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Caso Cucchi: sete di giustizia e di trasparenza

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La vediamo nelle fiction americane che ruotano intorno all'aula di un tribunale, quella frase che incorona la giustizia come canone universale. Come regola a prescindere dal caso, come super partes che Cicerone definiva maestra di tutte le altre virtù.  Sul fatto che la legge debba essere uguale per tutti, non ci piove, siamo tutti abbastanza d'accordo. Ma che lasso di tempo passa da quando approviamo istintivamente una simile posizione a quando abbracciamo invece subdolamente la tesi per cui un tossicodipendenti e colpevoli di qualsiasi altro crimine devono essere messi in sordina, come se l'istanza della loro procedura dovesse seguire necessariamente le altre, gli altri. Chi esce di casa, per esempio, in divisa e affronta tutti i giorni i mali della città per proteggerci.

Questi super eroi (premesso che il Galileo di Brecht diceva "beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi"), se per caso, una sera sarebbero disturbati nella loro serata da un ragazzo che si buca, sarebbero autorizzati a ridurlo in fin di vita a suon di manganellate o quant'altro? Sono sicura che la risposta non sarebbe scontata, per molti.  Questi, penserebbero a una enfatizzata pericolosità dell'individuo tossicodipendente e legittimerebbero in loro stessi la pena, anche corporale. I Baustelle cantano "Charlie fa serf, quanta roba si fa, (...) non abbiate pietà. Una mazza da baseball quanto bene gli fa!". Per chi non avesse colto l'ironia, la crocifissione che dedichiamo a prescindere a chi si costruisce in questa società un modello di vita malsano, disagiato, non è condannabile a priori. Non è un drogato da picchiare. E chi fa sì che il corpo di un ragazzo morto in carcere sia in alcuni punti irroconoscibile, sfigurato, allora non deve essere assolto -ufficialmente o a livello di consenso subdolo- solamente dall'armatura che indossa. 

L'abbiamo constatato dalle pagine del buon Manzoni, che l'abito non fa il monaco.  La morte di Stefano Cucchi è diventato un caso giudiziario. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha messo sotto accusa lo stato italiano, per indagini da lei giudicate "poco incisive, lacunose e mancanti". Le fallace riguarderebbero il pestaggio di Stefano, arrestato la notte del 15 Ottobre 2009 perchè in possesso di droga. La morte avvenuta in ospedale una settimana dopo l'arresto del ragazzo, mantiene una nube fitta di ombre non rasserenate dal ricorso alla giustizia. La famiglia Cucchi, con tenacia e coraggioso impegno, nonostante dover piangere la morte di un familiare, continua a lottare per il riconoscimento di un diritto essenziale della democrazia: uguaglianza di fronte alla legge.

La sete di giustizia certo non potrà far tornare in vita Stefano, tuttavia potrà dar prova di un credibilità istituzionale che spesso vacilla tra l'incompetenza e l'inadempienza. 
 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 14:31 )  

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