Che forza espolsiva i Grizzly Bears, band fra le più gettonate nel panorama del rock contemporaneo. La matrice è quella dei Beatles, ovvero un rock di ricerca ma con un linguaggio comprendibile, forse popolare ma altamente interessante. Infatti la band americana non fa che ripercorre nella propria onda sonora una forte matrice d’appartenenza al rock britannico. Certo, come facilmente intuibile, le loro sonorità richiamano il rock psichedelico ma in verità , in un secolo di cambiamenti e di novità ultraveloci, il rock dei Grizzly è figlio della ricerca e della contemporaneità. Pertanto se il linguaggio sembra apparentemente del passato, gli echi melodici e quella pseudo appartenenza al folk o allo psichedelico fanno pensare che i musicisti americani hanno ben appreso la lezione di Aaron Copland e di Lenny Bernstein, ovvero la commistione dei suoni nella ricerca e riattualizzazione del passato. Non è un caso che la band trova casa a Brooklyn e non in una landa desolata dell’entroterra americano, quindi respirano quell’aria culturale che produce poi interessanti risultati di una ricchezza sorprendente; l’accuratezza dell’elettronica è sintomo di una profonda crisi dei valori del rock tradizionale, ovvero il recupero di una ideologia quasi marxista del suono, liberazione e adeguamento al futuro, scorribanda in sospensioni, in vertici sonori che rimandano anche all’assurdo mandato di John Cage, alla minimalità della musica (basti ascoltare “Gun shy”). Insomma il concerto che si è tenuto il 28 maggio all’Alcatraz di Milano ha messo in voce del pubblico le grandi aspettative live di una band assolutamente unica in questo panorama del rock che non c’è più, di quello che Simon Frith ha coraggiosamente individuato nel suo testo fondamentale di analisi del fenomeno che è “Il rock è finito”. I quattro componenti dei Grizzly Bears ovvero
Daniel Rossen - voce, chitarra, tastiere
Edward Droste - voce, chitarra, tastiere
Chris Taylor - basso, voce di accompagnamento,
Christopher Bear - batteria, voce di accompagnamento
sanno sfondare l’ascolto, arrivano sicuri al pubblico che è oltre il pop , raccontando il proprio presente, riuscendo a far rivivere emozioni imprescindibili, indispensabile e assolutamente irripetibili. E’ un vero miracolo che arrivino solo oggi in Italia con un album uscito l’anno scorso “Shileds” preceduto da altri tre lavori (uno in particolare “Veckatimest” è sconvolgente) e una fortissima collaborazione con un guru delle sonorità come Brian Eno (è quindi giustificata la loro assennata ricerca di sospensioni e vertici sonori). Certamente, come sempre, non facciamo una bella figura poiché di fronte alla ricercatezza, alla novità e soprattutto alla profondità post melodica, il popolo italiano storce un pochino il naso, penalizzando così quell’assetto indispensabile a che il cambiamento sia sovente linguaggio dei più e non dei pochi. Ma questa è una storia antica!
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