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Editoriale di Dialoghi Mediterranei 2026

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Vi invitiamo alla lettura di Dialoghi Mediterranei - Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo

 

EDITORIALE

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

L’ombra lunga dell’annus horribilis che si chiude si addensa minacciosa nel cielo dell’anno nuovo che si apre, come uno squarcio nella tela di Burri. Le guerre sono ormai entrate nella greve quotidiana rassegnazione della convivenza, e con la guerra il degrado del linguaggio, la militarizzazione del pensiero, la politica esercitata come comando e come scontro, il potere gestito come prova di forza, il consenso sollecitato ed estorto con le tecniche più evolute della propaganda. Tra zar dispotici, sultani predatori, teocrati redivivi e imperatori narcisisti il mondo è gettato nel caos di un disordine che, a guardar bene, somiglia al vecchio ordine di un ancien regime. Tornano antichi spettri: nazionalismi e protezionismi, colonialismi e messianismi, occupazioni di terre e trincee, il primato delle ragioni di stato e l’incubo delle armi atomiche, rinnovati primitivi schiavismi e spregio assoluto di ogni diritto, individuale e internazionale. Il passato sembra divorare il futuro, che nel sentimento collettivo non è più una promessa ma una sfida che incute smarrimento e paure.

La crisi delle democrazie liberali e della stessa identità dell’Occidente – ormai non più centro ma periferia del mondo – consegna al nuovo anno un bilancio distopico e un cupo orizzonte di incertezze. Il Paese che aveva nella Statua della Libertà a New York l’icona universale dell’accoglienza dei viandanti e degli ultimi della terra oggi li disprezza, li sequestra e li respinge. Anche l’Europa nel suo lento declino politico e culturale tradisce gli storici ideali umanitari e comunitari di fondazione istituzionale dell’Unione, limitando o negando la libera circolazione delle persone e innalzando mura e fili spinati ai confini della Fortezza. In Italia il rinnovo del Memorandum con la Libia ribadisce la sistematica torsione delle leggi costituzionali nell’arbitraria e scellerata gestione dei flussi migratori delegata a miliziani e criminali. Tutto si tiene nel contesto dello “spirito dei tempi” che, secondo l’ultimo rapporto del Censis, vede il 30% degli italiani assediati dai “barbari alle porte” e sedotti dalle parole d’ordine identitarie delle autocrazie. Sarà anche per questo che la notizia alla vigilia di Natale di un ennesimo naufragio al largo della Libia con 116 vittime e un solo sopravvissuto sia stata sepolta e rimasta ai margini delle cronache e delle luminarie della festa.

Quando il buon Marx scriveva che «la produzione produce non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto» non pensava certo agli algoritmi tecnologici che oggi governano le nostre vite, investite e plasmate da modelli mentali e comportamentali tanto pervasivi e totalizzanti come la famosa e paradossale mappa realizzata dai cartografi di Jorge Luis Borges, così grande da coprire l’intero impero e impossibile da aprire e leggere e perciò stesso inutilizzabile e inintelligibile. Uno scenario apocalittico, una visione senza speranze se gli uomini, i soggetti, noi, fossimo passivi recettori e meccanici esecutori di questi modelli, se non ci fossero quelli che Fabio Dei chiama “gli spazi fra le persone”, «zone franche, interstizi troppo sottili perché la rete a maglie larghe del “sistema” possa inglobarli e amalgamarli alla propria logica». In altre parole l’agency, le risorse materiali e immateriali di quella soggettività che contro ogni potere astratto e impersonale di oscuri leviatani fa valere il potere invisibile e ineludibile della cultura, quella vecchia categoria antropologica da intendere come sistema di produzione di simboli e di segni con i quali gli uomini e le donne in carne e ossa «tessono le loro ragnatele di senso, ordiscono le loro micropolitiche», ovvero costruiscono e abitano il mondo, concepiscono e organizzano la vita.

Di queste e di altre questioni epistemologiche si occupa l’ultimo libro di Fabio Dei, Etica e politica nell’epoca del pop. Per un’antropologia della cultura di massa (Edizioni Museo Pasqualino 2025), che in questo numero di Dialoghi Mediterranei è al centro di un dibattito a cui partecipano tre giovani antropologi: Fulvio Cozza, Giovanni Gugg e Dario Inglese. Tre letture diverse ma convergenti sul punto: l’antropologia, per usare le parole di Dei, deve tornare a presidiare «i confini della ragione dalla parte del lato oscuro», «non deve limitarsi a denunciare, deve comprendere», deve guardare alla cultura pop per conoscere le dinamiche di questo nostro tempo in cui «non si può non tenere fermo un certo grado di Illuminismo; non ci si può dimenticare che i particolarismi, la magia, la religione, le epistemologie locali sono il nostro oggetto di studio, e non le risorse della nostra comprensione».

Da qui l’attenzione per l’etnografia della paura come rappresentazione e percezione collettiva, per il pensiero critico della globalizzazione, per i fenomeni del complottismo e dei fake news, per le differenti identità del populismo e le basi culturali del berlusconismo, per le ambiguità della cancel culture e delle pregiudiziali posture ideologiche antioccidentali. Un catalogo di temi contenuti nel libro di Fabio Dei che, come osserva Giovanni Gugg, hanno trovato «risonanza nelle linee di ricerca che la rivista Dialoghi Mediterranei ha ospitato nel tempo», una pluralità di contributi in cui etica, politica e cultura di massa si intrecciano in forme originali ed esiti inediti, così che proprio nella complessità di questo intreccio e di questo dialogo si gioca oggi la rilevanza pubblica della disciplina antropologica. Anche Fulvio Cozza si riconosce in questo fare etnografia del senso comune e, muovendo dalle pagine di Dei, propone un esercizio di lettura della fenomenologia del consumo, nella convinzione che «il modello della soggettività consumatrice si presti bene – forse meglio della categoria di populismo – a spiegare la volatilità, la contraddittorietà e i cambiamenti repentini di certi processi culturali» della contemporaneità. Una chiave interpretativa del pop-melonismo che prova ad indagare e comprendere le scelte politiche ed elettorali oltre le ideologie. Dario Inglese, a sua volta, riprende «l’elogio dello sguardo etnografico e la critica alle “antropologie critiche” di matrice foucaultiana o adorniana» per segnalare alla fine «gli usi indebiti del concetto di cultura, a maggior ragione in una fase storica in cui essa o scompare dallo spazio pubblico, lasciando l’individuo libero e liberato da ogni legame, o diventa così totalizzante da favorire rigurgiti differenzialisti che minano alla base ogni progetto condiviso». All’antropologia e all’antropologo il compito di «individuarne il peso nell’esistenza quotidiana di donne e uomini».

Della cultura sono consustanziali – come si sa – i miti e le utopie che della storia sono l’immaginario destinato a sciogliere le contraddizioni irriducibili della realtà. Gli uni e le altre rispondono al bisogno umano di pensare e progettare un diverso ordine del mondo, una diversa dimensione temporale. Nell’innegabile energia propulsiva dei simboli salvifici e rivoluzionari incorporati nei miti e nelle utopie sta, in fondo, la lezione che Ivan Illich ci ha lasciato e che a cento anni dalla nascita è ancora viva e attuale. Ne discutono in questo numero Franca Bellucci, Alberto Biuso, Augusto Cavadi, Sabina Leoncini e Rossana Salerno, che da punti di vista diversi ragionano sulle tesi della “descolarizzazione della società”, della “convivialità”, della cura e della “nemesi medica”: tutti temi, luoghi, istituzioni e nodi del presente che Illich ha osservato e studiato cercando di intravedere il futuro, anche quello apparentemente meno realistico. Gli autori ne riassumono le linee di pensiero, ne attualizzano il senso non per replicarne i modelli e le teorie ma per ricavarne strumenti e occasioni critiche destinate a ripensare i sistemi sociali e culturali in forme alternative, creative e innovative. Così, in questo orizzonte di rilettura delle opere di Illich, il recente caso di cronaca della “famiglia nel bosco” ha offerto spunti per riflettere sul conflitto tra apparati istituzionali e libertà individuali, tra legalità e trasgressione, nella prospettiva di superare rigide visioni dicotomiche e nella necessità di promuovere un approccio più dialogico e inclusivo che valuti caso per caso i diritti fondamentali dei minori, senza stigmatizzare il dissenso come devianza né criminalizzare a priori il valore della differenza.

La verità è che proprio sul terreno delle differenze l’antropologia è chiamata a interrogarsi sulle questioni cruciali e conflittuali che attraversano le nostre società sempre più frammentate e plurali, cronache su cui l’antropologo è sollecitato a prendere la parola, o a darla, a «lasciar emergere ciò che non può essere tradotto nelle categorie disciplinari consuete», come scrive Linda Armano a proposito delle comunità indigene diventate soggetti politici ed epistemici «capaci di produrre conoscenza e di ridefinire concetti chiave come sovranità, cittadinanza, identità e riconoscimento». Esperienze etnografiche che evidenziano i limiti delle griglie interpretative sperimentate dall’antropologia e inducono a riconsiderarla «non come una pratica che descrive l’altro, ma come un campo che può farsi trasformare dai mondi che incontra e dalle sovranità che vi prendono parola». E non c’è forse tema antropologicamente più denso di quello delle migrazioni su cui questa rivista ha fondato le sue ragioni editoriali e ha posto fin dal primo numero un’attenzione privilegiata e sistematica. D’altra parte, quale altra disciplina se non quella di frontiera esercitata da chi è “esperto della diversità”, secondo la definizione di Hannerz, può tentare di attraversare i confini culturali e rendere intelligibili le complesse dinamiche interetniche che attraversano i luoghi pubblici e gli spazi urbani – scuole, tribunali, ospedali, uffici, centri sociali – dove le carte delle appartenenze si sono rimescolate e i modi e le forme del nostro vivere, abitare, ragionare e comunicare sono sollecitati al confronto e alla convivenza con altri modi e altre forme? Di flussi migratori, di politiche dell’accoglienza e di gestione dei CPR, di minori stranieri e dei vari aspetti della mobilità nell’età della globalizzazione, Dialoghi Mediterranei non cessa dunque di occuparsi e anche in questo numero ne scrivono sotto profili diversi numerosi autori.

Così come senza soluzione di continuità Gaza, ancora senza pace e senza futuro, stretta tra le macerie calcinate, nel freddo del rigido inverno e nel fango delle fragili tende, resta crocevia di riflessioni inevitabilmente segnate dall’indignazione civile e dalla condanna morale. Ritroviamo tra queste la testimonianza del poeta palestinese Muin Masri che formula auguri intensi e dolenti: «Non vi auguro la pace – scrive – l’avete già conquistata e a caro prezzo; tenetela stretta stretta come la borsa dell’acqua calda nel momento del bisogno. Vi auguro di non lamentarvi quando siete in coda per tornare a casa, qualcuno non ha più un posto sicuro per ripararsi. Vi auguro di non dover emigrare in cerca di lavoro, qualcuno non è mai arrivato a destinazione. Vi auguro di non perdere mai la strada di casa, qualcuno è stato condannato a vivere in eterno da straniero. Vi auguro di buttare il cuore al di là della coscienza e ritrovarlo pieno di luce». 

La Tunisia e la Sardegna si confermano osservatori speciali del Mediterraneo, il mare dell’incontro, dello scambio e del dialogo. Allo scrittore sardo Sergio Atzeni è dedicato un approfondimento con un’ampia rassegna di interventi, a trenta anni dalla sua scomparsa, «rapito su una scogliera di Carloforte da violente onde assassine». Un invito a leggere e rileggere questo autore rappresentante tra i più significativi di quella che Goffredo Fofi definì una nouvelle vague della letteratura dell’Isola. E ancora sulla Sardegna – come in un filo rosso che percorre tutto il numero – c’è uno spazio di letture plurime sul film di Fabian Volti, “Abele”, che mette insieme il Supramonte e la Palestina in un racconto sul millenario mondo pastorale, sull’alleanza con la terra e gli animali, sulle arcaiche forme di sussistenza, sui conflitti e sulla resistenza. Un documentario che propone la figura archetipica del pastore niente affatto residuale né sconfitta ma ancora protagonista di un modello alternativo di sensibilità, di valori e di civiltà. Un lavoro di etnografia politica che cade nell’anno internazionale dei pastori e dei pascoli, come dichiarato dall’Onu.

Un altro focus di scritti è intestato a Leonardo Sciascia, maestro di scuola elementare con i registri puntualmente e diligentemente compilati ma già nucleo genetico del suo primo libro, Cronache scolastiche, amante del cinema e delle magiche suggestioni felliniane, appassionato di arti visive e vicino agli artisti, nel dialogo ininterrotto tra narrazione e rappresentazione, tra scrittura e figurazione. Nell’album infine che raccoglie le immagini d’autore si incrociano orizzonti umani e culturali diversi ma tutte sembrano dirci che nell’era della saturazione iconica la fotografia ha un compito etico prima ancora che estetico.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        “Il Centro in periferia” resta come sempre al centro del corpo vivo della rivista, colonna vertebrale complessa, “luogo di resistenza”, potremmo definirlo, per i temi che dibatte e per l’impegno civile che vi è intimamente connesso. Esperienze museali, attività artigianali, ricerche, memorie e progetti intorno alle questioni dello spopolamento delle aree interne da anni vi sono analizzate nel contesto di una lungimirante e rigorosa prospettiva politica. Ci vuole lo sguardo visionario di Pietro Clemente per immaginare che a Gaza i volontari della flottiglia siano finalmente entrati a portare cibi e medicinali mentre «l’esercito di Israele poggiava le armi ai loro piedi, quelli di Hamas si toglievano le maschere dal volto, e tutti facevano festa. C’erano anche i giovani di Askatasuna e il ministro Piantedosi che sfilavano insieme e c’erano anche i 500 poliziotti schierati a Torino senza gli idranti che portavano sulle spalle botti di acqua per i gazavi. I cittadini di Torino, nel sogno, portavano panettoni e pandori per tutti i palestinesi». Un mondo sognato e sperato quello di ritrovare la pace nella giustizia, la convivenza nelle differenze, la libertà nella responsabilità. Riabitare l’Italia significa in fondo non solo tornare ad abitare i paesi abbandonati, ridare vita alle comunità disperse, ma significa anche tornare ad abitare la democrazia, la Costituzione, il futuro di questo nostro Paese minacciato dalla peste nazionalista, dai rigurgiti di un passato che riaffiora come una torbida risacca della storia. Significa riabitare la Repubblica che il prossimo 2 giugno compirà ottanta anni nell’anniversario del referendum istituzionale del 1946.

Sciascia ebbe ad affermare in una nota intervista che «il più grande peccato della Sicilia è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee. Qui, che le idee muovono il mondo non si è mai creduto. Ci sono, naturalmente, delle ragioni di storia, di esperienza. Però, è questo che ha impedito sempre alla Sicilia di andare avanti. Il credere che il mondo non potrà mai essere diverso da quello che è stato. Ora, siccome questa sfiducia nelle idee, anzi questa mancanza di idee, ormai si proietta su tutto il mondo, in questo senso per me la Sicilia ne è diventata metafora». Le parole di Sciascia hanno sorprendenti accenti profetici e valgono a fare da monito e sprone al lavoro della nostra rivista impegnata nel confronto delle idee e nel libero esercizio del pensiero critico.  

Nel rigenerare la spirale del tempo, l’anno nuovo che incede sia lieve e mite. Con questo augurio Dialoghi Mediterranei ne varca la soglia con passo incerto e trepidante, affidandosi alla speranza che le sorti del mondo in questo difficile tornante della storia non restino appese alle decisioni dei predatori, al ferro e al fuoco della loro bulimia di potere, alle derive delle autocrazie imperanti. Confidando nella forza delle parole e delle idee, possiamo forse laicamente unirci a quanti affermano che «la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono».

Buon anno a tutti! E buona lettura!

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 01 Gennaio 2026 20:45 )  

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