Raffaele Murru
"Malfidano"

Il romanzo - Albatros Ediotre
Ambientato tra le miniere della Sardegna di inizio Novecento, "Malfidano" di Raffaele Murru non è solo un racconto di eventi passati, ma una riflessione potente su ingiustizie ancora attuali. Lo sciopero dei minatori di Buggerru diventa il simbolo di una lotta più ampia contro le diseguaglianze e lo sfruttamento, mentre il punto di vista femminile offre una prospettiva inedita sulla resistenza operaia. Con uno stile evocativo e un realismo quasi cinematografico, il romanzo trasporta il lettore in un’epoca dura e spietata, ma tragicamente vicina alla nostra.
Il romanzo è stato definito un esempio di “nuovo Verismo”: quali elementi stilistici lo differenziano dal Verismo tradizionale di autori come Verga o Capuana?
Io non adopero nessun narratore in Malfidano, il narratore sono gli occhi del lettore all’interno del testo, perché si alternano azione e battuta in una narrazione lineare semplice e, soprattutto, non ho avuto possibilità di vivere quei tempi lontani, Verga, Capuana e Deledda, erano figli di quei tempi che raccontano, io sono figlio d’altri tempi e mi sono potuto limitare a ricostruirli e descriverli attraverso ogni mezzo che trovassi a disposizione. Inoltre, non sono stato condizionato dal naturalismo francese, pur ricostruendo la realtà umana e sociale fedele all’epoca, il resto è una serie di coincidenze che portano Malfidano a ricalcare tutte le caratteristiche del Verismo italiano di fine ‘800. Ammetto che la realtà era molto più complessa e articolata di come l’ho descritta nel mio libro, questo perché ho dovuto fare diverse scelte narrative e anche per mancanza di fonti precise riguardo lo stile di vita dell’epoca in alcuni settori. Racconto e rappresento una precisa realtà sociale, quella dei primi del ‘900, di un ambiente popolare specifico, le miniere in Sardegna, in lingua originale (dico lingua perché il sardo è una Lingua e non un dialetto), il sardo antico. Nel testo, suddiviso in tre atti, utilizzo un linguaggio diverso per ogni scala sociale, i sardi che compongono la classe operaia dei minatori parlano un sardo semplice, spontaneo e quotidiano, i “continentali” che formano il ceto medio composto dai sindacalisti parlano l’italiano, che è anche utilizzato per la traduzione e come lingua d’incontro delle classi sociali, e la classe borghese a capo delle miniere parla il francese. Questo è come ho deciso di strutturare Malfidano per quanto riguarda lo stile narrativo.
La scrittura di Raffaele Murru è stata descritta come "cinematografica": come questa tridimensionalità contribuisce a immergere il lettore nella realtà storica del romanzo?
Cinematografica perché è una vera e propria sceneggiatura, è un progetto studiato per essere un film, di conseguenza si alternano solo dialoghi con azioni da parte dei personaggi all’interno di scene. Il lettore non ha tempo per fermarsi a descrivere nella propria mente la ricostruzione dei dettagli di ciò che circonda i personaggi, è una scrittura che corre dritta, è tutto lì, il lettore delinea come vuole immagarsi quello che accade con l’azione. Ho lavorato per indirizzare lo sguardo del lettore come se fosse l’obbiettivo della cinepresa all’interno del testo, cercando di far scorrere le immagini come fosse una sequenza che compone un film. Le scene sono studiate come se fossero dei quadri che raccontano un episodio, nel quale le anime umane interagiscono e si muovono nello spazio. L'atmosfera e la tensione del testo sono palpabili come se fosse una bomba a orologeria e il lettore matura la cognizione di tutto ciò attraverso gli animi tesi dei personaggi, quindi si crea nel lettore la percezione di un crescendo che può esplodere da un momento all’alto. Andando verso la fine ci si accorge che il tempo si restringe così come anche la capacità e la possibilità d’azione dei personaggi. I sardi hanno la fortuna di avere già un bagaglio di paesaggi minerari nel quale immaginarsi le vicende, poiché ancora presenti nel territorio, così come anche le fotografie dell’epoca mineraria, specie nel sud-ovest della Sardegna, ma per chi non è sardo, può comunque avvalersi di un immaginario collettivo di fotografie e video dell’epoca industriale con il quale, tra film, serie TV, scuola, libri e internet, hanno tutti avuto a che fare.
Come la semplicità lineare dello stile narrativo riesce a trasmettere la complessità delle emozioni e delle lotte descritte?
La complessità delle emozioni arriva direttamente dalla voce dei personaggi che combattono quelle lotte, che si trovano ad agire, interagire e dialogare tra loro costantemente. Alcuni dei personaggi sono realmente esistiti, altri li ho dovuti inventare, ma li ho fatti agire tutti a mio piacimento, pur mantenendo una realtà fedele ai fatti accaduti. Non sapevo chi fossero e quale fosse la loro personalità, ho dovuto creargliela io, eccetto i sindacalisti e il direttore della miniera che a grandi linee sono rimasti per fama delle loro gesta nella storiografia, gli altri personaggi hanno tutti il background costruito da me, anche per i minatori realmente esistiti, ai quali ho semplicemente attribuito quei nomi per commemorare l’evento. Il terzo atto è interamente ricostruito ad hoc, fedele a come si sono svolte le vicende, anzi entro più nel dettaglio di come sono collettivamente conosciute, come pochi prima di me hanno fatto, perché racconto quelle tensioni attraverso gli sguardi e le azioni dei personaggi, quindi si è direttamente dentro i fatti e dentro le lotte, non mi soffermo a descriverle. È un testo corale e nessun personaggio è il protagonista principale, la vera protagonista è la miniera, colei che ospita lo svolgersi degli eventi e che viene costantemente interpellata da chi la vive. E un'altra grande protagonista è la laveria. La particolarità è che il lettore, che segue lo sguardo dei minatori, viene traghettato ad un punto cieco e rimane poi impotente davanti ad una decisione che piomba sulla vita dei minatori come se fosse un fulmine caduto dal cielo. Si crea una netta frattura tra i primi due atti e il terzo e ci si accorge che tutto quello che hanno fatto i minatori fino a quel punto non è servito a niente, perché è stato annullato improvvisamente da una decisione amministrativa della direzione mineraria, decisione che cambierà poi le loro vite per sempre.
Le descrizioni delle miniere e delle vite dei personaggi sembrano tangibili: quanto questo realismo è influenzato dalla formazione in archeologia e cinematografia dell’autore?
La formazione in cinematografia è stata fondamentale per me, per scoprirmi e per aprirmi, solo a posteriori la mia esperienza è stata influenzata dall’interesse per l’archeologia. Durante i miei anni di formazione leggevo tantissime sceneggiature, sia teatrali che cinematografiche, quindi ero entrato in simbiosi con lo stile di scrittura e i meccanismi del mondo teatrale e cinematografico. Successivamente ho sentito la necessità di spostare il mio focus verso gli studi universitari, concentrandomi più sulla conoscenza che sulla fantasia, senza mai perdere l’immaginazione però, da qui è poi partita l’idea di conciliare i due mondi. Tutto è iniziato durante la pandemia, perché sentivo la necessità di rinascere artisticamente dentro e pertanto ho deciso di provare a mettermi in gioco provando ad esternare quello che fosse il mio sentimento interiore per la cultura sarda, troppo spesso trascurata. Io personalmente sono fan dei film che si basano su storie ed eventi realmente accaduti, perché li trovo più interessanti e, a parer mio, la realtà delle cose talvolta supera di gran lunga la fantasia, nonostante si utilizzi il mezzo della finzione in questi casi. Questo mi ha avvicinato al realismo, alimentando il mio desiderio di raccontare delle storie vere e poco conosciute e, per pura coincidenza o forse no, in Sardegna è pieno di queste storie. Descrivo pertanto le vite dei minatori con rigore, con lo studio approfondito sono andato a conoscere tutti i loro usi e costumi, poiché riportarle fedeli a com’erano realmente non solo lo trovo più interessante, ma crea un’empatia diversa con il lettore, avvicinandolo ad una lenta e agghiacciante consapevolezza dei tempi che furono.
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