterranee sono relativamente limitate.
Le conoscenze antecedenti sulle condizioni idrografiche sono scarse;
solo nel periodo della dominazione spagnola si sono condotti studi sui
pozzi d’acqua che segnalavano la presenza dei luoghi di permanenza dei
nomadi.
Sulle condizioni idrografiche generali del Sahara Occidentale, tuttavia,
ci si può fare un’idea, tenendo presente l’entità e il regime delle
precipitazioni annue, come accennato precedentemente. Si può calcolare
che nel corso di un anno cadono 44,5 mm di pioggia.
I grandi cambiamenti idrografici verificatisi alcune migliaia di anni fa
hanno lasciato tracce: si vedono dappertutto oued morti, laghi
prosciugati e fiumi privi di un livello di base fisso; ad essi, scomparsi a
poco a poco, si sono sostituiti sedimenti alluvionali e sabbie che hanno
gradualmente ostruito il vecchio letto. Se le precipitazioni fossero
costanti e durature, nei periodi di piovosità potrebbero alimentare gli
oued per molti mesi; invece nella maggior parte dei casi durano soltanto
poche ore, cosicché gran parte dell’acqua evapora ancor prima
d’infiltrarsi nel terreno. Tale evaporazione è subordinata a tre fattori: la
secchezza dell’aria; i forti venti e le elevate temperature estive.
La siccità dell’aria è forse ciò che sorprende maggiormente il
viaggiatore proveniente da un paese umido. Le osservazioni
idrometriche indicano un tasso di umidità che può scendere a meno del
10% d’estate, e l’evaporazione dalla superficie di uno strato d’acqua
libera è intensa: è indice che l’atmosfera del deserto può far evaporare
una quantità d’acqua cento o duecento volte superiore a quella registrata
dal pluviometro.
Il nomade non considera l’acqua del fiume di sua proprietà ma la usa
esclusivamente per l’approvvigionamento, e quello che gli interessa di
più è che sia potabile. Dall’acqua e dalla sua identificazione dipende la
vita nel deserto; le acque si possono classificare nel seguente modo:
1. Sorgenti
Sulle Carte del Servizio Geografico Militare dell’ex Sahara Occidentale
sono segnate tutte le sorgenti e le fonti d’acqua che, però, non
rappresentano ricchezza per l’economia del Sahel, come si potrebbe
credere, in quanto la loro portata non è molto grande e non tutte sono di
acqua dolce. Ad esempio El Aiun (Laayoune) vuol dire sorgente o
fontana. Dunque, secondo la derivazione del toponimo, il nome
dell’attuale capitale del Sahara Occidentale significa: Las Fuentes (Le
Fonti).
2. Acque stagnanti
Le acque stagnanti costituiscono una rilevante risorsa durante l’inverno
o quando l’acqua delle fonti in superficie è evaporata.
3. Acque sotterranee, sotto alvei, pozzi e sorgenti
Molto vari sono gli accumuli di acqua che si possono incontrare; tra i
più significativi il gelta, una specie di cisterna naturale; ritrova spesso
in alvei di natura rocciosa ricoperti di sabbia e terra, dove l’acqua dura
persino un anno. Esempi sono il famoso Guelta Zemmour che si trova
alla confluenza di varie gole rocciose.
L’Asgig è una fossa fatta di lastre petrigne orizzontale, che può
raggiungere anche i tre metri dì profondità. In queste fosse l’acqua si
mantiene abbastanza bene e la quantità può approvvigionare
sufficientemente un gruppo familiare per un certo periodo di tempo: ce
ne sono in abbondanza nel Tiris (appaiono anche nella toponomastica
delle carte geografiche). Queste toponomastiche, che pure Baroja
inserisce nelle sue descrizioni, portano a nostra conoscenza lo stretto
rapporto esistente fra i termini e le motivazioni della scelta di tali nomi
da parti degli abitanti sahrawi.
Bullón – studioso della toponomastica – inserisce nel suo glossario
questi termini: agesgal e agelmim con i quali designa “fosse o buche
nelle rocce dove si può conservare l’acqua per rifornire un gruppo”.
L’agesgal è più piccolo dell’algemim che può contenere acqua per un
rifornimento maggiore (tre mesi), Entrambi sono tipici delle alture dello
Zemmour, dando luogo a molti altri toponimi.
Un altro studioso, Monteil, rileva che la toponomastica deriva dalla
lingua usata nella zona dai sahrawi (l’hasania) e coincide con la
descrizione cartografica, indicando punti di riferimento della vita degli
abitanti di quelle zone desertiche. Questi nomi sono da prendere in
considerazione in quanto, come dice Monteil, anche una leggera
variazione semantica può cambiarne il significato; ad esempio, i termini
salta e tauerta servono ambedue a denominare dei contenitori rocciosi
naturali.
Nel caso del salta si tratta di una piccola fenditura prodottasi in un alveo
roccioso, dove si possono residuare da 30 a 40 litri di acqua piovana.
Mentre il tauerta è un pozzo, alimentato da falde sub-alveolari, che si
apre in senso obliquo sul terreno roccioso. Bullón afferma che l’acqua si
trova a non più di tre metri di profondità e racconta che quando il Guelta
dello Zemmour si prosciuga di solito si apre nella sua parte più bassa,
formando dei pozzi da dove è possibile estrarre una certa quantità di
acqua.
Il magder è una fessura apertasi nel letto di fiumi già asciutti dove si
può trovare ancora dell’acqua depositata.
Una daia è una depressione del terreno in cui si accumulano le acque
piovane, tanto da creare grandi e regolari bacini; si utilizza per rifornirsi
di acqua potabile fino a quando non sparisce a causa della filtrazione e
della evaporazione. Generalmente la daia si trova in un terreno argilloso
e può avere un’estensione abbastanza ampia. Tra le maggiori Bullón
ricorda la daia di Tenuimel, a 70 km a sud-ovest di Laayoune, verso Cap
Bojador; quella del Kaba a 12 km a ovest di Yereifia; quella di Tebark
Alah vicino al pozzo di Bulariah, el Llacadas el Jadra nel confine
orientale edl tiris.
La nagaa non è altro che un piccolo ristagno effimero, tra una
precipitazione e l’altra, dal quale si possono attingere fino a due otri
d’acqua (circa 50 litri). Non tutte le depressioni del terreno permettono
di trattenere acqua dolce; a volte si formano depositi di sale, anche
molto estesi e che in altri tempi avevano grande importanza
nell’economia del Sahel. La Sebcha è il nome della salina che troviamo
spesso nella toponomastica del Sahel. La più grande sembra sia quella
di Aridal, che ha una dimensione di 35 km di lunghezza e 23 km di
larghezza; altre saline più ricche e frequentate sono quelle di Umm el
Drus e Ijil, però fuori dal territorio che ci interessa.
Inoltre, i pozzi sono di quattro tipi:
1) Tilensi: si apre nel letto di un fiume. L’acqua vi si estrae a un metro
di profondità o anche meno (zona Saguia el-Hamra e suoi affluenti).
2) Agla: il tipo di pozzo permanente più semplice e comune: anche
questo si apre nel letto di un fiume o di un ruscello sabbioso. Vi si
attinge acqua a più di un metro e a meno di cinque. Alcune regioni si
caratterizzano proprio per l’abbondanza di questi pozzi.
3) Hasi (plurale hasian): pozzo con tronchi o rami al fondo. La sua
profondità non supera i 12 m. È il più noto nel Sahel, e a questa
categoria appartengono alcuni dei più conosciuti dai nomadi, come Ars
Amar, Aridal, Bu Gaffa, Buleriah, Dora, Mesied, Saq, Tantan, Tenuaqa,
Tifariti, Timasin e Tisla.
4) Bir: è sempre più grande dell’hasi. Le pareti, di solito, sono costruite
con terra compatta o anche con pietre. L’acqua si estrae per mezzo di
una puleggia a trazione animale, come il magrod della zona dell’Ifni. I
pozzi più noti si trovano a sud del Rio de Oro, sotto il parallelo 26° di
latitudine nord, e sono riconoscibili perché la parola bir precede sempre
il nome proprio: Bir Gandus, Bir Nazaran, Bir uld Sidi Emhammed nel
Tiris, Bir Hamar (sulla frontiera mauritana).
A questo proposito abbiamo lo studio fatto da Flores Morales, che
designa meticolosamente sia la zona nord che quella sud.
In merito a tali indicazioni sui pozzi, sono state fatte approfondite
ricerche sul territorio per controllare il loro stato attuale ma, a causa
della guerra, le aree fuori dal tracciato usuale sono state minate per
evitare incursioni da parte dei guerriglieri del Polisario, e non tutte le
zone sono state sfruttate.
Noi europei siamo abituati a immaginare che nel deserto non vi sia altra
acqua all’infuori di quella dei pozzi; invece, come abbiamo visto,
esistono numerose riserve idriche distinte, che intervengono negli
elementi paesaggistici e sono vitali per il nomade. Dal 1990 al 1994 i
pozzi analizzati e messi in uso sono molti e portano sempre la scritta del
Ministero (OGN) che li ha resi utilizzabili.
LA VEGETAZIONE
La vasta estensione del Sahara, per quanto desertica, non è quasi mai
priva di vita vegetale; il terreno è ricoperto da una bassa vegetazione
che dà una certa colorazione alle distese rocciose: ogni mattina nascono
piante sia per l’umidità notturna sia per le piogge, anche se scarse e
subito assorbite dal suolo. In varie parti si osserva una vegetazione di
tipo stepposo, negli altipiani cresce un’erba verdastra chiamata alfa che
viene utilizzata per il pascolo dei dromedari.
Altre parti della zona sabbiosa (erg) sono ricoperte di radi cespugli quali
l’Acacia radiana, la Zilla spinosa, la Rhus oxyacanta, altre graminacee,
in particolare l’Aristida pungens, usata anch’essa come alimento per i
dromedari. Nel terreno ciottoloso (serir) compaiono le ginestre (retama)
e infine, in altre parti ancora, dette “zone del cram-cram”, cresce una
pianta di gusto gradevole per gli animali da pastura.
Nella maggioranza dei casi le piante sono cosparse di una peluria o
hanno un rivestimento carnoso per proteggersi dall’evaporazione; a
volte i rami presentano una particolare conformazione (si appoggiano
sul terreno) per eliminare l’eccessivo riscaldamento che le porterebbe
alla morte; in tal modo le radici possono svilupparsi in profondità
assorbendo l’umidità derivante dalla falda freatica sotterranea. Le foglie
spesso sono trasformate in spine o hanno i tessuti pieni d’acqua,
mantenendo così a lungo la riserva idrica, ad esempio le euforbie che,
come molte “succulente” sono prive di foglie e possiedono un fusto
grosso. Parte delle piante sono xerofite; molte hanno un “habitus
xeromorfo”, cioè presentano meccanismi simili alle piante desertiche
dette effimere, che superano le difficoltà ambientali germogliando solo
dopo un certo quantitativo di precipitazioni.
Sugli altipiani, durante la stagione fresca che va da novembre a marzo,
la vegetazione per la pastura è leggermente salata e salata è, molto
spesso, anche l’acqua. Da aprile a ottobre, la stagione calda, le zone di
pastura si spostano verso i pozzi d’acqua dolce permanenti; nelle rare
oasi la vegetazione è rigogliosa. Qui l’acqua viene convogliata e
utilizzata in modo razionale, così la coltivazione di ortaggi, legumi,
cereali, alcuni alberi da frutto e la palma da dattero.
Oggi, secondo notizie di fonte marocchina, si è avuto un incremento
delle forme di economia agricola locale (monocoltura), mentre fino ad
alcuni anni fa l’agricoltura era sviluppata solo nelle oasi in cui era
connessa la pastorizia.
La tradizionale impostazione agricola a grara, ripartita in particelle,
viene ancora rispettata, anche se ultimamente sono state realizzate opere
di irrigazione, costruite serre per le coltivazioni controllate, e la
produzione locale è migliorata a discapito delle importazioni dalle
Canarie e dal centro del Marocco.
Per approfondimenti vedasi: E. Guinea Lopez, Aspecto forestal del
desierto; la vegetatión leñosa y los pastos del Sahara español, Madrid,
Instituto Forestal des Investigaciones y Esperiencias, 1945; Stations de
Recherche Acridienne sur le Terrain, Rapport sur la prospection au
Sahara espagnol, FAO, 1973.
LA FAUNA
La fauna è costituita da varie specie, molte delle quali rischiano
l'estinzione per vari motivi: ambientali e sociali. Nel territorio sono
presenti sia animali selvaggi che da allevamento, e importantissima è la
fauna domestica costituita da cammelli, capre, pecore e qualche cavallo,
parte integrante della vita del nomade, che deve difendersi sulla costa e
all'interno da iene, sciacalli e volpi (fennec). Nella zona montagnosa
sopravvivono ancora linci e ghepardi. A seguito della ricorrente pratica
della caccia abusiva, si avverte la sparizione di alcuni animali a causa
dell'uomo che ha come unico scopo quello di depredare. Restano ancora
talpe, topi e rettili (vipere, agami e cobra). Dove nascono fiori e piante
si possono vedere farfalle, insetti vari (cavallette, scarafaggi, ragni,
scorpioni e stercorari), mentre negli stagni ancora qualche sparuta rana.
Le migrazioni della fauna aviaria sono costanti, e gli uccelli che
attraversano il mare periodicamente uniscono le consuetudini: uccelli
grandi e di piccola taglia sono frequentatori delle coste frastagliate (si
registrano oltre 100 specie). All'estremo sud del paese, a LaGuera, si
segnala la più folta colonia al mondo di foche monache.
La fauna ittica è contesa per la sua ricchezza, abbondano pesci di vario tipo che si
mescolano tra le razze del Mediterraneo (acqua calda) e quelle
dell';Atlantico (acqua fredda). Non mancano le tartarughe.
Lo stazionamento di truppe militari, ha provocato danni ad alcune
specie di animali, sia per l'uso di tecniche distruttive che per la
situazione di difficoltà, dovuta a singoli atti di guerra (con la
disseminazione di bombe e l'avvelenamento delle fonti d'acqua).
CENNI STORICI
I confini del Sahara Occidentale sono del tutto artificiosi, sanciti con
decisioni diplomatiche nella Conferenza di Berlino (15 novembre 1884
- 26 febbraio 1885), riunitasi per esaminare la situazione internazionale
che si era creata in seguito alle dinamiche espansionistiche su tutto il
continente africano. Le demarcazioni politiche vennero tracciate
secondo l'andamento di paralleli e meridiani senza essere giustificate da
una qualche diversificazione del territorio, a seguito di lunghe trattative
fra la Spagna e la Francia che occupavano tutti i territori confinanti.
Dopo una serie di accordi conclusi nel 1912, attraverso le Convenzioni
di Parigi del 1903-1904 e quella di Madrid del 1912, i confini vennero
accettati tali e quali erano stati ereditati e definiti a tavolino dalle
potenze coloniali nella Conferenza di Berlino.
Nell'“Atto Generale” furono formulati i sette capitoli della Convenzione
– una specie di carta coloniale destinata, da un lato, a regolare i rapporti
delle grandi potenze sul piano giuridico internazionale e, dall’altro, a
stabilire gli obblighi ai quali le nazioni coloniali avrebbero dovuto
sottostare nei rapporti con i loro territori dipendenti; di conseguenza, al
tempo della loro definizione, questi limiti convenzionali non trovarono
corrispondenza nella vita delle popolazioni nomadi del Sahara. Le
sollecitazioni esterne sopraggiunte negli ultimi decenni sembrano essere
riuscite a far nascere ciò che anteriormente era completamente assente
fra le tribù del Sahara, ossia una ‘coscienza territoriale’.
Le prime notizie storiche sul Sahara Occidentale provengono dalle
relazioni di viaggio dei cronisti portoghesi – Gomes Eanes de Zurara,
Diogo Gomes, Eustache de la Fosse, Valentim Fernandes e Duarte
Pacheco Pereira – che nel 1434 andarono oltre Capo Bojador, in zone
fino ad allora inesplorate. Questi documenti sono raccolti nel testo di
Romain Rainero “La Scoperta della Costa Occidentale d'Africa” e ci
permettono di capire anche lo spirito dei viaggiatori e dei conquistatori
del Quattrocento. Successivi sono i racconti dei coloni spagnoli che si
insediarono, dal 1476 in poi, lungo la costa per costituire degli empori e
commerciare, percorrendo il tratto da Cap Bojador a Cap Bianco, e di
alcuni naufraghi che, sopravvissuti alla prigionia delle tribù locali – le
quali opposero molta resistenza alla penetrazione spagnola (che
concretamente avvenne nell'800) – descrissero con minuzia il territorio
e i suoi abitanti.
In seguito gli spagnoli, stabilendosi sulla costa, denominarono tutta la
regione circostante “Rio de Oro” alias “Riviera d’Oro”, così chiamata
dopo che i portoghesi, nel 1442, per primi vi avevano trovato un po’ di
polvere aurea, credendo così di essere giunti alla foce di un fiume (rio),
ma solo nel 1885 il governo spagnolo ne assunse effettivamente il
protettorato definendola provincia; quindi prese possesso di altre due
zone: Ifni e Saguia el-Hamra. Mentre nel 1904 venne ritagliata
l’“enclave di Ifni”, che seguirà una storia a parte, nel 1924 la Saguia el-
Hamra divenne la seconda provincia, e tutto il territorio fu chiamato
“Sahara Occidentale Spagnolo”.
Prima della colonizzazione europea il Sahara Occidentale era molto
esteso, abitato da nomadi e seminomadi, per lo più pastori, detti
Sahrawi, che in arabo significa “abitanti del deserto”.
I Sahrawi vivevano riuniti in tribù: Teckna, Reguibat, Ouled Delim e
sottoclassi, che si spostavano a seconda delle stagioni, senza cognizione
dei limiti territoriali imposti successivamente dalle frontiere, lungo
percorsi antichi segnati dai pozzi d’acqua indispensabili per poter
sopravvivere nel deserto. Si muovevano principalmente lungo una
stretta fascia costiera in cui le condizioni ambientali, rispetto alla parte
interna, erano migliori. Avevano forme proprie di organizzazione
sociale, erano strutturati in “cabile” o “clan” (Cabila o Qabila è una
struttura sociale ben definita, identificabile in una grande famiglia) che
si confederavano tra loro unicamente per motivi particolari, ad esempio
la difesa collettiva, la distribuzione dell’acqua, la suddivisione delle
aree per il pascolo, la coltivazione agricola momentanea facilitata da
piogge improvvise, le riunioni di culto ecc.
La Spagna, durante il periodo della colonizzazione africana, finanziò
studi e ricerche per individuare le risorse naturali e le capacità
produttive delle terre sotto il suo dominio. Le ricerche più importanti
accertarono l’esistenza di risorse idriche e minerarie (furono tracciate le
prime carte della zona e alcune guide disegnarono mappe dove furono
riportati i pozzi e le sorgenti che i nomadi, fino a quel momento, si
erano tramandati oralmente). Da allora avvennero decisivi mutamenti, e
sia il governo spagnolo che alcune compagnie gestite da privati
cominciarono a interessarsi allo sfruttamento economico di questa
regione sahariana.
La Società Geografica di Madrid intervenne attraverso i suoi esperti,
riuscendo a farsi accettare dalle tribù locali e facilitando l’inserimento
coloniale, di modo che le ricerche e le esplorazioni resero possibili la
conoscenza di quel “territorio inospitale”, delle popolazioni che vi
abitavano e degli usi e costumi di molti accampamenti nomadi che vi
transitavano. Il Sahara Occidentale era dunque una incerta realtà
geografica che aveva acquisito una “individualità politica” solo dopo la
Conferenza di Berlino del 1884-85.
La popolazione autoctona, ignorando le delimitazioni tra Marocco,
Algeria e Mauritania, continuò a “nomadizzare” in tutto il Sahara, ma a
partire dagli inizi del XX secolo, a causa dei controlli coloniali francesi
e spagnoli, le frontiere, che fino ad allora erano state artificiali,
divennero limiti reali.
La vita dei nomadi subì via via trasformazioni dovute principalmente
alla nascita di piccoli centri urbani e alla sempre maggiore
sedentarizzazione forzata, che favoriva il controllo dei territori e dei
suoi confini (la colonia spagnola si trovava a dover difendere il
territorio dai portoghesi, francesi e inglesi, nonché dai pirati). In
conseguenza di ciò i nomadi acquisirono anche la consapevolezza della
peculiarità territoriale rispetto agli altri abitanti dell’Africa Occidentale.
Nel 1975 cambia lo scenario, finisce infatti la colonizzazione spagnola,
ma non avviene la decolonizzazione più volte auspicata dall’ONU, in
quanto il Marocco con atto unilaterale si annette tale territorio, e da
questa azione scaturiscono due fatti contrastanti che daranno origine a
un contenzioso giuridico ancora in atto: il ritiro della Spagna (in seguito
al cambiamento della sua politica e alla restaurazione della monarchia
dopo la morte del Generalissimo Franco) e l’occupazione del Sahara
Occidentale (prima della decisione ONU sulla decolonizzazione) da
parte del Marocco e della Mauritania, che nel 1979 firma un trattato di
pace con le forze sahrawi del Fronte Polisario, ritirandosi dal territorio
occupato di Rio de Oro.
Durante il periodo della decolonizzazione spagnola Hassan II, re del
Marocco, in base a una pretesa territorialità risalente allo sceriffato
Almoravide, dette inizio a una progressiva politica espansionistica per
realizzare il progetto del “Grande Marocco” (gli Almoravidi erano una
dinastia fondata da Abdallah Ibn Yasin e regnante dal 1055 al 1147 sul
Marocco e sul Sahara Occidentale, che sostituì altre popolazioni
berbere, tra cui gli zeneti, finché al loro posto subentrarono gli
Almohadi).
Nel 1975 il Marocco, approfittando di un momento di incertezza
politica e considerando l’ex Sahara Occidentale Spagnolo terra nullius,
invitò la popolazione marocchina a partecipare a una manifestazione
popolare detta “Marcia Verde”, intesa a superare la frontiera per
“riunificarsi con i fratelli Sahrawi” e annettersi tale territorio.
In quello stesso anno il popolo sahrawi ebbe la promessa, poi non
mantenuta, dell’indipendenza da parte della Spagna e l’annullamento
dei confini da parte del Marocco.
Due situazioni, queste, opposte tra loro, che hanno creato ai Sahrawi
uno stato di attersa dovuto all’aspettativa di indipendenza, poi
negata, e al ritardo da parte delle forze competenti – l’ONU –
nell’esprimersi in merito.
Aggiornamenti:
Da Enciclopedia Treccani “Malgrado l’ONU avesse riconosciuto il
diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, nel nov. 1975 la
Spagna concluse un accordo col Marocco e la Mauritania per la
spartizione del S.O. fra i due Stati. Forze marocchine occuparono quindi
il Saguia el-Hamra e la Mauritania invase il Río de Oro: gran parte della
popolazione sahrawi fuggì nella zona di Tindouf, in Algeria, mentre nel
febbr. 1976 veniva proclamata in esilio la Repubblica araba sahrawi
democratica (RASD) e iniziava la guerriglia. Dopo la pace con la
Mauritania (1979) il Sud del S.O. fu occupato e in parte presidiato dal
Marocco. A partire dal 1980 quest’ultimo, con l’aiuto statunitense,
eresse un muro circoscrivente un territorio di 200.000 km 2 , al cui interno
fu incoraggiato il trasferimento di cittadini marocchini. Intanto la RASD
veniva riconosciuta e ammessa nell’Organizzazione dell’unità africana
(1982). Nel 1988 l’ONU chiese lo svolgimento di un referendum di
autodeterminazione nel S.O., ma la situazione rimase bloccata.
Malgrado il raggiungimento di un cessate il fuoco nel 1991, il Marocco
ha mantenuto le proprie truppe nella regione, mentre lo spiegamento di
una forza di pace ONU (MINURSO) è avvenuto solo parzialmente.
Il referendum, previsto per il 1992, è stato ripetutamente rinviato per le
divergenze tra il Marocco e il Frente Polisario in merito alla consistenza
della popolazione sahrawi”.
Nel novembre 2020, inoltre, è finito il cessate il fuoco e le parti
hanno ripreso le armi lungo il muro di sabbia di 2.700 km.
Dopo 29 anni di tregua il conflitto è ripreso nel novembre 2020 a
seguito della penetrazione nella zona cuscinetto controllata dall’ONU da
parte dell’esercito marocchino per interrompere il blocco al traffico
imposto dai manifestanti sahrawi nel valico di El Guerguerat, unica via
commerciale tra Marocco e Mauritania. Da quel giorno la guerra che si
combatte lungo il muro di sabbia di 2.700 km è stata condotta con
scambi di colpi di artiglieria.
Nel dicembre 2020, inoltre, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald
Trump ha di fatto riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara
Occidentale in cambio della normalizzazione dei rapporti del Marocco
con Israele.
I Sahrawi restano divisi tra chi vive nei campi profughi del deserto
algerino e chi abita nel Sahara Occidentale, divisi da un muro lungo
oltre duemila chilometri, costruito dal Marocco a partire dal 1980.
Nel Sahara Occidentale attualmente si riscontrano notevoli mutamenti
sociali: mentre una parte della popolazione sahrawi, che non ha
accettato l’autorità governativa del Marocco, si è trasferita nei campi
profughi messi a disposizione dall'Algeria, un'altra parte è rimasta nel
Sahara Occidentale e si è concentrata in piccoli insediamenti urbani.
Con l’arrivo dei coloni marocchini dal 1975 in poi si è avuto un
notevole aumento demografico dovuto non solo all’incremento della
natalità ma anche all’immigrazione nei più importanti agglomerati
cittadini, e soprattutto nella capitale Laayoune per le maggior
opportunità di lavoro.
Attualmente la popolazione, concentrata nei principali centri urbani, è
composta in maggioranza da giovani.
Un miglioramento di condizioni è avvenuto anche tra i Sahrawi dei
campi profughi, grazie ai più proficui rapporti sociali fra le diverse
genti, nonché agli aiuti alimentari e sanitari internazionali ricevuti.
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Silvana Grippi è geografa e viaggiatrice fiorentina, fortemente motivata
allo studio del Sahara occidentale fin dai primi anni di frequenza della
locale Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università: tanto che all’inizio
dell’anno 1990 riuscì a convincere un docente come Paolo Marcaccini –
notoriamente ‘rigoroso programmatore’ e con moderata attitudine a
deroghe dai progetti di lavoro in corso – ad accettare la nuova anzi
‘secca’ proposta di argomento che il docente si trovò improvvisamente
di fronte, per una tesi in Geografia vecchio ordinamento (quindi
particolarmente impegnativa) da preparare proprio sull’ex colonia
spagnola. C’è da dire che, da circa un quindicennio, quello sfortunato
territorio costituiva un caso geopolitico rilevante, per il conflitto
diplomatico esploso tra Marocco e Algeria e per la guerra che aveva
fatto seguito all’occupazione marocchina del paese dei Sahrawi, vasto
quasi come l’Italia, tradizionalmente poco abitato, ma in larga misura da
nomadi o seminomadi.
Ovviamente un relatore quanto mai scrupoloso come Marcaccini non
mancò di esternare alla laureanda i molteplici rischi concreti di non
riuscire a svolgere al meglio, come ci si attendeva, uno studio che
richiedeva non solo il ricorso alla documentazione a stampa disponibile
(libri e articoli editi, stampa periodica) ma anche, e soprattutto,
imponeva una ricerca diretta non superficiale in forma di ‘lavoro sul
terreno’, e quindi di viaggi e soggiorni in loco per osservare e
fotografare, intervistare e raccogliere materiali conoscitivi in quel paese,
da anni martoriato da una vera e propria guerra o guerriglia combattuta
fra Marocco e Fronte Polisario: un territorio caratterizzato da condizioni
di insicurezza e investito da normative e divieti che, di fatto, riducevano
drasticamente o almeno scoraggiavano le possibilità di spostamento di
turisti e visitatori.
Silvana non si fece scoraggiare. A trsi assegnata, nel febbraio 1990
visitò i campi profughi sahrawi di Tindouf in Algeria e nell’agosto il
Sahara occidentale vero e proprio. Da sottolineare che, dopo la
preparazione e la discussione della tesi di laurea vecchio ordinamento –
intitolata Sahara Occidentale –, Silvana è tornata altre volte nel Sahara:
nel 1994, nel 2000, nel 2010, nel 2014 e nel 2015, potendo così valutare
i rilevanti cambiamenti via via intervenuti, a partire dall’ambiente e dal
paesaggio e soprattutto nel popolamento e nelle condizioni di vita socio-
economica e politica e nella cultura dei suoi abitanti.
Tanto che, già nel 1996, fu in grado di pubblicare un primo contributo
che utilizzava larga parte della tesi di laurea, con lo stesso titolo Sahara
Occidentale (Dea, Firenze, 1996, collana “Geografia sommersa”),
riedito con aggiornamenti e integrazioni nel 2011. Sembra essere stato il
primo studio, in Italia, a trattare il problema dell’identità dell’allora
quasi sconosciuto popolo dei sahrawi, dimostrando il solido legame che,
da quegli anni, unisce l’autrice alle vicende di quel territorio e delle sue
genti. Se la trattazione, infatti, è spesso rigorosa, e segue gli stilemi
della saggistica di carattere geografico-antropologico, ad essa
s’inframmezzano pagine di carattere letterario tratte dai diari di viaggio
dell’autrice, che dimostra pienamente la curiosità professionale della
geografa e dell’esploratrice.
Al 2017 risale l’altro contributo di Silvana: il libro fotografico Identità
Sahrawi, il senso del vivere. Fotografie e interviste (Dea, Firenze),
pubblicato “per affermare l'identità del popolo sahrawi, per far
vedere la dignità della vita di questa gente nei campi profughi
dell’Algeria [con] l'umiliazione che vivono restando lontano dalla
propria terra”, in attesa, da quasi cinquant'anni, di una soluzione
al problema dell'autodeterminazione.
Il Sahara occidentale – denominazione poi proibita dal Marocco che lo
considera parte del Sahara marocchino – fu colonia spagnola dagli anni
’80 del XIX secolo al 1975. Con il ritiro della Spagna alla morte del
dittatore Franco, fu subito occupato dal Marocco (e in parte minore
dalla Mauritania che si ritirò però nel 1979), nonostante le promesse
della autodeterminazione sancite dall’ONU, e gran parte della
popolazione sahrawi fuggì nell’area di Tindouf, in Algeria. Nel febbraio
1976 venne proclamata, in esilio, la Repubblica araba sahrawi
democratica (RASD) e iniziò la guerriglia. A partire dal 1980 il
Marocco eresse un muro di sabbia e pietre (minato), lungo ben 2700
chilometri (la barriera costruita a scopi militari più lunga al mondo),
circoscrivente un territorio di 200.000 km 2 , al cui interno fu
incoraggiato il trasferimento di cittadini marocchini. Da allora, il Fronte
Polisario è arrivato a controllare il 20 per cento dell’antica colonia
spagnola, ovvero la Repubblica sahrawi.
Nel 1982 la RASD venne riconosciuta e ammessa nell’Organizzazione
dell’unità africana e nel 1988 l’ONU chiese lo svolgimento di
un referendum di autodeterminazione, ma la situazione rimase bloccata
(e lo è tuttora), malgrado il raggiungimento di un cessate il fuoco nel
1991. Nel novembre 2020 il cessate il fuoco è purtroppo finito e le
due parti hanno ripreso le armi.
Lo scritto che qui si presenta si appoggia, in primo luogo, come già
enunciato, sulle ricerche condotte, a più riprese, sul campo, nel Sahara
occidentale, a partire dalla tesi di laurea e proseguite fino al 2015;
utilizza altresì correttamente una ricchissima bibliografia internazionale
accuratamente aggiornata, integrata dalla consultazione generale di
atlanti, dizionari, testi di geografia, riviste e altra documentazione,
reperibile anche in siti web.
Rispetto all’ampia trattazione del 1996/2011, rappresenta un
aggiornamento soprattutto della caratterizzazione geografica e fisico-
ambientale del Sahara occidentale e, insieme, del profilo storico-
territoriale essenziale dall’assetto coloniale alla decolonizzazione e al
problema politico attuale: una ‘odissea’ che continua a martirizzare un
popolo dimenticato a livello delle istituzioni internazionali e
violentemente espropriato della sua identità storica e dei suoi diritti di
autodeterminazione e di libera scelta di un futuro non solo politico.
Emerge con chiarezza la natura ambientale (con i diversi lineamenti
geomorfologici che si susseguono dall’Oceano alla catena interna
dell’Atlante), il carattere climatico quasi ovunque arido e desertico, un
territorio povero di risorse idriche e vegetazionali, improduttivo o ben
poco produttivo in termini agricoli-zootecnici, dove trova spazi davvero
esigui un’agricoltura essenzialmente a base di cereali rispetto
all’allevamento estensivo – per lo più tradizionalmente tipico del
nomadismo e del seminomadismo –, con i problemi che, anziché
attenuarsi, tendono progressivamente ad aggravarsi per il cambiamento
climatico in corso.
La natura di un territorio – come opportunamente sottolineato anche
dalla studiosa Caterina Roggero, docente di Cultura araba nelle
Università Statale e Milano-Bicocca, autrice di recenti opere di rilievo
sull’Africa Settentrionale (Sahara occidentale compreso) dal
colonialismo all’indipendenza, in qualche modo richiamate nell’articolo
Il popolo sahrawi nel limbo di sabbia (“Corriere della Sera” del 26
maggio 2024, p. 7) – quasi tutto o in gran parte di basse montagne,
colline e altipiani, di rocce, ghiaie e sabbie, assolutamente carente di
acqua, quindi – almeno in apparenza – povero e inospitale, privo o quasi
com’è di pianure fertili, di boschi e di acque correnti, colpito da un
clima arido e caldissimo, con elevata escursione termica e con frequenti
tempeste di sabbia; un territorio, per altro, ricco di giacimenti di fosfati,
nell’interno, e di un importante patrimonio ittico, sul litorale oceanico.
Ed emerge come fuori di questo territorio, ora nuovamente dilaniato
dalla guerriglia, al confine algerino di Tindouf, vivano – nelle quattro
wilaya che hanno mutuato i nomi dei villaggi sahariani abbandonati –,
in un ambiente ugualmente desertico e inospitale, circa 174.000
profughi che continuano ad essere completamente mantenuti dagli aiuti
umanitari internazionali.
Leonardo Rombai
(già professore ordinario di Geografia nell’Università
di Firenze)
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