DAVIDE BUZZI
"NON ASCOLTARE IN CASO D'INCENDIO"

Da Davide Buzzi il pensiero mi arriva a quello di Ivano Fossati. Non solo per scenari musicali poco italiani in cui la parola diventa protagonista in tutto e per tutto riportando quinti “tutto a casa”. Ci penso anche per quel piglio americano che spesso da Fossati ho sempre ascoltato… e non solo da lui ovviamente. L’America in Davide Buzzi sembra essere un punto di arrivo e questo disco non si nasconde dietro alcuna maschera. Un suono sincero, forse poco grintoso ma decisamente pulito di umanità. Il disco si intitola “Non ascoltare in caso d’incendio” quasi a volerci rappresentare quanto sia “infiammabile” l’anima del cantautore. E se brani come “Alice e le Ali” ci riporta a pieno nella nostra bellissima tradizione con una ballata dolcissima di primavere rionali, altri momenti come “Romaneschi” davvero ci troviamo gocce di psichedelia e quel qualcosa che riporta la memoria inevitabilmente ai suoni delle nuove avanguardie punk o post rock. Ma sempre in italiano, sia chiaro… sempre con il piglio del nostro santo pop che ha tradizioni ancestrali difficili da scardinare. Nel disco anche 3 omaggi a collaborazioni e riferimenti di stile: e troviamo prima fra tutte “A muso duro” di Pierangelo Bertoli e troviamo anche Massimo Priviero che duetta con il nostro in “Salvatore Fiumana” (che quasi ricalca un poco il sound e la filosofia del nuovo disco del cantautore veneto) e poi abbiamo il piacere di ascoltare “Canzone d’addio” che è proprio un inedito di Priviero. E non manca appunto l’estero che se non è America allora è Australia (e non so perché in fondo mi viene sempre da pensare ad una cosa soltanto): troviamo una collaborazione importante per Buzzi e parliamo del cantautore Jason Kemp che qui scrive “On the road” di cui troviamo una traduzione in italiano. Davide Buzzi realizza un disco che, complice anche la produzione artistica di Alex Campise, riesce a fare della sua vena d’autore italiana un concentrato rock di ampio respiro e di molteplici versioni: non è una canzone che si adagia sugli allori e neanche un ascolto che fa finta di recitare una parte che non gli compete. Un disco semplice a cui manca ancora quel brano per svettare di gusto e di mercato e, forse con un coraggio che fa solo elogiato, manca anche di quel suono che lo rende competitivo rispetto alla plastica certificata. Ma sono sicuro che è proprio questo il vero motivo: non diventare anch’esso figlio e fratello di quella plastica. Sound’s good.