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L'età fragile: un tempo che (non) passa

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Quante storie in sospeso ci sono nel passato. In quella forma del tempo che sappiamo determinato, e che sembrerebbe ormai non poter proiettare niente di nuovo nel presente, si celano invece memorie incistate in tempi quasi primordiali.
 
Che i fatti di cui si narra la rimozione siano accaduti pochi decenni prima non serve affatto a misurarne la vicinanza temporale; al contrario, sembra quasi il modo per marcarne una distanza definitiva, impossibile da riconoscere, anche se c’eravamo “noi”.
 
Il noi in questione, nel nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio “L’età fragile” in libreria da martedì 28 novembre, è un’intera comunità della montagna abruzzese che si ritrova a fare i conti appunto con quel passato ancestrale, che il cono della vergogna comune ha sparato indietro nell’iperspazio.
 
La porta d’accesso a questo passato che non passa è Amanda, la figlia della narratrice Lucia, che decide di tornare al paesello (siamo a cavallo del tempo-Covid, altro iperuranio che sembra scomparso dai radar della nostra consapevolezza) sotto l’onda d’urto del suo fallimento universitario.
 
E inizia un momento di nulla, di quel profondo malessere giovanile che la letteratura indaga con forme spesso fascinose ma che la realtà, per chi la conosce sua o l’ha conosciuta appunto per un* figli*, ci getta addosso come un macigno: Amanda si ferma, il senso di fallimento comincia a tessere il suo sudario, il rapporto con la madre muore prima ancora di (ri)cominciare, il nonno della ragazza è troppo “antico” per entrare in contatto con le sensibilità di lei, la comunità non sembra essere più la stessa e chissà perché.
 
Si gira in tondo, si patisce senza capire cosa e perché stia succedendo, si annaspa arrivando quasi ad annegare. Fino a quando una memoria flebile risale come un alito le caverne del passato, eccolo che arriva!, e Amanda lo ghermisce: cosa è successo al Dente del Lupo tanti anni fa? Dov’è finita Doralice? Perché si sussurrano ricordi che nessuno ha mai ricordato prima?
Chi siamo noi?
Chi siamo noi.
 
E’ questo l’interrogativo angoscioso che Amanda pone a sua madre, prima (che quella notte sarebbe dovuta esserci anche lei tra le possibili vittime e che invece un caso quasi ridicolo salva dalla mattanza) e a tutta la comunità, poi; a se stessa soltanto alla fine del viaggio. Quale storia ci accomuna, come siamo arrivati fin qui, perché. Il soggetto romanzesco è, in tempi così devastanti nella realtà, un duplice femminicidio e una superstite, una scampata alla mattanza. Al Dente del Lupo c’era un campeggio, c'erano due turiste modenesi e Doralice, la figlia dei gestori della struttura.
 
Il romanzo si riempie pian piano di snodi narrativi dai quali emergono: la fatica, questa sì ancestrale, di chi decide di restare a vivere dove la natura è più difficile da affrontare (oggi il poeta direbbe ancora matrigna?) e non si arrende a scendere nella realtà consunta della valle; la testardaggine di chi si avvinghia (il nonno di Amanda) ad una proprietà terriera minuscola e senza reddito; intrecci tra famiglie e proprietà che passano di mano; una serie ben squadernata di molti altri silenzi montani che Di Pietrantonio sa far danzare sulle pagine perché li conosce come suoi, li incarna e li traduce per chi legge. Inutile come sempre quindi anticipare finali o scioglimenti della trama (questa sopravvalutata) perché il senso di un romanzo così non è la traccia del genere letterario da santificare bensì l’anima nera che riesce a scavare in noi, nell’animo umano che scambia troppo spesso il dolore col silenzio e la rimozione, in un mercimonio della coscienza, sia essa individuale o collettiva.
 
Niente sarà più come prima dopo quella notte terribile, questo è ovvio, nessuno sarà più se stesso, ognuno finisce nella fossa del suo dolore: chi c’era e non c’è più che lascia il dolore come eredità; chi c’era ed è scampata che il dolore se lo porta via, lontano; chi c’era ma non ha potuto far nulla perché la tragedia non si compisse che quindi sperimenta la follia; chi c’era ma non si è accorto di nulla che si nega giocoforza ogni perdono.
 
Tante sono insomma le macerie che restano sul terreno, simbolica l’immagine della piscina del campeggio interrata e abbandonata, ormai inutile a chiunque.
Amanda però è ripartita, ha lasciato il mondo avito, sua madre “non si abitua alla sua assenza”. Forse il cerchio è chiuso, forse è di nuovo aperto e ricomincerà un altro giro. Il passato ha mollato quello che tratteneva. Adesso sappiamo, adesso mai più.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 27 Novembre 2023 18:21 )  

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