I tempi di Luigi Tenco non ci sono più, questo è evidente. Ma oggi di quei tempi non c'è una grande memoria, soprattutto relativamente a Tenco, a parte la continua e dibattutta partecipazione al Festival di Sanremo, non c'è molto. Considerando che in Italia si parte sempre per le santificazioni, così è stato per De Andrè, per Gaber, Tenco è sfuggito all'altarino con tanto di candele e luci votive. Luigi Tenco era scomodo all'epoca e lo è ancora oggi. E in questo, il post del suo pensiero è ancora lì da essere compreso. DI Tenco si scrivono tante cose, più o meno sempre le stesse. Non si scrive però quanto fosse innovativa la sua idea di canzone culturale, ovvero di canzoni nate per essere traccia di approfondimento. A parte la linea melodica e i testi, Tenco in tante sue canzoni ha cercato di essere profondo, la sua ricerca è nella persona, nell'humus umano e culturale. Fa spece oggi che qualche interprete (?) esegua delle canzoni di Tenco come se stesse cantando Orietta Berti (già proprio colei che in quel fatidico anno partecipò al Sanremo oramai storico). Eppure la sua lezione umana, professionale non è arrivata per far capire che fare canzoni non è come cantare Vecchio scarpone o Fin che la barca va. Nel suo pensiero Tenco ha sempre profuso ciò che lo renderà unico, la conoscenza, la ricerca, la profondità. E il suo presunto gesto (ma è ancora importante sapere come è veramente morto?) è certo memoria, ma spesso diventa memoria di altro e non di un uomo che aveva dentro di sè un magma irrisolto. Luigi Tenco non ha mai nascosto di essere una persona che cercava molto altro dalla sua vita. La sua profonda tristezza era legata ad una vita probabilmente priva di alcuni presupposti affettivi. Quando ancora oggi, con gli arrangiamenti di Reverberi si sente quel suo modo di esprimere la vita come se fosse una voce antica, forse serena, forse vicina e lontata i brividi non mancano. Il cantare di Tenco è vita, come lo è vita sentire quello che sa raccontare, fino alla fine, fino a "Ciao amore ciao". Oggi fa tristezza vedere come la televisione voglia santificare un uomo, un periodo che era molto laico, molto lontano dall'essere irreggimentato in una facile catalogazione. Tenco da laico qual'era non si sentiva di appartenere se non al proprio mondo. Vedere che si girano film su Dalida, quella compagna particolare come lo era lui, vedere che ancora qualche oscuro individuo musicale si ostini a non comprendere Tenco, vedere come anche il premio a lui dedicato abbia cambiato pelle (tanto che Enrico De Angelis ha mollato la direzione), lascia molto interdetti, lascia molto da pensare. Forse è questa la vera radice di Luigi Tenco, creare discussione, creare dibattito e non rassicurare. Un pò come fece Pasolini soprattutto con la sua morte. I credenti parlerebbero di sacrifici, credo invece che persone così hanno percorso il tempo per lasciarlo vivere molto a lungo. E' questo ciò che ancora rende importante la presenza di Luigi Tenco, il suo essere ancora vivo. Forse Lucio Dalla è morto senza raccontare qualche cosa, ma certamente di Tenco molte cose rimarranno in quell'albergo di Sanremo e noi tutti che scriviamo dovremmo avere rispetto della persona e di un gesto che ha avuto un senso oltre ogni ideologia religiosa e morale.