Ieri sera presso il Teatro della Pergola si è svolto l’incontro “Spadoni e Eduardo: un’idea di teatro un’idea di città” per commemorare i vent’anni dalla morte di Alfonso Spadoni che fu per oltre trent’anni il direttore della Pergola e i quaranta dalla prima fiorentina de “Gli esami non finiscono mai” di Eduardo De Filippo il suo ultimo testo, di cui nel 2014 si celebra il 30° anniversario dalla morte.
Il rapporto professionale e umano fu molto forte tra Eduardo e Spadoni, in un periodo intenso e complesso il passaggio dagli anni Settanta agli Ottanta, una stagione di vivaci speranze culturali per Firenze.
A condurci in questa storia sono gli interventi di Francesco Tei, critico teatrale e giornalista RAI, e l’attore Toni Servillo; quest’ultimo per approfondire la sua concezione della figura di Eduardo, attore da lui molto amato e messo in scena innumerevoli volte. Era presente anche un cimelio che ha raccontato la sua storia, un tavolino di legno molto semplice con un foro al centro che permetteva di inserire una lampada che serviva a De Filippo per vedere meglio, perché in tarda età era diventato quasi cieco.
Francesco Tei ci immerge nel fermento teatrale fiorentino che ruotava intorno alla Pergola, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, e ci fa un ritratto della figura di Spadoni e la sua caparbietà che si è scontrata anche con le istituzioni ma che alla fine ha realizzato il sogno di una scuola di teatro per i giovani alla Pergola nel 1979. Questa ebbe però vita breve, durò solo un anno per cause prevalentemente legate alla politica, una scuola molto innovativa per quegli anni e che ebbe come insegnante De Filippo e tanti altri attori molto importanti come Gassman.
Servillo ci narra della sua visione di Eduardo, fu molto importante per lui, riuscì a vederlo a teatro fin da piccolo insieme alla famiglia e questo fece nascere in lui la voglia di fare l’attore, e poi perché i personaggi che metteva in scena Eduardo erano uguali alla sua famiglia, persone reali vive che rappresentavano la Napoli più vera e profonda. Perché anche Napoli è un teatro all’aperto e come dice Toni: “Una Comedie Francaise en plein aire”. Fa un piccolo ritratto di De Filippo e il suo rapporto con il teatro, un rapporto carnale e profondo, e come amava dire: “ fuori dal teatro si sentiva una sfollato” un senza radici un senza patria, il suo teatro era fortemente anti accademico e anti intellettualismo, secondo lui per recitare ci voleva disciplina rinuncia e non “accumulare”e essere generosi, trascendere se stessi per mettersi al servizio degli altri, molto forte in lui era il concetto di “sacrificio” del riuscire a sacrificarsi donandosi completamente allo spettatore senza pensare di essere bravi o essere narcisi, Servillo aggiunge quello che secondo lui è il motivo che non fa venire più i giovani a teatro: “non vanno più a teatro, perché c’è in giro un teatro brutto e attori che si piacciono troppo, che sono troppo narcisi, abbiamo in Italia un teatro narcisista….”. L’attore come diceva Eduardo, non si deve conoscere fuori dalla scena, ma bisogna prendere solo quello che va in scena, senza scavare nella sua vita privata. Servillo nel finale si sofferma sull’importanza culturale e sociale della conservazione della memoria di un grande attore come De Filippo, in Italia questa attenzione alla conservazione è carente, per esempio a Napoli durante i lavori di ristrutturazione del teatro Ferdinando il camerino di Eduardo è stato distrutto, invece in Francia c’è una grande attenzione alla memoria e alla storia teatrale del paese.
Dopo gli interventi, c’è stata la proiezione del video inedito delle lezioni di Eduardo alla Pergola nel 1980 riprese da Alfonso Spadoni.
Jonathan Di Bari.
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|






