Dall'8 al 20 Dicembre, il Teatro della Pergola ospita lo spettacolo firmato e interpretato da Luca Zingaretti, The Pride, con Valeria Milillo, Maurizio Lombardi e Alex Cendron. L'ispirazione viene dal lavoro di Alexi Kaye Campbell, messo in forma teatrale attraverso la disposizione della storia di tre personaggi in celle temporale adiacenti e distanti allo stesso tempo. In due ore e mezza di spettacolo, ci troviamo ambientali nelle tonalità puritane, casalinghe e british del 1958 ma anche nel casual pluriverso del 2015.
Tre personaggi in cerca della loro identità, pare essere la parafrasi della narrazione teatrale che, pur sdoppiata nelle sue contestualizzazioni temporali, ha un comun denominatore che l'opera di Robert Musil, I turbamenti dell'allievo Torless, potrebbe in qualche modo esemplificare. Un'identità che si esprime anche nelle scelte sessuali e nel coraggio di perseguirle nonostante i convenzionalismi che i vari strizzacervelli vorrebbero farci passare come perversioni. Un'identità che coincide con una scelta e l'accettazione di quella scelta sembra assemblarsi tra passato e futuro, tra quelle che sembrano scene fotografate per illuminare il presente, ovvero un percorso in cui il dubbio è sempre virtuoso, anche e soprattutto quando riguarda il nostro stesso ego, abituato com'è ad abbarbicarsi in rassicuranti quadretti familiari lindi e pinti dalla non complessità.
Nella sfera sessuale l'individuo svela se stesso, donandosi generosamente agli altri e contribuendo a costruire con empatiche onde di energia le personalità coinvolte in questo gioco d'amore. Il sesso anonimo, quel momento di distratti approcci, non va in questa direzione.
Philip (Luca Zingaretti) incontra Oliver (Maurizio Lombardi), che lavora con la moglie Sylvia (Valeria Milillo) e prova un'attrazione per lui. Un uomo infelice del suo lavoro, che vorrebbe esplorare in lungo e in largo l'Africa, accasato con un'ex attrice, che si sente improvvisamente turbato nelle sue scelte eterosessuali. L'eccezionalità delle performances introducono il pubblico nella storia personale di Philip, che mette a nudo la sua emotività attraverso l'implicita ma stridente domanda con cui ci interroghiamo retrospettivamente indagando sulla corrispondenza tra aspettativa e realtà.
I dialoghi degli attori si sfiorano senza incrociarsi, gli stessi personaggi sono restii a scambiarsi degli sguardi, una sincerità mancata che lascia la trama sospesa fino a quando Philip e Oliver nel 2015 si ricongiungono in un abbraccio frastornato dai colori di una risata, che districa il dramma del 1958, che orienta il labirinto identitario in cui la maturità di un uomo può precipitare. Precipita per decollare da spazi e prospettive differenti, in cui è fondamentale “fare le cose con amore, dove amore è una speranza”. La paura (del giudizio degli altri e innanzitutto di se stessi) paralizza le gigantesche potenzialità emotive centrifughe degli esseri umani, colonizzandoli nell'oblio di se stessi e nei comfort delle nostre Belles Epoques fatte di trucco e parrucco mai fuori posto. Ancora più agghiacciante della paura legata alla stima sociale, come nel film die Jean-Marc Vallée Dallas buyers club, è quella della solitudine, costruita intorno all'incomprensione delle persone che ci circondano. La solitudine di Olivia, terrorizzata dalla paura di rimanere da sola e desiderosa di essere chiamata mamma; la solitudine del protagonista, che non investe passione nel suo lavoro, che “si sveglia la mattina e si accorge di aver fatto visitare agli altri case vuote”; la solitudine di Oliver, trastullato la notte dall'insonnia e il giorno dalle epifanie provocate dalla visione delle terre di Ulisse e dalla sensazione rassicurante dell'avvenire, dalla convinzione che alla fine andrà tutto bene. Una felicità posticipata e mai vissuta completamente, un attimo prolungato di desideri con cui non ci esponiamo.
Se estraiamo questo monologo dall'inizio della rappresentazione/1958 e lo faciamo scorrere come titolo di coda nel finale/2015 non ci sono discrepanze, anzi. Quel monologo sembra illuminare la storia contemporanea allo spettatore che, divinando, ha l'impressione (o forse l'illusione) che l'una sia l'antecedente e l'altra il conseguente. Che, insomma, ci sia un filo rosso ritmato dai tasti di un pianoforte tra l'una e l'altra storia, che l'una sia fagocitata dall'altra e rielaborata nei suoi possibili sviluppi. Il 2015 sembra evolvere in modo lineare e risolutivo le chance, le opportunità di cambiamento che il passato ci segnala. Opportunità che, ovviamente, non possono essere esperite attraverso la mediazione di un professionista della medicina che, per guarirci, ci attanaglia in una stanza spartana in cui un farmaco ci indurrà a vomitare guardando scene pornografiche omosessuali. Un modo positivistico, scientifico di trattare la propria individualità che, ovviamente, si dimostra insufficiente per rispondere alla domanda sulla nostra identità e il riconoscimento legato a questa immagine di noi stessi.
“E se le cose fossero andate diversamente?”: un altro passo che dall'esergo della rappresentazione possiamo spostare come il pezzo di un puzzle in qualsiasi scena dello spettacolo.
Tuttavia, non sempre abbiamo la possibilità, e l'abilità, assistere a un finale lieto che riguardi le vicende delle coppie omosessuali, come se l'amore potesse essere etichettato da una sostanza esclusivamente eterosessuale. Come se l'amore parlasse il linguaggio della perversione, se a intrattenerlo sono persone con una conformazione fisico-genitale simile. Il punto è che “non importa chi siano le due persone: tra loro può succedere qualcosa di sacro”. Il punto è che la nostra società rischia di rimanere intrappolata nelle categorie conservative dei suoi tabù, preconcetti che per alimentarsi hanno bisogno di individuare un nemico, un altro da sé, escludendolo dalla propria visione della felicità che vien fatta coincidere con la normalità. Come se l'abitudine di vedere e fare certe cose esaurissero gli ambiti in cui l'individuo può realizzarsi. Tale approccio esclusivo danneggia l'altro, imprigionandolo nelle nostre prerogative sempre più egocentrice e distratte. Questo “modo sciocco e triste di vivere la vita” finisce per annebbiare la già nebulosa domanda “tu chi sei?”, vademecum di cura di sé, baluardo che impreziosisce l'individuo ricordandogli che tra l'umanità e gli automi ci sarà sempre uno scarto essenziale.
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