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GLI OCCHI SUL MONDO E SULLE SUE DISPARITÀ

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COTM 2023, More or Less 
GLI OCCHI SUL MONDO E SULLE SUE DISPARITÀ
DESIDERI1
 
Prenderei Larry Fink come nume tutelare della nuova Cortona on the Move targata Paolo Woods e
non soltanto perché il neo-direttore artistico ha dovuto passare un’intera serata nella cucina del
fotografo, quasi a farsi interrogare, prima di avere finalmente accesso ai suoi archivi e poter
lavorare alla scelta dei materiali da portare in mostra ma soprattutto perché lo sguardo del maestro
americano traccia la mappa giusta per orientarci tra i lavori presentati quest’anno.
Negli opposti quasi taoistici (“More or less”) che nell’edizione 2023 interrogano noi fruitori della
rassegna, il materiale di Fink è altrettanto duale: di qua lo spazio quasi orrorifico con cui
rappresenta il More ovvero le mondanissime feste tipo Oscar o i gran galà di beneficenza pieni di
celebrità (buttate un occhio al laido Harvey Weinstein, tra gli altri); di là il Less che segue nei suoi
semplici riti quotidiani una famiglia qualsiasi dell’America profondissima. Non si può che rimanere
sorpresi di fronte a questo sguardo perfettamente a suo agio in entrambe le situazioni, capace di
cogliere segni macroscopici e sfumature sottili in universi tanto distanti.
Data questa scala, la mappa è utile per districarsi tra i lavori offerti al nostro sguardo che, come
sempre a Cortona, spaziano dal fotogiornalismo puro a lavori con venature più intimiste.
Quest’anno la bilancia pende però con più chiarezza verso il reportage, peraltro anche nei lavori
d’archivio (come lo scioccante “Il caso Africo” di Tino Petrelli, reportage datato marzo 1948!), e la
sensazione è quella di una tendenza che negli ultimi anni si coglie sempre più forte: spesso
l’ossatura concettuale del lavoro fotografico sembra trovarsi lontano dalle immagini, fuori da ciò
che vediamo, come se le fotografie alla fine fossero esse stesse le didascalie di qualcosa che ci
sfugge, che sta altrove. Ed ecco allora entrare in gioco la questione degli allestimenti: spesso è qui
che si gioca la partita dell’originalità di una storia, la sua capacità di superare la famigerata quarta
parete.
In questo gioco che serve a scremare e dare una forma soprattutto a quelle produzioni
internazionalizzate degli autori più giovani (nelle quali spesso si trovano ripetizioni stilistiche di
scuole che parlano tutte idiomi molto simili), alla fine risaltano i lavori più classici che fanno dello
studio della tradizione fotografica e del suo superamento il loro punto focale. Così, colpisce per
profondità poetica “Scalandrê” del trentenne Marco Zanella capace di raccogliere e rilanciare in
immagini mai scontate la testimonianza di territori ormai sull’orlo della scomparsa come l’Italia
minore della provincia più nascosta. Stesso discorso si potrebbe fare per il progetto che si è
aggiudicato l’Award 2022 di Cortona on the Move: parliamo di “The Anthropocene Illusion” che,
dietro un titolo che rischia di risultare abusato, nasconde invece un lavoro potente e ben calibrato
sulle alterazioni devastanti che noi umani stiamo causando al pianeta e sulle davvero ridicole
forme che utilizziamo per divertirci o, al massimo, credere di conoscere la realtà naturale; dai vari,
talvolta demenziali, Disneyland in giro per il mondo fino ai parchi a tema natura (acquari e
quant’altro) che rivelano tutta la loro insostenibile artificiosità, il lavoro dell’anglo-ugandese Zed
Nelson arriva diretto con una forza di denuncia chiara e netta, senza sbavature.
O ancora si potrebbe dire dell’argentina Irina Werning che, supportata dai suoi studi di economia,
realizza un racconto che sembra leggero e ironico ma che invece tira fuori a tinte forti e ben incise
le catastrofi sociali causate dall’inflazione galoppante che ha messo in ginocchio il suo Paese negli
ultimi decenni; o ancora lasciarsi trasportare nel delirio upper-class della Londra thatcheriana del
1979 di Karen Knorr e del suo devastante “Belgravia”, racconto per immagini e aforistiche
fanfaronate (‘There is nothing wrong with Privilege, as long as you are ready to pay for it’ ed altre
perle del genere) che descrive praticamente come una caricatura un mondo che basa la sua
riuscita sul sopruso e l’esercizio del potere.
Chiuderei la carrellata con “Invisible cities Calais”, lavoro di un altro giovane fotografo italiano,
Marco Tiberio, e della Creative Strategist Maria Ghetti che, utilizzando proprio la tecnica
 
dell’impaginazione e quindi in qualche modo dell’allestimento di cui si diceva più sopra (il lavoro di
catalogazione delle abitazioni di fortuna nel campo profughi di Calais come se fossero annunci
immobiliari), ci permette di riflettere su un’idea interessante: cosa pensa chi pensa ai nostri occhi
che guardano ovvero come si aggiunge senso a lavori di semplice, si fa per dire, “testimonianza”.
Anche se mancano poche settimane, il festival chiuderà i battenti domenica 1* ottobre, l’invito è
quello di non mancare all’appuntamento cortonese che come sempre brilla per la sua capacità di
parlare, di trovare il tono adatto alle questioni aperte del presente e di ciò che ci attende dietro
l’angolo, spesso cieco, della nostra contemporaneità.
Cosa meglio di così tanti occhi aperti attraverso i quali guardare con i nostri, nell’esercizio senza
fine dell’analisi del mondo?
[Antonio Desideri]

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Settembre 2023 18:26 )  

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