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La signora Anna

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Credo che riflettere sia un dovere più che un piacere. Personalmente, ho una certa familiarità con l'atto di riflessione. Se ho iniziato con questa frase è perché “metto le mani in avanti” su ciò che sto' per scrivere nelle righe in seguito. Questo non è un atto d'accusa e neanche una forma di giudizio. Preferisco considerarlo, una riflessione dovuta alle circostanze dell'ambiente in cui vivo. Premesso questo, non è un pensiero assoluto e nessuno in particolare è chiamato in giudizio. Dunque, tutto parte da una telefonata che ho fatto l'altro giorno a mia madre che abita, con una delle mie sorelle a Firenze.

Sono albanese e tutta la mia famiglia abita a Firenze, solo una piccola fetta a Perugia. Mia madre, dopo la morte di mio padre venne ad abitare in Italia. Lasciare il proprio pese ad un età avanzata non è una svolta semplice. Possiamo capire la ragione. Abitudini, lingua, cultura, mentalità e altre varie questioni. Con tutto ciò, credo che lei, sia una persona che ben si adegua alle nuove situazioni, ai nuovi stile di vita, pur rispettando il suo. Cerca di imparare l'italiano, di capire la mentalità del posto, di utilizzare le nuove tecnologie per poter comunicare, di familiarizzare con la gente del posto. Lo considero un vero gesto di devozione al valore della conoscenza. Quello di capire i meccanismi di funzionamento di un popolo a cui non sei abituata. Amo la definizione “sapere è potere” che, appunto, associo al motivo di questo scritto.

Ritornando alla telefonata con lei,  specifico che venne interrotta perché, in quel momento, la signora Anna, una vicina di casa di mia madre salì da lei per portarle delle verdure e della frutta che aveva preso da parenti. La telefonata era in viva voce e la mamma,  non stacco' la comunicazione. La signora Anna, è la nuova ed unica amica italiana della mamma. Comunicano, principalmente, con la lingua universale dei gesti. Ascoltando ciò che succedeva dall'altra parte della cornetta rimasi stupita dalle domande che poneva a mia sorella la quale faceva da traduttrice. Praticamente, chiedeva come si preparava un certo piatto tipico albanese. Era curiosa di sapere le nostre abitudini, di conoscere ciò che rimaneva fuori “dal proprio orto”. Si incuriosiva e questo mi colpì. Mi sentii felice, come se fosse la prima e l'unica volta che una persona,  per di più di una certa età, era curiosa di capire le nostre radici.

Trovavo questo suo comportamento molto umile e pulito; capivo che proveniva da una profonda attitudine all'apertura mentale. Ad un certo punto disse: “ sai, ho lavorato con molte donne che venivano dall'Albania, Romania, Marocco e dell'est, in generale e sempre le ho chiesto di raccontarmi del loro paese, etc, etc”. Una frase apparentemente molto normale, almeno, per il mio modo di concepire il mondo - ma - non so perché mi entusiasmo, perché mi rese felice? Eppure, io vivo in una società che si definisce culla della civiltà. In una culla di queste dimensioni questo dovrebbe essere l'atteggiamento primordiale di civiltà. Alla base dell'entusiasmo c'era la purezza di questa curiosità, cosi lontana da alcuni metodi "diplomatici" nello strutturare i principi della conoscenza a seconda della supremazia di razza e di situazione economica.

Dopo la fine di quella telefonata, la signora Anna, divento' il soggetto della mia riflessione. Descrissi all'altra mia sorella, che in quel momento entrò in camera, tutto il "concept" di ciò che avevo appena udito e, soprattutto, di ciò che sentivo dentro. Ero come una bambina che aveva ricevuto le prime attenzioni da un adulto e andava in giro piena di gioia. Un attimo dopo rimasi stranita proprio dal motivo di questo mio appassionato sentimento di felicità... Come scritto, qualche riga sopra, io incontro ogni giorno persone che “compongono versi” sulla rinomata libertà mentale delle società occidentali (in gergo tradotto “società dei paesi sviluppati”), ciononostante ero stupita ma perché? ….Così banale, solamente in apparenza...

Fatjona Sejko

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 06 Dicembre 2015 19:05 )  

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