
Farkhunda è una ragazza afghana che la settimana scorsa è stata uccisa da una folla di persone che l’accusava di aver bruciato alcune pagine del Corano.
La legge islamica in alcuni paesi prevede che chi oltraggia il Corano possa essere processato e condannato a morte.
L’Afghanistan, dopo anni passati sotto il dominio talebano, sembra per tanti versi continuare a prediligere interpretazioni feroci della legge islamica, rinnegando i naturali diritti della sua gente.
Il caso di Farkhunda è terribile, disgustoso, primordiale, inumano.
Una ragazza di 27 anni, che studiava per diventare insegnante, viene accusata ingiustamente per un oltraggio che non ha compiuto: massacrata di botte dalla folla e il suo corpo bruciato, sotto gli occhi impassibili delle forze di polizia.
L’esecuzione pubblica di Farkhunda non è una sconfitta solo per le donne, ma anche per la cultura, per l’istruzione, per la legge, per la giustizia, per la religione.
In quanto donna però, le sue pene sono aggravate: non gli è stato concesso nemmeno un processo, come di solito avviene prima di una condanna a morte e il fatto di essere istruita è stato probabilmente un aggravante: indegna di poter esprimere la sua opinione, indegna perfino di parlare.
Ma una vittoria Farkhunda l’ha avuta. Durante il suo funerale, il suo feretro è stato trasportato da un gruppo di sole donne, attiviste per i diritti femminili.
Questa storia sarà presto dimenticata e nessuno si ricorderà nemmeno il nome di Farkhunda, ma probabilmente non sarà stato tutto vano.
Quel gruppo di donne acquisterà forza in ricordo del suo sacrificio e anche altre donne del paese lo faranno. E forse anche altre donne in tutta Kabul. E forse alcune in tutto l‘Afghanistan.
Forse la sconfitta si trasformerà in una piccola vittoria per tutte le donne che subiscono ingiustizie nel mondo, e forse così, non sarà stato tutto solo un abominio.
Nora Mulè
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