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Mar 07th
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LUCE E BUIO di Federica Cecchi

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Luce.

Marisa è in piedi davanti all’ingresso del piccolo bar del porto con un bicchiere in mano, persa nella luce dorata del tramonto; nulla di strano, se non fosse che lei lavora lì come cameriera. Si è distratta e ora non sa più a chi portare quell’ottimo “Frullato Veggy numero tre” con finocchi, carote e zenzero.

Dovrebbe rientrare a chiederlo ma Lina, la proprietaria, è già andata a casa e Arnolfo, suo marito, è sempre scontroso quando deve chiudere il bar da solo. Marisa indugia ancora un attimo, chiude gli occhi e si lascia accarezzare dall’ultimo raggio di sole. La strana sensazione d’ansia, che le stringe lo stomaco a momenti alterni da tutto il giorno, si fa risentire.

Si guarda intorno. Solo un terzo dei tavoli è occupato. Marisa si rammenta dei tempi in cui quel bar,di giorno, era il ritrovo di marinai e pescatori e di notte si trasformava nel locale perfetto per intellettualoidi di sinistra con serate di poesia, musica, letture e degustazioni di vino. Lì era nata la sua storia d’amore con Vincenzo e lì Marisa aveva cominciato a lavorare dopo la loro separazione.

Anche i proprietari del bar erano cambiati parecchio, arrivavano ancora a bordo della loro Harley ma al posto degli straripanti jeans di lei c’era un paio di leggins scoloriti mentre l’immancabile gilet di pelle di Arnolfo era stato soppiantato da felpe in pile.

I clienti abituali erano stati decimati dalla vecchiaia e dalla scarsità di affari di quel piccolo porto che si stava trasformando in ormeggio per barche da ricchi. Da un paio d’anni si chiudeva dopo le sette di sera solo in alta stagione, cioè da aprile a settembre.

Ancora quindici minuti e Marisa avrebbe finito il suo turno e sarebbe andata via. Sarebbe corsa a casa, si sarebbe tolta le scarpe per buttarsi dieci minuti sul divano a recuperare un po’ di forze.

Dopo avrebbe fatto una bella doccia calda e sarebbe uscita. Stasera è la serata cinema. Negli ultimi tre anni ci era andata quasi ogni settimana, sempre di mercoledì perché il biglietto costa la metà.

Dopo il divorzio ci andrà di domenica pomeriggio ma per ora deve risparmiare tutto quello che può per pagare l’Avvocato.

Il cielo è ormai rosso fuoco. La luce stasera la fa stare in ansia. Ma di chi è il frullato Veggy? Marisa si fa coraggio e rientra a chiederlo ad Arnolfo ma anche lui non se lo ricorda. Eppure qualcuno deve averlo ordinato questo cavolo di “vegetable smoothie numero tre”. Marisa torna di nuovo fuori col bicchiere in mano, decisa a consegnarlo. Si farà guidare dall’istinto.

Al tavolo due c’è la coppia di giovani giapponesi che cena lì ogni sera da tre giorni con due cappuccini e quattro cornetti. Al tavolo cinque c’era un’altra coppia ma ora c’è solo una donna, seduta da sola, con un bicchiere di vino rosso, patatine al formaggio e un pacchetto di Lucky Strike. Beh, lei è straniera, sicuramente è un tipo da frullato vegetale. Marisa la raggiunge con passo deciso, sfodera il suo sorriso stanco e chiede: “Vegetable smoothie”? La donna guarda disgustata il frullato e poi le risponde di no. Marisa, si allontana scoraggiata.

Al tavolo uno c’è Amilcare, il marinaio più anziano del porto, che ha appena finito la solita partita a carte, si è alzato in piedi e sta facendo l’inchino per salutare. Dice che stasera sua moglie Serafina gli ha preparato seppie e piselli per cena e poi forse, se è di buon umore, andranno a letto presto. Marisa, prima che si allontani, gli offre il frullato e tutti scoppiano a ridere. Bruno, dal tavolo tre, grida che per Amilcare sarebbe meglio un Vov. Marisa sorride e scuote la testa.

Anche la coppia di giapponesini ha finito e se ne sta andando. Hanno lasciato due euro di mancia in bella vista sul tavolo. Marisa se li infila in tasca passando ma non può sparecchiare il tavolo perché ha ancora il frullato in mano. Mentre rientra di nuovo nel bar, le viene in mente che poco prima era entrata una bella ragazza bionda che aveva chiesto di poter usare il bagno. Decide di aspettarla dentro mentre scarica la lavastoviglie. Ancora cinque minuti e se ne sarebbe andata a casa.

Suona il telefono. Arnolfo risponde, bofonchia un paio d’imprecazioni, si butta il giubbino di jeans sulla spalla e le dice: “Marisa stasera chiudi tu. Devo passare da mia madre. I bagni li facciamo domattina.”.

Marisa non ribatte, semplicemente si rassegna al fatto che dovrà andare al cinema direttamente dal lavoro, senza neanche passare da casa. Le sale di nuovo l’ansia. È tutto il giorno che ha questa maledetta sensazione di panico. Guarda fuori mentre la bella luce del sole è ormai svanita, sbatte lo straccio sul bancone e si ricorda del frullato, peccato che si sia un po’ smontato. Marisa afferra lo stir e gli dà una rimescolata.

Prima di uscire sofferma lo sguardo sulla porta del bagno che è occupato da parecchio, si avvicina e mentre sta per bussare, la porta si apre lentamente e la bella bionda di prima sguscia fuori in una nuvola di profumo; si è truccata e Marisa giurerebbe che si è anche cambiata la maglia. La ragazza le dice gentilmente che è finita la carta per le mani. Poi guarda il bicchiere e chiedese, insieme al frullato vegetale, può portarle al tavolo anche un pacchetto di mandorle salate e il conto perché ha fretta. Ecco di chi era quello smoothie!

Marisa torna dietro al banco, appoggia il bicchiere sopra un vassoio, prende un pacchetto di mandorle salate e tostate, e mette lo scontrino e si avvia verso la porta. La luce al neon del bagno è rimasta accesa. Passando Marisa infila il braccio libero tra lo stipite e la portadell’antibagno. Con la mano cerca l’interruttore e la spegne. Di nuovo le ritorna quel senso di vuoto allo stomaco.

Rientra col vassoio pieno, ha ritirato i porta cenere e sparecchiato i tavoli. La biondina del frullato la saluta. Finalmente sono andati via tutti.

Appoggia il vassoio sul banco, entra nel bagno e vede di nuovo la maledetta luce al neon accesa. Sarebbe ora di cambiare quell’interruttore difettoso una volta per tutte. Marisa tira fuori dallo spogliatoio il detersivo spray, uno straccio asciutto e la spugnetta. C’è un forte odore di orina. Guarda verso le porte dei gabinetti; quella delle donne è rimasta aperta e s’intravede un pantano appiccicaticcio sul pavimento.

Per fortuna non lo deve pulire stasera. Marisa infila lo straccio sotto l’ascella, afferra un pacco di salviette e le lancia sul lavandino. Vuole sbrigarsi. Con l’occorrente per dare una pulita sommaria ai tavoli si avvia verso l’uscita. Sulla soglia si guarda intorno. L’ansia le stringe di nuovo lo stomaco.

Un rumore assordante rintrona nel bar. Marisa vede il bicchiere del frullato che era rimasto sul tavolo dove era seduta la bionda esplodere. Cade in ginocchio. Stordita, si porta le mani alla testa, le fischiano le orecchie. Che botta!

L’insegna intermittente del bar si accende e si spegne, Marisa cerca di rialzarsi. Ora quel morso allo stomaco è diventato insopportabile. Si aggrappa all’intelaiatura della porta ma, il muro è umido e viscido. Marisa tenta di allungare un braccio verso la maniglia e con l’altro istintivamente si regge la pancia. Il grembiule, il muro, le mani, tutto è rosso. Marisa cade per terra, le manca l’aria, vorrebbe parlare ma ha la bocca piena. Alle sue spalle risuona la voce di Vincenzo: “Qui è iniziata e qui finisce!”.

Buio.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Maggio 2020 23:25 )  

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