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Nur, la luce del tempo

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Nur è il lavoro di Marco Taralli che il Festival della Valle d'Itria ha commissionato, prima esperienza di una manifestazione che per 38 anni ha mirato a recuperare il repertorio italiano e straniero del bel canto. In questo caso il direttore artistico Triola ha rischiato molto, poichè in Italia è spesso difficile cambiare il corso delle cose e delle tradizioni soprattutto. Non c'è dubbio alcuno che operare nel settore del teatro lirico è cosa difficile e complicata, spesso si può incappare in grossi flop oppure in grandi successi. Nel caso dell'opera di Marco Taralli, probabilmente sarà il tempo a dare ragione al direttore artistico che ha deciso di proporre un atto unico scritto usando la tradizione del teatro pucciniano, mettendo in scena un dramma, quello del terremoto dell'Aquila stringendo intorno il percorso della "perdonanza" di Celestino V. In effetti Taralli, aquilano doc, ha voluto indicare al pubblico una possibile lettura della vita, degli eventi della stessa cercando di andare verso una luce, quella della conoscenza s'intende, che, nella notte del trememendo sisma del 2009, ruppe la vita di tante persone. Già questo basterebbe per sentire la vita cambiare, il percorso sonoro è incredibile quindi, la scrittura forse desueta, il linguaggio  utile per arrivare a chi osserva e ascolta. La bravura e la grande perizia vocale di Tiziana Fabbricini hanno fatto si che l'opera (forse più una cantata che un dramma scenico) arrivasse veramente come un dramma, della vita, delle vite. La Fabbricini si è mostrata come attrice sicura, sostenendo una partitura difficile, spesso indecisa nel cercare una configurazione di altezza vocale, spaziando quindi dal suono medio a quello basso, toccando poi punte acute per niente facili da sostenere. Il libretto di Vincenzo De Vivo non sempre scorre seguendo il ritmo dell'azione; spesso incespica nella cacofonia e nella poca sobrietà narrativa. Probabilmente quindi, l'impianto complesso dell'opera, il rimando ai fantasmi di Celestino V (Paolo Coni) e di Jacques de Molay (Davide Sotgiu) e uno spazio molto piccolo del Teatro Verdi di Martina Franca, hanno falsato in qualche modo la globalità del lavoro di Taralli che si conferma però un compositore saldo nella tradizione e sicuro del linguaggio compositivo. Il bravo Jordi Bernacer ha diretto il complesso dell'Orchestra Internazionale d'Italia, bravi interpreti di una partitura per niente facile. .

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