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Franco Basaglia

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“La prima volta che entrai in prigione ero studente di medicina e vi entrai come prigioniero politico, ovvero come recluso. Era l’ora in cui si vuotavano i buglioli delle celle e la mia prima impressione fu di entrare in un enorme sala anatomica in cui la vita aveva l’aspetto e l’odore della morte. La prigione mi si presentava come un letamaio impregnato d’un fetore infernale in cui alcuni uomini con bidoni sopra le spalle sfilavano per versare il loro contenuto nelle fogne. Il gruppo che compiva queste faccende era composto di detenuti privilegiati che potevano uscire dalle celle, cosa che metteva in evidenza che nella prigione esisteva una stratificazione sociale sulla quale si fondava un tipo di vita del tutto autonoma: la vita della segregazione. L’uomo e il carcere erano, in realtà, il carceriere e il carcerato e l’uno e l’altro avevano perso ogni qualità umana, assumendo le caratteristiche che imponeva l’istituzione. Dopo alcuni anni entrai in un’altra istituzione chiusa: il manicomio. Questa volta non come internato, ma come direttore. Ero nel gruppo dei carcerieri, ma la realtà che avevo davanti non era diversa: anche qui l’uomo aveva perduto tutta la sua dignità umana; anche il manicomio era un enorme letamaio. C’era tuttavia una differenza: quello che entra in questa istituzione, definita come ospedaliera, non assume il ruolo di malato, ma di internato che deve espiare una colpa della quale non conosce le caratteristiche, né la condanna, né la durata della sua espiazione. Ci sono medici, camici bianchi, infermieri, infermiere, come se si trattasse d’un ospedale, però si tratta in realtà soltanto d’un luogo di custodia in cui l’ideologia medica è un alibi per la legalizzazione d’una violenza di cui nessun organismo ha il controllo, dal momento che la delega fatta allo psichiatra è totale, nel senso che il tecnico incarna concretamente la scienza, la morale, e i valori del gruppo sociale di cui è, nell’ambito dell’istituzione, il rappresentante delegato.”
(Franco Basaglia)

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