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Franca e Pippo - Racconto di Maria Grazia Vitale

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FRANCA E PIPPO

Giuseppe, cioè Pippo, non aveva ancora diciotto anni quando, dopo aver preso un diploma di telegrafista, fu assunto presso le Ferrovie dello Stato. Da Palermo, città natale, Giuseppe fu trasferito a Mazara del Vallo.  Era il suo primo viaggio in prima classe e il Capo Stazione lo accolse al suo arrivo. Trovò alloggio presso una pensioncina a carattere familiare che si trovava nel centro storico della città; la casa era in una strada piccola e molto frequentata a quei tempi , ed era proprio fra la via Garibaldi e la piazza Plebiscito.
Spesso i ferrovieri venivano mandati in trasferta in altre città e poteva capitare che altri giovani venissero per qualche periodo a lavorare a Mazara.
Un giorno Giuseppe vide una ragazza alla finestra, Francesca, era bella, mora, con due fiocchi ai capelli e due occhi furbi che lasciavano intendere scaltrezza e vivacità. Fu un amore a prima vista, ma l’ostacolo maggiore era la madre che faceva anche da padre in quanto le ragazze non avevano il padre. Franca e le sorelle erano sempre vestite di nero e avevano il fratello maggiore che lavorava nel nord Italia.

La famiglia Sicurella viveva nella casa comprata dal padre che era sparito in Argentina. La casa era grande ed era stata suddivisa: quattro stanzette del piano terra divise in due piccoli appartamenti; da una parte abitava il tappezziere e dall’altra lo stagnataro. Nella zona interna della casa, si prendeva aria da un cortiletto maleodorante su cui sporgevano le finestre della casa di donna Ciccina e del vicinato.
Lo spazio maggiore del piccolo cortile era occupato da una grossa pila di marmo che serviva al fabbisogno delle due famiglie del piano terra; vi si lavavano piatti e indumenti in un miscuglio di cose e oggetti. Un annerito focolare e lu cantaru, specie di gabinetto all’aperto, si trovavano in una zona interna del cortile, ricoperta da un tetto a volta.
Donna Ciccina aveva campato la famiglia con questi locali, anche se molto infelici, e la sua fortuna era stata quella di avere acquistato, con i soldi guadagnati dal marito emigrante, questa sua casa situata nel Corso più importante della città dove gli inquilini avevano potuto impiantare nelle loro case “ le putie.”

Giuseppe inizia a corteggiare Francesca ma c’era l’usanza che la richiesta in sposa doveva farla il padre dell’innamorato. Giuseppe chiamò suo padre, che abitava a Palermo, per “spiegare il matrimonio”.
Fortunatamente la famiglia accettò, anche se il dichiarante aveva due anni meno di lei. Con fini l’era dei vestiti del lutto e Giuseppe entra a far parte della famiglia di donna Ciccina e dei suoi figli.

-Chissà perché i palermitani vogliono venire a vivere a Mazara! – si chiedeva donna Ciccina - palermitani, catanesi, messinesi, sciacchitani, tutti a Mazara vogliono venire!

Già dai tempi del fascismo si era visto l’arrivo di gente di fuori. Erano impiegati, muratori, pittori, lavoratori del marmo, artigiani in genere che avevano cominciato a lavorare negli edifici pubblici della città, in parte ristrutturati o completamente edificati per volere del Duce. La guerra poi aveva fermato ogni cosa. I lavoratori però erano rimasti a vivere a Mazara e le loro famiglie si erano perfettamente integrate con gli abitanti del luogo che, riferendosi a loro, li chiamavano con gli appellativi derivati dalla loro città di origine. Catanese era la famiglia della signora Nannina a cui donna Ciccina aveva dato in affitto due stanzette del piano terra. Due povere stanzette, una delle quali fungeva pure da putia per il padrone di casa che di professione faceva il tappezziere. Divani e poltrone da tappezzare stavano fuori, sulla strada, dove il signor Gaetano, nelle belle giornate, lavorava e faceva le contrattazioni.
Giuseppe iniziò il fidanzamento e così conobbe tutto il vicinato. Abitava lì anche una famiglia palermitana e nelle vicinanze il cugino Ottavio Buzzanca che face l’operatore al cinema. Così Pippo aveva il cugino a cui far riferimento come parente di età maggiore.
La stazione e la paga fissa erano importanti e così iniziarono i preparativi per il matrimonio.

Arrivò il giorno del matrimonio e una mattina presto con il treno di Palermo ecco la madre e le figlie.

<arrivarono le baronesse> gridò alla madre la figlia Enza che stava affacciata alla finestra e per prima aveva avvisato il gruppetto delle donne. Fu chiamata subito Francesca che se ne stava tranquilla nella sua cameretta a godersi il tepore delle lenzuola. <Putivati farlo sapere> aggiunse Francesca, impacciata perché non sapeva dove farle accomodare. Erano giorni di preparazione per il matrimonio che poi venne celebrato nella Cattedrale il 26 settembre del 1945. E ci fu anche il viaggio di nozze a Palermo. Non esistevano documenti e per la camera d’albergo dovette garantire il padre e il giorno dopo andarono a casa della cugina Annita.

Tornarono poi a vivere a Mazara e la madre Ciccina dette a loro un piano della casa. La terrazza diventò il punto d’incontro per tutta la famiglia. Il salotto buono dove il sole svegliava l’incantesimo del vivere insieme. E dopo un anno arrivarono i primi figli.

 

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