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Da Cechov a Eduardo: il sud Italia di Favino e Sassanelli

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Dal 20 Aprile al 1 Maggio, Fondazione Teatro della Toscana, in coproduzione con la Compagnia Gli Ipocriti, presenta La Controra, regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli. Lo spettacolo ha come suo autorevole riferimento letterario Le tre sorelle di Cechov e un cast d'eccezionale bravura, a partire da Favino e al suo portamento inconfondibile sul palco, rispetto a cui lo spettatore fedele ai palinsesti della Pergola non può far a meno di riportare alla mente la sua performance in Un servo per due lo scorso anno. Proprio da quell'esperienza artistica, emerge un connubio di idee e un crogiuolo di talenti, che va dai registi agli attori ai tecnici della Pergola. Il progetto che viene messo in piedi consiste nel rileggere le tonalità di Cechov con l'accento di un paesino del sud Italia. Danno forma alla trama, con Favino, sul palco, numerosi attori che per la loro bravura è bene citare tutti: l'autorevole recitazione di Lunetta Savino, Fabrizia Sacchi, Paola Michelini, Anna Ferzetti, Antonella Lori, Bruno Armando, Guido Caprino, Totò Onnis, Francesco De Vito, Renato Marchetti, Teodosio Barresi, Gianluca Bazzoli e Domenico Pinelli.

Le due ore abbondanti di spettacolo espongono una catena di eventi che potenzialmente stridono la patina lenta, pedissequa della controra, di quel momento di noia e avvilimento, di desiderio della novità fiaccato dalle circostanze e dalle limitanti opportunità di uno specifico ambiente socio-culturale. Le scene articolano personaggi indaffarati, nell'abbraccio di un'insolita scenografia: non ci sono pannelli color pastello, né impalcature. C'è lo scheletro nudo del teatro, le sue pareti non artefatte, i suoi marchingegni che tirano giù e su finestre che aleggiano nel vuoto.

Un difetto tecnico della rappresentazione è individuabile nella percezione del suono delle voci degli attori, che pare ovattato, non ottimizzato, distraendo a tratti la fruizione delle scene.

L'ampiezza della scena sembra rimandare al “vuoto enorme da riempire” che la guerra ha causato, una profondità in cui i personaggi si inseriscono parafrasando sogni e inevitabilmente, lì dove si investono la propria passione e l'immagine del proprio futuro, paure. Un dottore alcolizzato, barcamenandosi nel riflesso della sua figura in uno specchio, ripercorre in un flusso di coscienza un ricordo che traumatizza la sua protensione al futuro. Resta fisso davanti al suo riflesso e al suo passato. In quest'area artistica slabbrata, gli stessi personaggi provvedono ad allestire la scena di cianfrusaglie domestiche, un momento in cui si accorcia la distanza tracciata dalla finzione. L'allestimento di una sala da pranzo, di una camera da letto e del cortile di un giardino, sullo sfondo un mucchio di spighe di grano, a intermezzi di papaveri.

Ritorna in più punti del copione, come il ritornello di una dolce malinconia, il desiderio della famiglia di riprendere la sua vita a Napoli, al cui pensiero lo spettatore aleggia nell'ilare atmosfera che si crea sul palcoscenico. Questo pensiero di gioia permetterà di conservare quella tensione emotiva che separa gli individui dalla maledizione della controra. Un circolo vizioso a cui la famiglia non riuscirà poi nel finale a sottrarsi, assistendo al paesino che si svuota, di persone e di ambizioni. “Questa grande quantità di chiacchiere”, quello sterile aprir la bocca per sparlare solo perché non si possiedono argomenti puri, costruttivi da condividere, fa sì che una cittadinanza deprima il proprio potenziale, trasformandosi in un agglomerato di “morti ambulanti”, di numeri privi di proprietà, di qualità. La famiglia si sente catapultata in questa mediocrità e porta avanti la propria sceneggiata, il miraggio della “libertà dalla noia, la controra”, con la speranza, attraverso cui “piano piano, tutto diventerà un ricordo”.

Nell'intervista che il personale del teatro ha rivolto a Paolo Sassanelli, egli parla di un rimando stilistico a colui che ha scritto una pagina di storia importante del teatro partenopeo: Eduardo De Filippo. E quella vena comica che non abdica totalmente al piano della riflessione.

Va in scena il Sud che, dal dopoguerra, si lecca le ferite nella sua maniera più caratteristica: radunandosi intorno a un tavolo, progettando programmi che non porterà a termine e che tuttavia tenterà con tutte le sue forze di vivere compiutamente. Come la sorella minore della famiglia, che sogna di lavorare. Al Sud che sogna la felicità che gli spetta, al sud nostalgico che sogna di tornare a casa e che riempie la sua vita di questo sogno. A questo Sud, fatto di omerici eppur quotidiani eroi, più che alla controra, sembra potersi intitolare lo spettacolo!

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