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Redazionale: Piazza Fontana e le sue ferite

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Oggi, 7 dicembre 2023, ricorre il 54° anniversario della Strage di Piazza Fontana, un evento capitale della nostra storia recente, che ha di fatto dato il via alla strategia della tensione e agli anni di piombo. Si tratta di un evento gravido di conseguenze immediate (come la morte dell'anarchico Pinelli) e a lungo termine, che però difficilmente viene ricordato e che anzi è stato lasciato cadere nell'oblio dalla memoria e dalla narrazione collettiva. A riprova di ciò, si guardi come molti degli articoli di giornale pubblicati oggi e dedicati alla Strage abbiamo un taglio prettamente divulgativo, spiegando gli eventi di quella fatidica giornata.

Occorre chiedersi quale sia il motivo di questo oblio, e per farlo bisogna notare come gli Anni di Piombo e quelli del Secondo Dopoguerra siano in realtà costellati di eventi capitali, ma passati in sordina e taciuti. Si tratta delle classiche "Storie italiane", sempre irrisolte e irrisolvibili, la maggior parte delle volte tragedie ammantate di complotti e mistero, di cui non conosciamo ancora con precisione colpevoli, mandanti, attori. 
La narrazione ufficilale tende a eliminare queste storie, e a dare un'immagine dell'Italia di stampo repubblicano, ma non di meno nazionalista (con tutte le semplificazioni del caso). Essa trova la sua base nel fatto che, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, tutte le forte sociali e politiche del paese si impegnarono nella lotta contro il fascismo, il "male assoluto", portando alla sua caduta e alla nascita della Repubblica e della "Costituzione più bella del mondo". Si tratta, ovviamente, di un fatto storico inoppugnabile, ma che, a livello di narrazione, ha conseguenze su cui ci dovremmo soffermare.

In primo luogo, questa storia unitaria di una grande Italia liberatrice che si solleva contro l'oppressione tende a ignorare la sostanziale continuità tra gli apparati statali fascisti e quelli dei primi anni della Repubblica a seguito dell'Amnistia Togliatti (1946), di fatto deresponsabilizzando gli individui che hanno partecipato a quegli eventi storici. Come esempio, valga la vicenda del Principe Valerio Junio Borghese, capo della X MAS e secondo di Mussolini durante la Repubblica di Salò, che verrà scarcerato, diventerà il fondatore del Movimento Sociale Italiano e finirà addirittura per tentare un colpo di Stato, nel 1970: il cosiddetto Golpe Borghese (altro evento cruciale e quasi dimenticato)

In secondo luogo, e in conseguenza a questa deresponsabilizzazione, tale narrativa lascia trapelare l'immagine di un'Italia repubblicana unita e felice, come se il fascismo fosse stato l'ultimo motivo di dissidenza e di scontro interni. Tutti sanno quanto questa immagine sia lontana dalla verità, ma la sua pervasività contribuisce non di meno a oscurare, se non addirittura cancellare gli eventi più traumatici che hanno scombussolato la Repubblica, a nascondere le ferite profonde che attraversano il tessuto sociale italiano. 

Gli Anni di Piombo vengono messi in sordina perché rappresentano un "discorso ancora aperto", una ferita ancora pulsante di cui non esiste una narrazione condivisa ma che dà ancora adito a dibattiti e veri e propri litigi. Il fatto è che molti dei protagonisti di quell'epoca (da presidenti e ministri ai semplici cittadini) o sono ancora in vita e in grado di raccontare la tensione e la violenza di quegli anni (spesso da una posizione non neutrale) o hanno formato le persone che oggi costituiscono da un lato la classe politica attuale, e dall'altro tutte le formazioni militanti di destra e di sinistra. 
In sintesi, se parlando del fascismo possiamo appoggiarci a una memoria comune e in qualche modo condivisa (nonostante tutti tentativi di riscriverla e le capriole retoriche della destra di governo), quando ci riveriamo a questi eventi dobbiamo essere consapevoli che stiamo parlando di una frattura ancora viva. Ogni volta che parliamo del passato stiamo in realtà parlando di noi, e ciò si vede soprattutto quando si affrontano gli Anni di Piombo, il Terrorismo di Destra, di Sinistra e non da ultimo quello di Stato. Eppure dobbiamo interrogare quel passato, per comprendere e per comprenderci.

Muoversi in questa direzione significa non solo dedicare più tempo alla ricerca e allo studio accademico e storico di quel periodo, ma anche portare queste conoscenze all'iterno delle scuole: da anni gira la proposta (controversa e, per questo motivo, inascoltata dalle istituzioni) di modificare i programmi di storia delle superiori in modo che si concentrino di più sul Novecento e sulla storia contemporanea in generale. Si tratterebbe a nostro parere di un buon inizio: permetterebbe di avere studenti più preparati sul mondo contemporaneo e consentirebbe di porre le fondamenta di una base comune da cui far cominciatre un discorso comune, capace di superare quelli che si caratterizzano come veri e propri traumi dell'identità nazionale, freudianamente rimossi e allontanati.
Per quanto riguarda le proposte, però, siamo costretti a fermarci qui: non sappiamo veramente dove questo discorso ci potrà portare, e se verrà realmente intrapreso anche ammettendo una base di conoscenza comune. Del resto, la politica e la storia si muovono veloce, soprattutto nella nostra epoca, e problemi, questioni e disastri si susseguono a una velocità tale che, per la maggior parte delle persone, è ormai impossibile o inutile tornare a riflettere su argomenti apparentemente morti e sepolti. 

Finché le cose non cambieranno a livello scolastico, istituzionale e sistemico, questi eventi verranno sempre messi in sordina. Ci basti allora mettere una luce su questa ferita che attraversa l'Italia e che da tanto tempo viene coperta con vere e proprie "pezze", far capire che essa ancora ha qualcosa da dire a chi ha orecchio per intendere. Facciamolo almeno in nome dei morti di quella stagione: forse finiremo, per questa via, a ricomporre con un'idea nuova, diversa d'Italia. 

 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 12 Dicembre 2023 17:02 )  

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