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L'Angelus Novus di Sieni: danzare la quotidianità possibile

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Continua il Festival Umano_Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza nella capitale europea del Rinascimento, facendo capolino ancora al teatro nazionale della Pergola. In scena, nel Saloncino, Angelus Novus,uno spettacolo di Virgilio Sieni (22-23 Ottobre).

Allestimento a pianta centrale e una ventina di ballerini contornati da spettatori adagiati a terra e da pareti intarsiate da ghirigori color oro: un prodotto artistico che si declina tra le corde di una chitarra, la scansione precisa dei tamburi e il ritmo sospeso di una tromba. Una costellazione di suoni che disegna il perimetro della sceneggiatura, una coreografia che coinvolge professionisti e non, giovani e meno giovani nell'esaltazione delle potenzialità espressive del corpo umano. Una gestualità che scavalca i codici linguistici specifici per farsi lingua universale e abbraccio di indefinita fruizione. Lo spettacolo è il tentativo di mettere in scena la pittura di Paul Klee, artista che vive a cavallo tra il XIX e il XX secolo. “Picasso vede il quadro come un muro, Klee come una pagina”: lo scrive Clement Greenberg, sottolineando implicitamente la latente filosofia dialettica che anima opere del pittore svizzero, ovvero la poetica che lo spinge a non riprodurre in modo pedissequo la realtà. Non a caso è annoverato tra gli esponenti dell'astrattismo.

Il suo discorso sulla realtà si fa esemplare nella composizione dell'Angelus Novus, parafrasato dal filosofo Walter Benjamin. Entrambi vivono la modernità e le criticità che la Scuola di Francoforte sviluppa teoricamente con acuta lungimiranza. L'angelo di Klee è una figura che di angelico ha ben poco, nel suo abbrutimento: alla sua discesa nel mondo, alla visione e alla constatazione della sofferenza, segue la sua incapacità di permanere nella dimensione antropomorfa per dotarla di senso. Il vento, nella sua instancabile temporalità, trascina via questo collage di figure geometriche, soffiando sulle possibilità di argomentare e spiegare quel male, quella sofferenza.

Cifra stilistica della moderità è il frammento, lo scrive Benjamin e lo illustra Klee: il tempo euro-cristiano si contorce, sparpagliandosi nel passato e nel futuro, attraverso il presente. Il presente, l'attimo danno senso all'eternità che indirettamente viviamo attraverso la memoria, il ricordo. La danza contemporanea è la stilizzazione di questo concetto.

I piani temporali si confondono, si combinano anche nella rappresentazione ballata e vissuta di Sieni: i performers spaziano diverse fasce di età, per ritrovarsi mano nella mano nell'esecuzione di un quadro che scansa i virtuosismi per inserirsi completamente nella quotidianità. Non ci sono abiti spettacolari da descrivere, solo scambi di energia tra un corpo e l'altro, che sia un professionista che si contorce nelle pose andedan della danza contemporanea o un sessantenne, un fanciullo che non ha ancora dieci anni. Tutti inseriti in un universo simbolico che parla coi gesti e in questo percorso dialogico si serve degli strumenti musicali in scena, come se gli oggetti non fossero semplicemente utilizzati, ma facessero parte della vita stessa di questo gruppo di persone che si incontra in scena presentandosi e mettendo la propria unicità in relazione a quella degli altri: attitude croisée in indietro avvinghiati a un tamburo e la figura di un cerchio in cui si sta tutti su un piede, in equilibrio nello spazio che si dilata e si restringe a seconda della sua umanità.

Il tempo si distende, si fa fluido scorrere di attimi ricongiunti nella complicità degli sguardi danzanti, che si cercano e si allontanano come attendendo una redenzione che non giungerà attraverso un deus ex machina. Non c'è nessuna provvidenzialità che salvi le anime dalla sofferenza, un'emozione che però si può rielaborare: in questo mondo, nei corridoi di corpi che la coreografia progetta, nei pas de deux che progressivamente si smembrano in una orgiastica condivisione di entropia. Un flusso di vita che è disordine, che non può trovar la propria equazione in un sistema ordinato, ma che si adagia nelle ombre dei corpi, nei loro profili. L'attimo testimonia il passato, allude a questa ricchezza invisibile esponendo ciò che nella Storia dei vinti, nella historia illustre resta al margine.

Il filo rosso che ricama la poetica di Klee, Benjamin e Sieni è il tentativo di cogliere le potenzialità emancipative della modernità, pur riallignati in una realtà destrutturata. L'angelo alza le mani di fronte alla ressa di negativo della vita, delle metropoli e dei loro abitanti disattenti, che seguono il luccichio delle vetrine come una donna insegue la sua bellezza, la sua vanità dopo i cinquant'anni. Una società abbagliata da tanto splendore mette da parte la necessità di un pensiero vigile, critico, unico strumento che ci permette di agire nella dialettica della storia senza subirne passivamente gli eventi.

La danza di Sieni è la realtà rarefatta di Klee e la dialettica di Benjamin: solo le immagini ricongiute possono essere epifanie di senso della realtà che rappresentano. Solo immergerci nella realtà, guardarla da più angolazioni può restituircene un qualche senso, tracciato dalle linee create dai ballerini che, come in una raffinata lezione di ashtanga, distendono i muscoli nello spazio riempiendo il tempo degli strumenti musicali. La rappresentazione artistica fa spazio alle ipotetiche non scritturate, sospese, che potevano essere e non sono state ma che sono ricordate. Un campo a tutto tondo in cui si fa esperienza di una realtà unidimensionale che progredisce complicandosi nelle sfumature dei suoi attori, maschere che accenano a movimenti lenti, alludendo alla fatica dell'esecuzione, alla quotidianità eletta a valore. I ballerini tamburellano con le dita delle mani e dei piedi come se volessero integrarsi nella realtà che vivono e che contribuiscono a creare in maniera essenziale, misurando attraverso il movimento quello spazio.

Nel finale dello spettacolo, il gruppo in scena si accalca nella stessa direzione per poi disperdersi e confondersi nel pubblico con le braccia distese verso l'alto. L'affanno che svanisce, condividendo la direzione e l'aspiriamo: “tutta la transitorietà è soltanto un’allegoria. Ciò che vediamo è soltanto una proposta, una possibilità, un aiuto. La verità vera giace prima nel fondo invisibile” (Paul Klee)

A voi, l'impegno di sperimentarvi nelle verità possibili, danzando sensi possibili!

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 31 Ottobre 2015 19:02 )  

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